21/04/2010, 00.00
FILIPPINE
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Manila, suore e volontari messaggeri di speranza fra i detenuti

di Santosh Digal
Otto religiose della Congregazione delle Servants of the Holy Eucharist (SHE) hanno avviato un progetto di recupero rivolto ai carcerati. All’iniziativa hanno aderito 500 volontari, che operano da 15 anni in 36 prigioni filippine. L’obiettivo è restituire dignità e fiducia ai criminali e riparare il danno provocato alle vittime.
Manila (AsiaNews) – Prendersi cura dei carcerati e delle loro famiglie, trasformare il concetto di “crimine contro lo Stato” a “ferita verso una vittima innocente”, utilizzare il periodo di detenzione come momento di “correzione”, diffondendo la speranza e l’amore di Dio nelle prigioni del Paese. È il cammino di missione intrapreso da otto suore della Congregazione delle Servants of the Holy Eucharist (SHE), al quale hanno aderito oltre 500 volontari, fra uomini e donne. Negli ultimi 15 anni le religiose hanno diffuso il Vangelo e restituito dignità e fiducia a migliaia di prigionieri rinchiusi nelle 36 carceri dell’area di Manila, capitale delle Filippine.
 
Suor Zenaida Cabrera, coordinatrice del programma Caritas di assistenza ai detenuti, spiega ad AsiaNews le finalità dell’iniziativa: “la nostra maggiore preoccupazione è l’assistenza ai prigionieri e alle loro famiglie”. Il progetto è focalizzato sullo sviluppo di una comunità correttiva e riabilitativa, che sappia sostenere il detenuto durante la carcerazione e favorire il reinserimento in società al termine della condanna. “Il principio di una giustizia riabilitativa – continua suor Zenaida – vuole restituire una vita ai prigionieri, alle loro famiglie, alla comunità e, soprattutto, fare in modo che avvertano l’amore di Dio”.
 
L’obiettivo del progetto avviato dalle religiose è la nascita di una comunità di recupero ispirata ai principi di “giustizia e carità cristiana”, che sappia diffondere l’annuncio di Cristo ai prigionieri e a tutti i centri di detenzione delle Filippine. Ad oggi l’opera delle suore e dei volontari cattolici interessa le diocesi di Manila, Antipolo, Calcoocan, Cubao, Novaliches, Paranqque e Pasig.
 
Le suore intendono anche mostrare una diversa prospettiva del “crimine” ai detenuti. Il delitto non va considerato come “una violazione dello Stato di diritto” ma, secondo la tradizione giudeo-cristiana, come una “ferita” inferta alla vittima e alla sua famiglia. Ecco quindi che le parti in causa non sono più il colpevole e lo Stato, quanto piuttosto la vittima, il colpevole e le rispettive famiglie, la comunità e lo Stato.
 
In questo senso l’obiettivo non è più la “punizione” del colpevole, ma riparare il danno provocato, ristabilire il giusto equilibrio nelle relazioni e riportare la pace all’interno della comunità.
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