09/02/2011, 00.00
VATICANO
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Papa: chi predica sia testimone di Gesù e abbia una vita moralmente coerente

All’udienza generale Benedetto XVI illustra la figura di san Pietro Canisio, proclamato dottore della Chiesa da Pio XI. In mezzo alle mille attività e ai molteplici stimoli che ci circondano, è necessario trovare ogni giorno dei momenti di raccoglimento davanti al Signore per ascoltarlo e parlare con lui.
Città del Vaticano (AsiaNews) – Il ministero apostolico è incisivo e produce frutti solo se il predicatore è testimone di Gesù e conduce una vita moralmente coerente. E’ quanto mostrano le opere e la vita di san Pietro Canisio, il dottore della Chiesa alla quale Benedetto XVI ha dedicato la sua riflessione per l’udienza generale.
 
A san Pietro Canisio, ha sottolineato il Papa, si deve l’indicazione e il “metodo” per il quale “la vita cristiana non cresce se non è alimentata dalla partecipazione alla liturgia, in modo particolare alla santa messa domenicale, e dalla preghiera personale quotidiana”. “In mezzo alle mille attività e ai molteplici stimoli che ci circondano, è necessario trovare ogni giorno dei momenti di raccoglimento davanti al Signore per ascoltarlo e parlare con lui. Allo stesso tempo, è sempre attuale e di permanente valore l’esempio che san Pietro Canisio ci ha lasciato, non solo nelle sue opere, ma soprattutto con la sua vita. Egli insegna con chiarezza che il ministero apostolico è incisivo e produce frutti di salvezza nei cuori solo se il predicatore è testimone personale di Gesù e sa essere strumento a sua disposizione, a Lui strettamente unito dalla fede nel suo Vangelo e nella sua Chiesa, da una vita moralmente coerente e da un’orazione incessante come l’amore. E questo vale per ogni cristiano che voglia vivere con impegno e fedeltà la sua adesione a Cristo”.  
Proseguendo il breve ciclo di catechesi dedicato ai dottori della Chiesa, il Papa ha ricordato alle seimila persone presenti nell’Aula delle udienze, che Pietro Kanijs, latinizzato in Canisius, nacque nel 1521 a Nimega in Olanda, suo padre era il borgomastro della città. Frequentò l’importante centro di spiritualità dei monaci certosini di santa Barbara. Nel 1543 a Magonza entrò tra i gesuiti. Ordinato sacerdote nel 1546 a Colonia, già l’anno seguente è presente al Concilio di Trento.
 
Nel 1548 sant’Ignazio di Loyola gli fece completare a Roma la formazione e poi lo inviò al collegio di Messina, dove svolse umili servizi domestici. Nel 1549 prese il dottorato in teologia e sant’Ignazio lo inviò in Germania, nel ducato di Baviera. Come decano, rettore e vicecancelliere dell’università di Ingolstadt, “curò la vita accademica dell’Istituto e la riforma religiosa e morale del popolo”. A Vienna, dove per breve tempo fu amministratore della diocesi, “svolse il ministero pastorale negli ospedali e nelle carceri, sia nella città sia nelle campagne, e preparò la pubblicazione del suo catechismo”. Nel 1556 fondò il Collegio di Praga e, fino al 1569, fu il primo superiore della provincia gesuita della Germania superiore. In questo ufficio, stabilì nei Paesi germanici una fitta rete di comunità del suo Ordine, specialmente di collegi, che furono punti di partenza per la riforma cattolica. In quegli anni prese parte anche al colloquio di Worms con i dirigenti protestanti, fu nunzio in Polonia, partecipò alle due Diete di Augusta, intervenne alla sessione finale del Concilio di Trento dove parlò sulla questione della Comunione sotto le due specie e dell’Indice dei libri proibiti. Nel 1580 si ritirò a Friburgo in Svizzera, tutto dedito alla predicazione e alla composizione delle sue opere, e là morì il 21 dicembre 1597.
 
Fu beatificato da Pio IX nel 1869, proclamato nel 1897 secondo apostolo della Germania da Leone XIII, canonizzato e proclamato dottore della Chiesa da Pio XI nel 1925.
 
San Pietro Canisio “trascorse buona parte della sua vita a contatto con le persone socialmente più importanti del suo tempo ed esercitò un influsso speciale con i suoi scritti”, i più diffusi dei quali furono i tre catechismi composti tra il 1555 e il 1558. “Il primo catechismo era destinato agli studenti in grado di comprendere nozioni elementari di teologia; il secondo ai ragazzi del popolo per una prima istruzione religiosa; il terzo ai ragazzi con una formazione scolastica a livello di scuole medie e superiori. La dottrina cattolica era esposta con domande e risposte, brevemente, in termini biblici, con molta chiarezza e senza accenni polemici”. “Questo catechismo ha formato le persone per secoli e ancora ai tempi di mio padre – ha aggiunto il Papa – il catechismo era chiamato il Canisio”.   “È, questa, una caratteristica di san Pietro Canisio: saper comporre armoniosamente la fedeltà ai principi dogmatici con il rispetto dovuto ad ogni persona”. Così “ha distinto l’apostasia consapevole e colpevole dalla perdita di fede incolpevole”, ed ebbe a dichiarare che “la maggior parte dei tedeschi” che passarono al protestantesimo “erano senza colpe”.   “In un momento storico di forti contrasti confessionali, evitava – questa era una cosa straordinaria - l’asprezza e la retorica dell’ira, cosa rara a quei tempi nelle discussioni tra cristiani, dall’una e dall’altra parte, e mirava soltanto alla presentazione delle radici spirituali e alla rivitalizzazione della fede e della Chiesa”, aiutato in questo dalla “conoscenza vasta e penetrante” della Sacra Scrittura e dalla “personale relazione con Dio e l’austera spiritualità”.
  “E’ caratteristica della spiritualità di San Canisio una profonda amicizia personale con Gesù”. Il santo operò per il rinnovamento della fede cattolica attraverso tre dimensioni: la pace, l’amore e la perseveranza. Ebbe la “chiara consapevolezza di essere nella Chiesa un continuatore della missione degli Apostoli. E questo ci ricorda che ogni autentico evangelizzatore è sempre uno strumento unito, e perciò stesso fecondo, con Gesù e con la sua Chiesa”.
 
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