27/04/2026, 12.17
PAKISTAN
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Mentre media tra USA e Iran, Islamabad espelle i rifugiati afgani: più di 146mila nel 2026

Arresti senza mandato e deportazioni che colpiscono anche chi ha regolari documenti, denuncia Human Rights Watch. Donne e bambini vivono nascosti per evitare il rimpatrio, mentre giornalisti, attivisti ed ex collaboratori del precedente governo temono le persecuzioni dei talebani. Precaria anche la situazione di oltre mille afgani in Qatar, che gli Stati Uniti vorrebbero mandare in Congo. 

Islamabad (AsiaNews) - Mentre il mondo attende di sapere se i colloqui tra Stati Uniti e Iran proseguiranno a Islamabad, migliaia di rifugiati afgani vengono continuamente espulsi dal Pakistan come forma di pressione nei confronti del regime talebano di Kabul. La stretta delle autorità locali, ha denunciato Human Rights Watch in un recente rapporto, si è intensificata dopo il riaccendersi delle ostilità con l’Afghanistan a fine febbraio, una settimana prima che Israele e Stati Uniti lanciassero la guerra contro l’Iran. Islamabad, infatti, accusa Kabul di sponsorizzare e dare rifugio ai Tehrik-i-Taliban Pakistan, i pakistani talebani o TTP, responsabili di un aumento degli attentati terroristici in Pakistan dopo il 2021 nel tentativo di creare un Emirato islamico a modello di quello afgano. 

Secondo Human Rights Watch, dall’inizio dell’anno oltre 146mila afgani sono stati espulsi dal Pakistan, dopo essere stati arrestati senza mandato ed essere stati trasferiti in centri di detenzione. Come già successo in passato, in queste operazioni sono coinvolte anche persone in possesso di regolari documenti, mentre altri rifugiati sono rimasti privi di status giuridico dopo che nel 2023 il governo pakistano ha ordinato la sospensione dei rinnovi dei permessi di registrazione. 

In base alle testimonianze raccolte dall’organizzazione umanitaria, gli arresti sono stati condotti anche durante attività quotidiane, come fare la spesa, andare a scuola o a lavoro, e spesso prevedono anche la confisca di denaro e la richieste di tangenti. Chi non può pagare viene espulso. Molte donne afgane hanno cominciato a nascondersi dalle autorità per evitare di essere rimpatriate e subire le discriminazioni previste dal regime talebano. A rischio però sono anche tutti coloro che avevano collaborato con il precedente governo afgano prima del ritorno al potere dei talebani: giornalisti, attivisti ed ex collaboratori di vario tipo che non sono riusciti a trovare rifugio in un Paese terzo. 

Molti rifugiati evitano quindi gli ospedali o altre strutture pubbliche per paura di essere arrestati. Intere famiglie si barricano in casa mentre i bambini malati restano senza cure. In alcuni casi si sono registrate anche separazioni forzate: minori rimandati oltre confine senza genitori o famigliari dispersi durante il caos delle espulsioni. 

La pressione sull’Afghanistan, che dal 2021 non riesce a far fronte alla crisi umanitaria, ha raggiunto livelli preoccupanti quest’anno. Secondo una valutazione delle Nazioni unite di febbraio, dal 2023 almeno 5,4 milioni di persone sono rientrate da Pakistan e Iran, una situazione che sta spingendo il Paese “sull’orlo del collasso”. Nelle aree dove si concentrano i rifugiati di ritorno, nove famiglie su 10 utilizzano quelli che l’Onu definisce i meccanismi di sopravvivenza negativi: saltare i pasti, indebitarsi o vendere i propri beni nel tentativo di far fronte alle difficoltà economiche. Solo nel 2025 si sono verificate verso l’Afghanistan quasi 3 milioni di espulsioni, il “più grande numero di rimpatri che abbiamo mai registrato verso un singolo Paese”, ha fatto sapere l’Agenzia Onu per i rifugiati. La maggior parte delle persone, però, vorrebbe ripartire perché non è in grado di ricostruire una vita disgnitosa e sostenibile dal punto di vista economico. 

La nuova ondata di espulsioni avviene in un momento politicamente delicato per il Pakistan, che sta cercando di mediare i colloqui tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime settimane la città è stata sottoposta a misure di sicurezza straordinarie in previsione di negoziati, nei confronti dei quali tuttavia la situazione rimane incerta. 

Ma il dramma dei rifugiati afgani non si ferma a Iran e Pakistan. Anche coloro bloccati in Paesi terzi dopo la fuga dal Paese nel 2021 rischiano un ritorno forzato. È il caso, per esempio, di circa un migliaio di rifugiati in Qatar, ex collaboratori dell’esercito statunitense a cui Washington aveva promesso un reinsediamento in suolo americano. Gli Stati Uniti hanno ancora una volta preso in considerazione il reinsediamento in Paesi terzi, come la Repubblica Democratica del Congo. 

In risposta alla situazione, il ministero degli Esteri talebano ha di recente rilasciato un comunicato secondo cui il ritorno in Afghanistan sarebbe sicuro: “l’Afghanistan costituisce la patria comune di tutti gli afgani” e chiunque si trovi all’estero è invitato “a tornare in patria, le cui porte rimangono aperte per loro, con piena fiducia e serenità”, ha dichiarato il portavoce Abdul Qahar Balkhi, aggiungendo che “coloro che intendono recarsi in un altro Paese possono farlo al momento opportuno attraverso canali legali e dignitosi”, ma “in Afghanistan non esistono minacce alla sicurezza e nessuno è costretto a lasciare il Paese per motivi di sicurezza”, ha ribadito. La stragrande maggioranza degli afgani non crede a queste parole. Anche dopo la riconquista del Paese nel 2021 i talebani avevano promesso che avrebbero tutelato la libertà e i diritti delle donne. Hanno preso la direzione opposta.

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