11/02/2022, 10.59
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P. Prakash: 'Le proteste sull'hijab non c'entrano con la religione'

di Alessandra De Poli

Nel Karnataka le scuole sono state chiuse per tre giorni dopo i disordini scoppiati contro il divieto di indossare in classe il velo islamico. Le proteste si sono diffuse in tutto il Paese in concomitanza con l'apertura dei seggi in Uttar Pradesh. Il gesuita p. Cedric Prakash: "È una strumentalizzazione, il valore dell'India sta nella sua diversità".

New Delhi (AsiaNews) – “L’hijab si è sempre indossato, la questione emersa nei giorni scorsi non ha niente a che vedere con la religione o con la pluralità dell’India”. E' quanto spiega ad AsiaNews p. Cedric Prakash, sacerdote gesuita e attivista per i diritti umani cresciuto a Mumbai e ora in Gujarat.

Nei giorni scorsi lo Stato del Karnataka ha deciso di chiudere le scuole e le università per tre giorni dopo le violente proteste scoppiate contro il divieto di indossare l’hijab. La vicenda è iniziata in una scuola superiore di Udupi, uno dei tre distretti statali dove il Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito nazionalista indù del primo ministro Narendra Modi gode di grande popolarità.

La scuola aveva deciso di vietare alle ragazze di indossare l’hijab in classe, permettendo di portarlo nel resto del campus. Il preside aveva dichiarato che gli insegnanti hanno bisogno di vedere il volto delle studentesse e che è necessario non fare discriminazioni nel rispetto dell’uniforme.

Dopo che altri istituti hanno iniziato a imporre il divieto, le studentesse si sono opposte: lasciate fuori dai cancelli della scuola, hanno marciato con i compagni maschi in segno di protesta. Ci è voluto poco perché i disordini si diffondessero nel resto dell'India, dove le minoranze religiose, soprattutto i musulmani e i cristiani, si sentono sempre più minacciate dal Bjp e il suo ultranazionalismo.

Al grido “Jai Shri Ram” (Gloria al Signore Rama) degli indù si è levato in risposta “Allahu Akbar” (Dio è il più grande) dei musulmani. Diversi studenti hanno organizzato delle controproteste indossando degli scialli color zafferano, considerato il colore dell’induismo. Quando poi però sono iniziati lanci di pietre e incendi è stata imposta una legge del tempo coloniale che proibisce i raggruppamenti di più di quattro persone.

Secondo le studentesse musulmane la Costituzione indiana garantisce la libertà di espressione e di religione, una tesi confermata da p. Prakash: “Anche a livello giuridico il divieto non sta in piedi”. Dopo un’istanza presentata all’Alta corte del Karnataka, la questione sta ora venendo discussa anche alla Corte suprema. Nel frattempo, mentre il caso verrà valutato, è stato emanato l’ordine provvisorio di non indossare abiti religiosi negli istituti scolastici, che potranno riaprire.

“È chiaramente una strumentalizzazione”, continua il sacerdote membro della Compagnia di Gesù. “I colori non appartengono a nessuna religione, e anche il velo è una questione più culturale che religiosa: in passato le donne indù e cristiane mettevano il velo per andare al tempio, in chiesa e quando andavano a visitare gli anziani. Le donne musulmane invece lo mettevano soprattutto per andare in moschea, non lo portavano durante le attività quotidiane”.

Quella che l'India ha sperimentato negli utlimi anni è quindi una progressiva polarizzazione: il nazionalismo indù è diventato sempre più minaccioso e le minoranze hanno sentito il bisogno di difendersi.

“Il fascismo funziona allo stesso modo in tutte le parti del mondo: basta prendere una questione secondaria e farla diventare un caso nazionale per distrarre la gente dalle questioni veramente importanti, come la crescente povertà, la disoccupazione e l’inquinamento delle città. Adesso è l’hijab, prima era il love jihad o la legge anti-conversione”, spiega p. Prakash. “Le minoranze vengono demonizzate e la loro reazione non può che essere una sola, una chiusura su stesse. I musulmani ora preferiscono mandare i figli alla madrasa islamica e far loro avere un’istruzione più fondamentalista, le minoranze vengono così ghettizzate dalla maggioranza et voilà, abbiamo uno Stato fascista”.

C’entra la politica, quindi, più che la religione: in Uttar Pradesh, lo Stato indiano più popoloso e roccaforte del Bjp, ieri si sono aperti i seggi per le elezioni dell’Assemblea legislativa. Il processo elettorale, che si aprirà presto anche in altri quattro Stati indiani, dura un mese perché diviso in sette fasi. I 403 membri della Camera bassa locale sono eletti ogni cinque anni.

Quasi 2mila chilometri separano Karnataka e Uttar Pradesh, “ma con i social non esiste distanza”, prosegue p. Prakash. “Video e meme diventano subito virali e influenzano il processo elettorale in tutto il Paese”.

“Al momento è troppo difficile dire se il Bjp resterà al potere oppure no”, spiega ancora p. Prakash. “Il partito ha sempre cercato il sostegno degli agricoltori, ma il Bjp ha anche soldi per comprare le persone ed esercita la violenza e la manipolazione. Da una parte sui social si sta anche creando una forte opposizione, ma nelle aree povere e marginali non arriva niente di tutto ciò, c’è solo la tv di Stato”.

“Le radici dell’India sono nel pluralismo”, conclude il sacerdote gesuita. “Noi come minoranza non vogliamo sparire e non spariremo. Non vogliamo essere frammentati. L’India è fatta di centinaia di lingue, tradizioni e cibi diversi. Chi vuole imporre una singola identità su tutte le altre è un fascista, ma io credo che si possa essere una nazione e un popolo creando un più ampio spazio democratico e mantenendo la diversità, vera ricchezza di questo Paese”.

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