30/03/2011, 00.00
VATICANO
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Papa: in questo tempo di “smarrimento della coscienza” riscoprire preghiera e confessione

All’udienza generale, Benedetto XVI illustrando la figura di sant’Alfonso Maria dei Liguori sottolinea l’attualità del suo “chi prega si salva”. Appello per la riconciliazione in Costa d’Avorio, dove il Papa invia il cardinale Turkson.
Città del Vaticano (AsiaNews) – Nella nostra epoca, che mostra “segni di smarrimento della coscienza morale e nella quale si deve riconoscere mancanza di stima verso il sacramento della confessione” il pastore di anime e il confessore debbono avere “fedeltà alla dottrina morale cattolica” e  “un atteggiamento caritatevole, comprensivo, dolce” perchè i penitenti possano “sentirsi accompagnati, sostenuti, incoraggiati nel loro cammino di fede e di vita cristiana”.
 
Lo insegnava sant’Alfonso Maria dei Liguori, il “dottore della Chiesa” la figura del quale è stata illustrata da Benedetto XVI ai 20mila fedeli presenti in piazza san Pietro per l’udienza generale. Nel corso dell’incontro il Papa ha anche lanciato un appello per la riconciliazione in Costa d’Avorio, dove ha annunciato l’invio del cardinale Peter Kodwo Turkson, ghanese, presidente del Pontificio consiglio per la giustizia e la pace “affinché manifesti la mia solidarietà e quella della Chiesa universale alle vittime del conflitto e incoraggi la riconciliazione e la pace”.
 
Tornando a sant’Alfonso, è stato un “insigne monaco moralista”, ha detto il Papa, al quale siamo “molto debitori” per la sua opera  soprattutto per la gente semplice, e che è autore delle parole e della musica di uno dei canti natalizi più amati: “Tu scendi dalle stelle”.
 
Del santo napoletano Benedetto XVI ha sottolineato l’attualità in campo morale e in particolare per quanto riguarda il compito del confessore. Ai suoi tempi, ha spiegato, “si era diffusa una interpretazione molto rigorista della vita morale anche a motivo della mentalità giansenista che anziché alimentare la fiducia e la speranza nella misericordia di Dio fomentava la paura e presentava un volto di Dio arcigno e severo, ben lontano da quello rivelatoci da Gesù”. Sant'Alfonso “propone una sintesi equilibrata e convincente tra le esigenze della legge di Dio e i dinamismi della coscienza e della libertà dell'uomo che nell'adesione alla verità e al bene permettono la maturazione e la realizzazione della persona. Ai pastori di anime e ai confessori, raccomandava di essere fedeli alla dottrina morale cattolica, assumendo al contempo un atteggiamento caritatevole, comprensivo, dolce perchè i penitenti potessero sentirsi accompagnati, sostenuti, incoraggiati nel loro cammino di fede e di vita cristiana”.
 
Alfonso nasce a Napoli nel 1696. Giovane brillante, a soli 16 anni prende la laurea in diritto civile e canonico e diviene l’avvocato più brillante del Foro di Napoli: per 8 anni vince tutte le cause. Tuttavia nel 1723 “indignato per la corruzione e l’ingiustizia dell’ambiente forense” abbandona la professione e decise di diventare sacerdote nonostante l’opposizione del padre. Ha “ottimi maestri” e nel 1726 viene ordinato sacerdote. Nella Congregazione diocesana delle missioni apostoliche ha  inizio la sua missione di evangelizzazione e catechesi tra gli strati più umili della popolazione napoletana.
 
“Non poche di queste persone, povere e modeste, a cui egli si rivolgeva, molto spesso erano dedite ai vizi e compivano azioni criminali. Con pazienza insegnava loro a pregare, incoraggiandole a migliorare il loro modo di vivere. Alfonso ottenne ottimi risultati: nei quartieri più miseri della città si moltiplicavano gruppi di persone che, alla sera, si riunivano nelle case private e nelle botteghe, per pregare e per meditare la Parola di Dio, sotto la guida di alcuni catechisti formati da Alfonso e da altri sacerdoti, che visitavano regolarmente questi gruppi di fedeli. Quando, per desiderio dell’arcivescovo di Napoli, queste riunioni vennero tenute nelle cappelle della città, presero il nome di ‘cappelle serotine’. Esse furono una vera e propria fonte di educazione morale, di risanamento sociale, di aiuto reciproco tra i poveri: furti, duelli, prostituzione finirono quasi per scomparire”.
  ”Anche se il contesto sociale e religioso dell’epoca di sant’Alfonso era ben diverso dal nostro, le ‘cappelle serotine’ appaiono un modello di azione missionaria a cui possiamo ispirarci anche oggi per una nuova evangelizzazione, particolarmente dei più poveri, e per costruire una convivenza umana più giusta, fraterna e solidale. Ai sacerdoti è affidato un compito di ministero spirituale, mentre laici ben formati possono essere efficaci animatori cristiani, autentico lievito evangelico in seno alla società”.  
Le “cappelle serotine”, furono “una vera e propria fonte di educazione morale, di risanamento sociale, di aiuto reciproco tra i poveri: furti, duelli, prostituzione finirono quasi per scomparire”.  
A 35 anni sant’Alfonso entrò in contatto con contadini e pastori delle regioni interne del regno, che erano povere spiritualmente e materialmente. Nel 1732 fondò la Congregazione religiosa del Santissimo Redentore. “Questi religiosi, guidati da Alfonso, furono degli autentici missionari itineranti, che raggiungevano anche i villaggi più remoti esortando alla conversione e alla perseveranza nella vita cristiana soprattutto per mezzo della preghiera. Ancor oggi i Redentoristi, sparsi in tanti Paesi del mondo, con nuove forme di apostolato, continuano questa missione di evangelizzazione. A loro penso con riconoscenza, esortandoli ad essere sempre fedeli all’esempio del loro santo fondatore”.   Nel 1762 fu nominato vescovo di sant’Agata dei Goti, che lasciò nel 1765 per malattia. “Era un santo esclamo il Pio VI alla notizia della morte, nel 1787. E non si sbagliava”. E’ stato beatificato nel 1816 e canonizzato nel 1787; nel 1817 Pio IX lo ha proclamato dottore della Chiesa e Pio XII nel 1950 lo ha voluto patrono di tutti i confessori e moralisti
 
Di lui, a conclusione, Benedetto XVI ha sottolineato l’insistenza “sulla necessità della preghiera” e ha ricordato il motto del santo: “chi prega si salva”, ricordano in proposito, l’esortazione di Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità cristiane devono diventare scuole di preghiera. Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale”
 
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