Le tribù delle Isole Nicobare contro i progetti di Delhi: 'Non rinunceremo alle nostre terre'
I leader locali denunciano pressioni per firmare “certificati di rinuncia” sulle terre ancestrali colpite dallo tsunami del 2004. Al centro della contesa c’è il Great Nicobar Holistic Development Project, un piano da circa 9 miliardi di euro che prevede un porto, un aeroporto e una centrale elettrica. Le comunità nicobaresi e shompen chiedono di poter tornare ai villaggi originari, mentre ambientalisti e scienziati mettono in guardia sui rischi per biodiversità e sicurezza sismica.
Sri Vijaya Puram (AsiaNews) – Un mega-progetto infrastrutturale da miliardi di dollari rischia di cancellare l’eredità delle popolazioni tribali delle isole Nicobare e di compromettere uno degli ecosistemi più fragili del pianeta. L’arcipelago, insieme alle isole Andamane, costituisce un Territorio dell’Unione dell’India, una divisione amministrativa che fa direttamente capo a New Delhi. Le Nicobare, sentinelle strategiche per l’India all’incrocio delle rotte marittime del Golfo del Bengala, sono oggi al centro di una crescente contesa a causa delle pressioni esercitate sui leader tribali affinché rinuncino formalmente ai propri territori ancestrali.
Nei giorni scorsi, i membri del Consiglio Tribale della Grande Nicobar hanno denunciato di aver ricevuto richieste verbali da parte dei funzionari dell’amministrazione locale per firmare i cosiddetti “surrender certificates”, documenti di rinuncia che sancirebbero la perdita definitiva dei diritti sulle terre ancestrali colpite dallo tsunami del 2004. Sebbene le comunità nicobaresi siano state reinsediate dopo il disastro in colonie come Rajiv Nagar, esse chiedono da anni di poter fare ritorno ai villaggi originari, considerati parte integrante della loro identità culturale, sociale e spirituale. La firma di tali certificati, denunciano i capi tribali, precluderebbe in modo permanente l’accesso a queste terre, aprendo la strada all’attuazione dell’imponente Great Nicobar Holistic Development Project.
Il piano di sviluppo, dal valore stimato di circa 81.800 crore di rupie (circa 9 miliardi di euro), mira a trasformare la Grande Nicobar in un hub logistico e strategico di rilevanza globale. Il progetto comprende quattro componenti principali: un Terminal Internazionale di Trasbordo di Container (ICCT) nella baia di Galathea; un aeroporto internazionale a duplice uso, civile e militare; una centrale elettrica a gas e solare da 450 MVA; e la costruzione di una nuova municipalità. Per realizzare queste infrastrutture è prevista la conversione di circa 166,10 chilometri quadrati di territorio, di cui circa 130 chilometri quadrati di foresta densa, in parte sovrapposti a oltre 84 chilometri quadrati di riserva tribale.
Secondo stime ufficiali e valutazioni indipendenti, l’intervento comporterebbe l’abbattimento di un numero di alberi compreso tra 850.000 e diversi milioni, con un impatto potenzialmente devastante su habitat di importanza cruciale, tra cui i siti di nidificazione della tartaruga liuto gigante, una specie in pericolo critico di estinzione.
Le isole ospitano comunità che vivono in isolamento o semi-isolamento da migliaia di anni. Tra queste vi sono gli shompen, una popolazione di cacciatori-raccoglitori seminomadi che vive nelle foreste interne della Grande Nicobar. Classificati come Gruppo Tribale Particolarmente Vulnerabile (PVTG), contano appena 250 individui e parlano una lingua non ancora decifrata, elemento che rende difficile comprendere appieno il loro rapporto concettuale e spirituale con la terra. Accanto a loro vivono i nicobaresi, una comunità stanziale di circa 1.200 persone nella Grande Nicobar, tradizionalmente dedita alla coltivazione del cocco e del pandano, alla pesca e alla caccia. Dopo lo tsunami del 2004, molti di loro sono stati trasferiti forzatamente, un distacco dalle radici che ha profondamente indebolito il tessuto sociale della comunità.
Dietro l’immagine idilliaca dell’arcipelago si cela inoltre una profonda crisi sociale. Secondo dati ufficiali e studi citati dalla stampa indiana, il territorio registra un tasso di suicidi pari a 49,6 ogni 100.000 abitanti, il più alto del Paese e quasi quattro volte superiore alla media nazionale. Un fenomeno attribuito all’isolamento geografico, alla scarsità di opportunità economiche al di fuori dell’impiego pubblico e all’erosione dei legami tradizionali causata dai reinsediamenti forzati.
A questi fattori si aggiungono le criticità ambientali e geologiche. L’arcipelago si trova in una zona ad altissima vulnerabilità sismica (Zona V) ed è particolarmente esposto agli effetti del cambiamento climatico. L’innalzamento del livello del mare nell’area procede a un ritmo superiore di circa il 30% rispetto alla media globale. In questo contesto, la costruzione di imponenti infrastrutture in cemento armato solleva seri interrogativi sulla sostenibilità e sulla sicurezza a lungo termine di un progetto destinato a trasformare radicalmente il volto della Grande Nicobar.
“Siamo contrari”, ha dichiarato alla rivista Scroll un membro del Consiglio Tribale che ha chiesto di rimanere anonimo. “Questo significherebbe consegnare per sempre le nostre terre nelle mani dell’amministrazione. È una questione che riguarda la sicurezza futura dei nostri figli”. I rappresentanti tribali hanno spiegato di non aver firmato alcun documento, chiedendo tempo per una deliberazione collettiva. Da parte delle autorità, l’assistente commissario di Nicobar ha rifiutato di commentare, affermando di non essere autorizzato a farlo.
Le comunità nicobaresi continuano intanto a chiedere il ritorno ai villaggi ancestrali lungo la costa occidentale dell’isola, da cui furono allontanate dopo lo tsunami del 2004. “All’epoca ci dissero che si trattava di una sistemazione temporanea”, ha ricordato un altro membro del Consiglio. “Ma sono passati 21 anni: la popolazione cresce, non possiamo ampliare le case e non c’è spazio per coltivare”. Su quelle terre, spiegano, le famiglie coltivavano cocco e pandano e vivevano di pesca; ancora oggi alcuni vi fanno ritorno per brevi periodi per curare le piantagioni.
Nell’agosto scorso, il Consiglio Tribale ha scritto anche al ministro federale per gli Affari Tribali, accusando l’amministrazione delle isole di aver fornito al governo centrale una rappresentazione fuorviante, sostenendo che tutti i diritti previsti dal Forest Rights Act del 2006 fossero stati già riconosciuti prima della deviazione delle terre forestali per il progetto. “Se davvero questi diritti sono stati risolti”, ha osservato un capo tribale, “perché allora chiedere di firmare certificati di rinuncia?”. La richiesta finale delle comunità resta invariata: “Se il progetto deve andare avanti, venga realizzato su terre non tribali”.
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04/01/2017 13:39




