12/04/2024, 14.56
GIORDANIA
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Mons. Shomali: solidarietà giordana a Gaza, ma restano fondamentali i rapporti con Israele

di Daniele Frison

Il vescovo ausiliare di Gerusalemme e vicario patriarcale per la Palestina commenta le proteste ad Amman. "Sono le relazioni diplomatiche oggi a permettere anche l'invio di aiuti nella Striscia". Il sostegno del Patriarcato Latino alla parrocchia della Sacra Famiglia, da dove alcuni studenti stanno arrivando ad Amman. "Papa Francesco unica voce equilibrata". 

Roma (AsiaNews) - Ad Amman continuano le proteste iniziate lo scorso 24 marzo, quando una folla si è radunata davanti all’ambasciata d’Israele, chiusa da mesi. I manifestanti chiedono la revoca del Trattato di pace con Israele firmato nel 1994, accusando l’amministrazione hashemita di non fare abbastanza per la sofferente popolazione della Striscia di Gaza. “I contestatori in Giordania sono una minoranza - dice ad AsiaNews mons. William Shomali, vescovo ausiliare del Patriarcato Latino in collegamento da Gerusalemme -. Chiedono anche l’apertura di un varco con la Cisgiordania, così da poter sostenere le guerriglie di Hamas. Questo non si può fare”. La maggioranza della popolazione è d’altro canto soddisfatta delle azioni solidali sostenute negli ultimi mesi da re Abd Allah II.

Le proteste in corso nella Capitale non hanno eguali in nessuno dei Paesi arabi; molti sono infatti i giordani di origine palestinese, i cui familiari sono fuggiti dalla Palestina tra il 1948 e il 1967, che sentono come proprie le angosce dei “fratelli” gazawi. Sulle minacce di Teheran di un'azione verso Israele a seguito del raid contro l'ambasciata iraniana di Damasco, Shomali afferma che una simile offensiva non sarebbe appoggiata dalla Giordania. “È complicato prevedere uno sviluppo in questo senso. Una risposta può essere diretta dall’Iran, come dai suoi satelliti, gli Houti in Yemen e Hezbollah in Libano - afferma -. Difficile che provenga da suolo giordano, non ci sono buone relazioni con l’Iran”.  

Ad alimentare i movimenti di piazza è anche la difficile situazione economica in cui attualmente versa la Giordania. “Gli aiuti internazionali (1,5 miliardi di dollari dagli Usa all’anno, ndr) non sono sufficienti per sostenere l’accoglienza delle tante persone rifugiate nel Paese, provenienti da Siria, Iraq e dalla stessa Palestina. Inoltre, il turismo è in calo, come in tutto il Medio Oriente; influisce anche la mancanza di petrolio”, continua mons. Shomali, già vicario per i cattolici latini in Giordania. Per questo motivo le relazioni diplomatiche con Israele sono fondamentali. Ma lo sono anche per continuare a garantire aiuti alla popolazione gazawa, nonché per facilitare l’evacuazione delle persone con un permesso di residenza nel Regno Hascemita. “È grazie alla continuità dei legami con Israele che ogni due giorni aerei giordani sorvolano Gaza lanciando cibo e medicinali. Con l’interruzione dei rapporti non si potrebbe fare tutto questo”, dice. 

La solidarietà giordana nei confronti delle persone palestinesi che vivono nella Striscia ha permeato anche le comunità cattoliche del Paese, vicine alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza City già prima del 7 ottobre. “Hanno organizzato una colletta. Anche se quello che hanno raccolto non è molto, è un grande segno di vicinanza. Molti cristiani vengono da Gerusalemme, Betlemme, qualcuno anche da Gaza”, aggiunge. Alcuni studenti gazawi frequentano in Giordania l'AUM (American University of Madaba), istituto di formazione sotto la tutela del Patriarcato Latino. “Oggi cinque di loro hanno attraversato il passo di Rafah; prenderanno l’aereo da Il Cairo per Amman, dopo sette mesi di assenza. Sono studenti bravissimi; abbiamo offerto loro delle borse di studio, siamo molto soddisfati del risultato”, continua Shomali. Con loro hanno raggiunto il valico su un bus altre venti persone. 

Sono due i ruoli che il Patriarcato Latino di Gerusalemme sta ricoprendo in questo momento di crisi: spirituale e umanitario. “Preghiamo per la pace. Noi crediamo nella forza della preghiera, anche se per il momento non ha portato tutti i frutti che desideriamo”, sottolinea il vescovo ausiliare ad AsiaNews. Ma, soprattutto, mette in campo tutte le risorse possibili per attenuare le esigenze umanitarie della comunità della Sacra Famiglia di Gaza, che al momento ospita 100 persone cattoliche, e altre 480, per lo più ortodosse. Molti fedeli sono stati evacuati, altri hanno perso la vita. “Grazie alle donazioni giunte da tutto il mondo all’inizio della crisi siamo riusciti a mandare loro una grande somma di denaro, quando le banche erano operative. Grazie a questi soldi possono comprare da mangiare”, spiega. Infatti, nonostante gli aiuti umanitari lanciati dagli aerei nelle ultime settimane siano donati, a raccoglierli sono spesso persone che successivamente li mettono in vendita, a scapito delle fasce più fragili di popolazione. “Ieri la nostra parrocchia ha acquistato mille polli congelati, da consumare a breve prima della scadenza. Sono stati pagati 80mila shekel (circa 20mila euro, ndr), una grossa somma; è circa dieci volte il normale prezzo - continua mons. William Shomali -. Non c’è alternativa ora per nutrire i fedeli; ci sono mamme che allattano, bambini che devono crescere. Il pane, che per fortuna non manca, non basta”. 

Una comunità cristiana che ha dato prova di una instancabile fede anche nel tempo pasquale. “La parrocchia ha continuato la liturgia per tutta la Quaresima; insieme ai cattolici, anche gli ortodossi vi hanno partecipato, abbiamo visto molte fotografie”, continua Shomali. “Hanno cantato hallelujah in mezzo ai bombardamenti. Questo è un paradosso. Cantare hallelujah, accendere il cero pasquale in mezzo a una guerra dove la gente muore, o è vestita di nero a causa dei lutti. Questa è la nostra fede”. Ora il desiderio è che il messaggio di pace di Pasqua - celebrata nonostante la guerra - si traduca in fatti. In queso senso sono di grande sostegno le parole di Papa Francesco. “Continua a dire che ogni guerra è una sconfitta: nessuno infatti può affermare di guadagnarci. Chiede la soluzione a due Stati. È l’unica voce equilibrata - afferma il vescovo -. Telefona spesso alla nostra parrocchia a Gaza, un gesto bellissimo. Manifesta vicinanza, ma anche dà una lezione al mondo: non si può lasciare sola questa piccola comunità”.

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