17/06/2022, 10.15
IRAN
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Migliaia di docenti iraniani in piazza contro gli arresti dei colleghi e per salari dignitosi

Le manifestazioni hanno toccato Teheran e altri centri fra cui Ahvaz, Sari, Rasht, Sanandaj e Kermanshah. Le forze della sicurezza sono intervenute compiendo un centinaio di arresti fra gli attivisti. Le sigle sindacali accusate di essere entità “nemiche” al soldo di governi stranieri per alimentare il malcontento. 

Teheran (AsiaNews) - In prima fila nella lotta contro le politiche del governo iraniano guidato dal presidente Ebrahim Raisi vi sono gli insegnanti che, anche ieri, a migliaia sono scesi in piazza per manifestare il malcontento popolare innescando la dura risposta delle autorità. Docenti di ogni grado hanno marciato in diverse zone della Repubblica islamica, nel solco della protesta popolare che da qualche tempo anima le piazze, chiedendo “una vita dignitosa” e “la liberazione” dei colleghi arrestati che oggi “languiscono nelle prigioni statali”. 

I manifestanti hanno sfilato nella capitale, Teheran, e in diversi centri di primo piano fra cui Ahvaz, Sari, Rasht, Sanandaj e Kermanshah, circondati da imponenti misure di sicurezza e sotto lo sguardo di poliziotti in tenuta anti-sommossa e agenti dell’intelligence in borghese. Secondo quanto riferiscono le sigle sindacali, a poche ore dall’inizio dei raduni le forze dell’ordine sono intervenute arrestando fino a 100 attivisti di primo piano a livello nazionale. Fra questi almeno 60 nella città meridionale di Shiraz, in quella che sembra essere una misura preventiva per ridurre al minimo la portata delle manifestazioni.

Gli insegnanti hanno intonato slogan e canti, fra i quali “preferiamo la morte all’umiliazione” senza risparmiare critiche - anche dure - al presidente Raisi per le sue “bugie” e le “molte promesse che sono cadute poi nel nulla”. I dimostranti hanno accusato il leader iraniano di aver trascinato la classe media ben al di sotto della soglia di povertà in meno di un anno di presidenza.

“I dipendenti del servizio pubblico, i lavoratori, gli insegnanti e i pensionati - si legge in un documento pubblicato contestualmente alla protesta - hanno perso tutti la forza di lottare contro un’inflazione ormai inarrestabile. E il potere di acquisto [dei salari] diminuisce ogni giorno di più”. Gli insegnanti hanno poi ricordato la lunga serie di manifestazioni degli ultimi mesi di vari settori della società, piagata da un costo della vita insostenibile e legato a politiche “fallimentari”. Nel mirino anche la decisione di “ricorrere a misure violente ed estreme” contro quanti alzano le loro “grida di protesta” o le torture inferte ai colleghi incarcerati per estorcere confessioni.

Di recente la tv di Stato iraniana ha trasmesso un breve documentario in cui il sindacato degli insegnanti viene descritto come entità nemica dedita ad attività di sabotaggio e al soldo di agenzie di intelligence straniere. Accuse respinte al mittente dai sindacalisti, che parlano di “campagna di fango” per reprimere il malcontento popolare. L’apparato dell’intelligence, conclude la nota, promuove la narrativa dello “spionaggio” solo per avere un pretesto per una repressione ancora più dura e la successiva eliminazione di movimento legati alla società civile.

Crisi economica, aumento dei prezzi e taglio ai sussidi hanno trasformato la nazione in una polveriera, che rischia di esplodere o venire repressa al prezzo di morti e arresti, come avvenuto nel 2009 o, 10 anni più tardi, nell’autunno 2019. Di diverso vi è il fatto che le persone non sono più disposte a tollerare le criticità, per alimentare la propaganda ufficiale. Questa gestione della crisi è destinata a presentare il conto in un quadro politico, economico e sociale che già oggi viene definito “esplosivo” e in cui si contano diverse vittime. A scatenare il malcontento la decisione di tagliare i sussidi per grano e cereali, con aumenti fino al 300%. Circa la metà degli 85 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà e a poco valgono le ragioni accampate dalle autorità, che legano la crescita dei prezzi alla guerra in Ucraina e alla crisi globale di merci e trasporti. A questo si aggiungono scelte ideologiche di una classe dirigente percepita come corrotta e incompetente che dilapida fondi e risorse per il programma di armi nucleari e missili balistici.

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