27/05/2022, 12.00
AFGHANISTAN
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P. Scalese: 'È ora di tornare in Afghanistan'

di Chiara Zappa

Per il responsabile della Missio sui iuris afghana, "il mondo sta dimenticando il Paese, che è in condizioni disperate". Mentre i gesuiti puntano a riavviare le loro attività, l'unica chiesa - che si trova nella capitale - non è stata toccata. La cooperazione italiana lavora dal Pakistan, "ma bisognerebbe riaprire a Kabul".

Milano (AsiaNews) - A dieci mesi dal ritorno dei talebani a Kabul, "il mondo si sta dimenticando dell’Afghanistan". È il grido d’allarme consegnato ad AsiaNews da p. Giovanni Scalese, responsabile della Missio sui iuris nel Paese, fuggito lo scorso agosto con gli ultimi cattolici rimasti e che oggi rilancia l’opportunità di «trovare i modi per ripristinare la presenza internazionale, a cominciare da quella della cooperazione italiana».

Il missionario 66enne, referente della minuscola Chiesa afghana dal 2014, appartiene alla congregazione dei Barnabiti, a cui fu affidata nel 1933 la custodia dell’unico luogo di culto cattolico, che sorge all’interno dell’ambasciata italiana.

Padre Scalese, che ne è oggi di quella chiesa?

"In questo momento è vuota, visto che praticamente tutti i fedeli che vi si recavano, stranieri che si trovavano a Kabul per motivi di lavoro o di servizio, nei mesi precedenti l’occupazione talebana della capitale se ne erano andati. In realtà, ho saputo con piacere che di recente alcuni operatori delle Nazioni Unite, tra i quali un buon numero frequentava la comunità, hanno fatto ritorno, ma la nostra ambasciata al momento opera da Doha, in Qatar. I suoi rappresentanti presenti in loco ci hanno comunque confermato che la chiesa è in sicurezza, nelle condizioni in cui l’abbiamo lasciata: nessuno in questi mesi l’ha toccata".

E per quanto riguarda la comunità cattolica? Qualcuno è rientrato, magari tra i religiosi?

"I gesuiti, che a Kabul gestiscono il Jesuit Refugee Service, stanno pensando di riaprire le loro attività, naturalmente in modo graduale e osservando le necessarie misure di sicurezza. L’unica via è richiedere visti da operatori sociali: il governo talebano sembra favorevole a un ritorno di chi era impegnato al servizio della popolazione, visto che oggi la gente è in gravissima difficoltà. Più complicata è la situazione per quanto riguarda le suore: per l’attuale regime, infatti, la presenza di donne sole non è tollerabile. So che a una di loro è stato detto: 'Ma certo che puoi tornare, basta che ti sposi!'…".

Come si sta muovendo la cooperazione internazionale?

"Come dicevo, alcuni uffici delle Nazioni Unite hanno riaperto, mentre la cooperazione italiana attualmente opera dal Pakistan: sono convinto invece che avere di nuovo una presenza sul territorio sarebbe molto importante per incidere su una situazione umanitaria tragica, aggravata dal congelamento dei depositi afghani nelle banche estere. La gente lotta per sopravvivere e cerca qualunque possibile via per andarsene".

Lei che cosa farà?

"La decisione dipende dalla Santa Sede. È vero che, a differenza dei religiosi di cui parlavo, il mio visto è sempre stato diplomatico, e non avrebbe senso concedermelo finché l’ambasciata italiana resta chiusa. Tuttavia, la questione deve essere affrontata, e ne ho parlato apertamente con i rappresentanti del Vaticano. Durante il primo incontro della Conferenza episcopale dei vescovi dell’Asia centrale, tenutasi il mese scorso in Kazakhstan, con noi si è collegato il cardinale Tagle, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, e ho colto l’occasione per sollecitarlo: 'Eminenza, non sarebbe il caso di ricominciare a parlare dell’Afghanistan?'”.

Nel corso dello stesso incontro, lei ha chiesto che la Chiesa afghana sia formalmente rappresentata nella Conferenza episcopale dell’Asia Centrale: perché?

"In quella sede sono stato invitato a rappresentare una missione che, per quanto in questo momento sia ufficialmente impedita, è una realtà ecclesiale esistente e penso sia significativo che possa avere una voce. Per esperienza, inoltre, so quanto ci si possa sentire isolati e quanto sia importante essere inseriti in una rete più ampia, che non vuole essere un’istituzione burocratica bensì uno strumento di comunione umana e cristiana".

Tra le questioni che avete discusso a Nursultan c’è la visita di Papa Francesco in Kazakhstan a settembre, in occasione del Congresso delle religioni mondiali e tradizionali: pensa che sarà un’occasione per riallacciare il dialogo anche con la Chiesa ortodossa russa?

"La Russia di fatto considera i Paesi ex sovietici come un suo territorio canonico. E sebbene in realtà essi presentino oggi una pluralità interessante - in Kazakhstan per esempio sono presenti anche le Chiese cattoliche orientali, tra cui quella ucraina -, senz’altro Francesco avrà modo di incontrare rappresentanti locali del patriarcato di Mosca. Speriamo possano essere incontri fruttuosi".

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