16/12/2021, 09.37
IRAN
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Docenti iraniani in piazza per salari e diritti. La polizia reprime la protesta

Gli insegnanti hanno manifestato in 120 città, comprese Teheran e Qom. Fra le richieste il rilascio dei leader sindacali di categoria arrestati e maggiore equità nei salari. Raisi ha aumentato del 240% la spesa militare, ma ha concesso un misero 10% agli insegnanti. Il Parlamento tenta di disinnescare il malcontento. 

Teheran (AsiaNews) - In Iran si è aperto un nuovo fronte di protesta che coinvolge il corpo docente, con decine di migliaia di insegnanti scesi in piazza nei giorni scorsi in 120 metropoli e cittadine, compresa Teheran e la città santa sciita di Qom. La polizia ha risposto - come spesso avviene in queste occasione - con la repressione del malcontento e arresti, ma sindacati e cittadini promettono battaglia e non intendono cedere di fronte all’uso della forza. Nella capitale centinaia di professori si sono ritrovati il 14 dicembre davanti alla sede del Parlamento (Majlis), in pieno centro, scandendo slogan e canti e chiedendo il rilascio immediato di un leader sindacale di categoria. I deputati, nel tentativo di disinnescare la protesta, hanno votato ieri un aumento dei salari.

Uno dei punti caldi della protesta è la città di Shiraz, capoluogo della provincia di Fars, nella zona centro meridionale del Paese, dove per giorni migliaia di professori hanno riempito la piazza. Oltre alla capitale, il dissenso ha toccato le strade di Yasouj, capoluogo della provincia di Kohgiluyeh e Buyer Ahmad. Gli insegnanti hanno promosso picchetti davanti alle sedi dei provveditorati e degli uffici della pubblica istruzione in 60 città e 25 province della Repubblica islamica.

I docenti chiedono maggiore equità nei salari e il rilascio dei leader sindacali della scuola incarcerati, oltre all’applicazione dell’assicurazione sanitaria promessa da tempo e le erogazioni pensionistiche. A questo si aggiunge l’annosa battaglia per la fine delle discriminazioni (etniche e confessionali) all’interno del sistema educativo, l’introduzione di limiti alla libertà di privatizzare garantendo libertà agli istituti educativi. Infine, maggiori risorse per la ristrutturazione degli edifici scolastici che, in molte parti, si presentano in condizioni fatiscenti.

Il malcontento degli insegnanti si inserisce in un quadro di profonde difficoltà per l’economia iraniana, affossata dalle sanzioni Usa per il programma nucleare del Paese e dalla crisi sanitaria innescata dalla pandemia di Covid-19. Nelle scorse settimane hanno manifestato i lavoratori del comparto petrolifero, che rivendicano mesi di pagamenti arretrati mentre il tasso di inflazione alle stelle ha abbattuto il potere di acquisto dei salari.  

Sulle manifestazioni è intervento il Center for Human Rights in Iran (Chri), che rivendica il diritto alla protesta senza la minaccia di arresti, violenze o arresti arbitrari. “Gli insegnanti - sottolinea il direttore esecutivo Chri Hadi Ghaemi - sono uno dei pilastri della società, eppure il governo ignora i loro bisogni e sopprime con violenza le proteste, mentre le forze di sicurezza possono gettarli in prigione con false accuse”. Le “priorità” dell’esecutivo sono “chiare”, aggiunge, perché “gli insegnanti non hanno le risorse di cui hanno bisogno per educare gli studenti, mentre i bilanci militari e dei media statali sono aumentati in modo significativo”. 

Il riferimento è al budget della nazione presentato il 12 dicembre scorso al Majlis dal presidente Ebrahim Raisi, che prevede aumenti del 240% delle spese militari e dei fondi a disposizione dei Guardiani della rivoluzione (Pasdaran, quasi 30 miliardi di euro) e del 56% per i media di Stato con lo sblocco di oltre un miliardo di euro. Ben diverse le risorse per i dipendenti statali, compreso il corpo docente, con un aumento medio del 10%. L’escalation delle proteste e il timore di nuovi scontri ha spinto i parlamentari ad approvare ieri un aumento dei salari per insegnanti della scuola primaria e secondaria, pari all’80% circa dello stipendio medio di un docente universitario.

Una delle prime decisioni prese dal presidente Raisi dopo aver vinto le elezioni a giugno è stata quella di bloccare l’aumento degli stipendi degli insegnanti, approvato dal precedente esecutivo. Una linea che non sembra essere di buon auspicio in un’ottica di maggiori diritti e libertà per gli insegnanti, compresa la scarcerazione di quanti, in passato, hanno manifestato per migliorare il livello dell’istruzione e la libertà educativa. Quattro di loro fra il 2014 e il 2019 sono stati condannati a morte e tre - di etnia araba e curda - sono già stati giustiziati.

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