19/02/2026, 10.15
MYANMAR - ASEAN
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L'espulsione dei diplomatici di Timor Est spacca l'Asean sulla crisi birmana

di Gregory

Il provvedimento di Naypyidaw contro l'incarica d'affari di Dili segue l’apertura di un procedimento giudiziario per presunti crimini di guerra commessi dall’esercito birmano. È la prima volta che un tribunale di un Paese del blocco regionale avvia un’azione legale contro un altro Stato membro. La vicenda evidenzia le profonde divisioni interne all'organizzazione, spaccata tra chi chiede maggiori pressioni e chi vuole un riavvicinamento dopo le controverse elezioni.

Bangkok (AsiaNews) – Le divisioni interne all’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean) sulla crisi birmana si fanno sempre più evidenti. L’espulsione della missione diplomatica di Timor Est da Yangon, ordinata dalle autorità militari birmani, segna un nuovo punto di rottura all’interno del blocco regionale, già profondamente diviso su come gestire i rapporti con il regime dopo il colpo di Stato del 2021.

La decisione di Naypyidaw arriva dopo che in Timor Est è stata presentata una denuncia per crimini di guerra contro l’esercito birmano. Secondo diversi analisti regionali, si tratta della più forte ritorsione diplomatica della giunta contro un altro Paese Asean e di un segnale della crescente frammentazione del blocco.

Il ministero degli Esteri birmano ha comunicato a Elisio do Rosario de Sousa, chargé d’affaires dell’ambasciata di Timor Est a Yangon, che dovrà lasciare il Paese entro il 20 febbraio. I media statali hanno definito le iniziative di Dili “totalmente inaccettabili”.

All’origine della crisi c’è un’iniziativa della Chin Human Rights Organization (CHRO), che rappresenta la minoranza etnica Chin, in gran parte cristiana. A fine gennaio i leader dell’organizzazione si erano recati a Dili, dove avevano incontrato varie autorità, tra cui il presidente José Ramos-Horta, presentando una denuncia formale al Dipartimento di Giustizia.

La denuncia accusa l’esercito birmano di crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati nella guerra civile che ha fatto seguito al golpe del 2021. Tra le accuse figurano stupri di gruppo, l’uccisione di dieci civili tra cui un giornalista, l’assassinio di leader religiosi cristiani e bombardamenti su un ospedale e su edifici ecclesiali nello Stato Chin.

La CHRO ha chiesto a Timor Est di applicare il principio della giurisdizione universale, che consente ai tribunali nazionali di perseguire gravi crimini internazionali anche se commessi all’estero. Il 2 febbraio le autorità giudiziarie timoresi hanno aperto un procedimento formale nominando un procuratore.

Il governo militare birmano ha reagito duramente, sostenendo che la decisione crea un precedente pericoloso nelle relazioni tra i due Paesi. La CHRO ha spiegato di aver scelto Timor Estper l’indipendenza del suo sistema giudiziario e perché la popolazione conosce bene le sofferenze legate a occupazione e violenza.

Uno scontro diplomatico di questo tipo tra membri Asean è raro. È anche la prima volta che i tribunali di un Paese del blocco avviano un’azione legale contro un altro Stato membro per violazioni dei diritti umani.

La vicenda è particolarmente delicata perché Timor Est è diventato l’undicesimo membro Asean solo nell’ottobre 2025. In precedenza il Myanmar aveva minacciato di bloccarne l’adesione, contestando gli incontri del presidente Ramos-Horta con il Governo di unità nazionale birmano (NUG), considerato dalla giunta un’organizzazione terroristica.

Timor Est aveva poi assicurato di non permettere uffici NUG o attività anti-giunta sul proprio territorio, ma i rapporti sono rimasti tesi. Il caso giudiziario ha portato la tensione a un nuovo livello.

Il governo di Dili ha condannato l’espulsione del diplomatico e ribadito il sostegno “al ritorno dell’ordine democratico in Myanmar”, esprimendo solidarietà al popolo birmano e chiedendo rispetto dei diritti umani.

La questione si è aperta mentre l’Aseyidaan fatica già a mantenere una linea comune sulla crisi birmana. Le elezioni organizzate dalla giunta tra dicembre e gennaio, ritenute né libere né eque dall’opposizione e dagli osservatori internazionali, hanno accentuato le divergenze.

Cambogia e Brunei si sono avvicinate al governo post-elettorale birmano. Phnom Penh ha mantenuto contatti stretti con Naypyidaw: l’ex premier Hun Sen è stato per esempio il primo leader straniero a visitare la giunta dopo il golpe.

Filippine e Indonesia, al contrario, rifiutano di riconoscere il voto sostenendo che la giunta non ha applicato il Five-Point Consensus dell’Asean, l’accordo del 2021 che chiedeva fine delle violenze, l’instaurazione di dialogo inclusivo e l’accesso umanitario. Le Filippine hanno persino proposto di sostituire l’accordo di consenso in cinque punti, giudicato inefficace. Anche Malaysia e Singapore hanno espresso dubbi sulla legittimità delle elezioni. 

Di recente, invece, la Thailandia ha dichiarato di sperare di poter riportare il Myanmar all’interno dell’organizzazione. Bangkok “ vuole essere un ponte che ricolleghi il Myanmar all’Asean”, ha detto ieri il ministro degli Esteri thailandese, Sihasak Phuangketkeow, dopo aver incontrato l’omologo birmano nel Sud della Thailandia.

Queste posizioni divergenti mostrano un’Asean sempre più frammentata, dove gli interessi nazionali prevalgono sulla coesione del blocco.

Il caso in Timor Est si aggiunge alle pressioni internazionali sulla giunta, già sotto processo alla Corte internazionale di giustizia per accuse di genocidio contro i Rohingya, avanzate dal Gambia.

La strategia della CHRO chiede invece un intervento dei tribunali nazionali Asean, mettendo in discussione il tradizionale principio di non interferenza negli affari interni degli Stati membri.

Per l’Asean è un dilemma importante: difendere la non interferenza rischia di apparire come indifferenza verso i diritti umani della popolazione birmana, sostenere l’indipendenza giudiziaria di Timor Est potrebbe però al contrario indebolire un principio che ha tenuto unito il blocco per decenni.

Ora toccherà alla Malaysia, che per il 2026 ha la presidenza di turno, gestire la crisi.

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