03/05/2022, 10.37
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Mosca gioca la carta nucleare per rilanciare alleanze in Medio oriente

di Dario Salvi

L’atomica attira i Paesi della regione per soddisfare il fabbisogno energetico e ridurre il livello degli inquinanti da idrocarburi. Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati hanno già avviato progetti e ne stanno elaborando di nuovi. Al centro della partita il gigante russo del settore Rosatom. Restano i dubbi sull’effettiva sicurezza degli impianti e il timore di incidenti.

Milano (AsiaNews) - Isolata dall’Occidente per la guerra in Ucraina, Mosca guarda a Oriente - dalla Cina alle nazioni del Golfo, passando per la Turchia - per rilanciare affari e commerci. Con un valore aggiunto, costituito dalla “carta nucleare” alla quale sempre più Paesi dell’area, anche i principali produttori mondiali di petrolio, guardano con crescente attenzione per soddisfare da un lato il bisogno energetico e, dall’altro, centrare gli obiettivi di riduzione degli inquinanti. Anche perché la regione mediorientale e il Nord Africa sono fra le più colpite dai cambiamenti climatici, con un innalzamento delle temperature preoccupante che potrebbe innescare criticità nel lungo periodo come siccità, carestie e prosciugamento delle riserve idriche. 

Oltre il petrolio, una regione nucleare?

Ancora agli albori, lo sviluppo dell’energia nucleare prende sempre più piede con almeno sei Paesi che rivendicano crescenti ambizioni: Turchia, Egitto, Giordania, Iran, Emirati Arabi Uniti (Eau) e Arabia Saudita. Questi ultimi tre sono, fra gli altri, in cima alla lista delle nazioni inquinanti per gas serra, da qui il crescente interesse per l’atomica che garantirebbe anche benefici nell’ambito occupazionale e per manodopera qualificata. Ciononostante, al momento vi sono solo due - almeno ufficialmente - impianti attivi: le centrali di Bushehr in Iran e di Barakah negli Emirati. Mentre le aspirazioni nucleari della Repubblica islamica sarebbero subordinate anche - almeno secondo le accuse dell’Occidente - allo sviluppo di armi, Abu Dhabi sarebbe la prima nella regione del Golfo ad adottare un programma pacifico per la produzione di energia nucleare.

In Arabia Saudita è attivo dal 2010 il centro di ricerca King Abdullah City for Atomic and Renewable Energy, al quale spetta il compito di supervisionare il programma finalizzato alla costruzione di due grandi centrali. Esso è parte di una più ampia strategia del Regno per le energie rinnovabili, nell’ambito della Vision 2030 voluta dal principe ereditario Mohammad bin Salman (Mbs). 

A tutti questi Paesi il gigante russo del nucleare Rosatom guarda con attenzione e interesse, per stringere accordi finalizzati alla costruzione di nuovi impianti in un mercato in grande espansione. Durante Expo2020 a Dubai, da poco concluso, il responsabile dell’ente per il Medio oriente e il Nord Africa Alexander Voronkov ha dichiarato a S&P Global Platts che Riyadh è una delle realtà con le quali Rosatom “è pronta a collaborare nel momento in cui verranno indette le gare di appalto, dalla fornitura di carburante alla costruzione di impianti”.

Negli Emirati è stata selezionata per la fornitura di uranio arricchito e ha già avviato progetti con Turchia ed Egitto. Il progetto con il Cairo prevede la realizzazione di quattro unità da 1.200 MW a Dabaa, la cui entrata in funzione è prevista entro il 2028. I lavori di preparazione dovrebbero essere completati entro la seconda metà del 2022; a metà aprile una delegazione di alto livello russa si è recata nel Paese dei faraoni per verificare l’iter dei lavori e fissare i prossimi obiettivi. Le sanzioni occidentali a Mosca non dovrebbero avere ripercussioni negative nel settore e, come ha scritto la stessa Bloomberg a marzo, anche la Casa Bianca si è mostrata riluttante nel colpire direttamente la Rosatom con misure punitive.

Lo zar e il sultano

Fra quanti si sono spesi con maggior vigore nel tentativo di raggiungere un accordo di pace, o quantomeno di raffreddare gli animi del conflitto russo-ucraino vi è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, con un piede nella Nato e uno sguardo rivolto a Mosca. Uno sforzo diplomatico da rivendere in chiave interna, per rilanciare le quotazioni di una leadership offuscata da tensioni e pesanti problemi economici. E un modo per affermarsi come attore di primo piano sul palcoscenico internazionale. Di certo vi è che Ankara non si accoda al treno europeo e statunitense delle sanzioni, cercando di preservare il più possibile i rapporti commerciali con Mosca (e Kiev). 

In questo quadro di fragile equilibrio si inserisce la costruzione della prima centrare nucleare in Turchia della Rosatom, con un progetto da quasi 20 miliardi di euro appannaggio di una nazione che fornisce il 45% del gas e il 17% del petrolio usato annualmente dall’ex impero ottomano anch’esso affamato di energia, con il “sultano” Erdogan che cerca di mantenere un canale di dialogo privilegiato con lo “zar” Vladimir Putin. L’entrata in funzione del primo impianto nucleare dovrebbe avvenire entro il 2023 ad Akkuiu, nella provincia meridionale di Mersin e prevede la presenza di tre reattori ad acqua pressurizzati Vver-1200 – in costruzione - e di un quarto allo stadio preliminare di progettazione. Il completamento dei lavori dovrebbe avvenire entro il 2026, fornendo al Paese circa 27,5 terawattora all’anno, pari a circa il 9% del fabbisogno energetico. Dopo Akkuiu, realizzata nel 2010 grazie a un accordo diretto fra Mosca e Ankara, ora la Turchia sembra voler spingere sull’acceleratore e procedere con nuovi progetti finalizzati alla costruzione di altri impianti. Anche questa partita dell’atomica, giocata assieme a sauditi, emirati e iraniani solo per fare alcuni nomi - senza dimenticare Israele, ad oggi unica potenza nucleare della regione - potrebbe dar vita a nuovi equilibri e scenari ad oggi difficili da tracciare. 

Nucleare e clima

Infine, la questione relativa all’uso dell’energia nucleare ingloba anche il tema dei cambiamenti climatici. I dati diffusi dagli esperti dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) mostrano come le nazioni del Golfo facciano uso per il 90% di idrocarburi, fra i principali responsabili dell’immissione di anidride carbonica e metano nell’atmosfera. L’impatto dell’atomica, in questo senso, è pressoché nullo ed è per questo che sempre più governi ne studiano l’utilizzo per raggiungere gli obiettivi fissati dal Net-Zero, ovvero la riduzione di emissioni di gas serra entro i prossimi decenni.

Certo l’energia nucleare non è priva di dubbi e perplessità, oltre che di timori relativi a possibili incidenti con pesanti ripercussioni sulla salute delle persone e dell’ambiente in una realtà in cui non mancano peraltro conflitti e tensioni. Uno degli esempi di compromesso è quello legato alle attività di desalinizzazione (processo che permette di separare il sale dall’acqua di mare), la metà delle quali al mondo avviene proprio nella zona. E sono proprio i Paesi del Golfo come gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Kuwait i primi a sfruttare il processo, ottenendo oltre il 90% dell’acqua potabile per il fabbisogno. Un evento avverso finirebbe per provocare ripercussioni devastanti sulle possibilità di accesso all’acqua, che si vanno a sommare all’aumento di 1,5 gradi delle temperature, dato doppio rispetto alla media globale.

Per gli esperti è necessario valutare con attenzione rischi e pericoli di un clima estremo che può danneggiare gli impianti nucleare e provocare radiazioni i cui effetti nocivi rimarrebbero per centinaia di anni. E le ondate di caldo europee che hanno spento o rallentato le attività dei reattori nucleari in Francia e Germania nel 2003 e nel 2019 sono più di un campanello di allarme. 

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