21/12/2007, 00.00
VATICANO
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Papa: la Chiesa è aperta al dialogo, ma non può rinunciare ad annunciare il Vangelo

Nel discorso alla Curia romana, Benedetto XVI parla della Lettera ai cinesi, affermando di avervi ribadito i principi della ecclesiologia cattolica e l’apertura verso il governo, e di quella scritta dai 138 leader religiosi musulmani, premessa di un’azione comune in difesa della dignità dell’uomo. Altri temi toccati: la tutela della natura, la droga, che si potrebbe definire una beffa del diavolo, il secolarismo.
Città del Vaticano (AsiaNews) - La Chiesa è aperta al dialogo, ma non può rinunciare ad annunciare la Buona Novella al mondo, perché sa che, attraverso essa, si realizzano non solo la salvezza, ma anche la pace e la giustizia. E’ questa la chiave di lettura che Benedetto XVI ha dato oggi agli avvenimenti dell’anno che sta finendo: dai “perenni principi” della ecclesiologia cattolica ricordati nella Lettera che egli ha scritto ai cattolici cinesi – dove pure è ribadita la disponibilità verso le autorità civili - alle speranze di serena convivenza aperte dalla lettera indirizzatagli dei 138 studiosi mussulmani, dalle affermazioni in favore dei diritti dell’uomo a quelle per la tutela della natura, “messaggio del Creatore”.
 
E’ una riflessione sugli avvenimenti principali del 2007 il discorso che Benedetto XVI ha rivolto oggi alla Curia romana, nel tradizionale appuntamento per lo scambio degli auguri di Natale. Ed è prendendo spunto dal viaggio compiuto a maggio in Brasile che il Papa affronta il tema centrale dell’intero discorso, quello sulla evangelizzazione: “venendo a conoscere Cristo veniamo a conoscere Dio, e solo a partire da Dio comprendiamo l’uomo e il mondo, un mondo che altrimenti rimane una domanda senza senso”. La fede, allora, “comprende tutto; questa parola ora indica insieme l’essere con Cristo e l’essere con la sua giustizia. Riceviamo nella fede la giustizia di Cristo, la viviamo in prima persona e la trasmettiamo”.
 
“Il discepolo di Gesù Cristo – ha proseguito - deve essere anche missionario”, ma “è lecito ancora oggi “evangelizzare”? Non dovrebbero piuttosto tutte le religioni e concezioni del mondo convivere pacificamente e cercare di fare insieme il meglio per l’umanità, ciascuna nel proprio modo? Ebbene, è indiscutibile che dobbiamo tutti convivere e cooperare nella tolleranza e nel rispetto reciproci. La Chiesa cattolica si impegna per questo con grande energia”. Ma “questa volontà di dialogo e di collaborazione significa forse allo stesso tempo che non possiamo più trasmettere il messaggio di Gesù Cristo, non più proporre agli uomini e al mondo questa chiamata e la speranza che ne deriva? Chi ha riconosciuto una grande verità, chi ha trovato una grande gioia, deve trasmetterla, non può affatto tenerla per sé. Doni così grandi non sono mai destinati ad una persona sola”. E “per giungere al suo compimento, la storia ha bisogno dell’annuncio della Buona Novella a tutti i popoli, a tutti gli uomini”, perché “mediante l’incontro con Gesù Cristo e i suoi santi, mediante l’incontro con Dio, il bilancio dell’umanità viene rifornito di quelle forze del bene, senza le quali tutti i nostri programmi di ordine sociale non diventano realtà, ma – di fronte alla pressione strapotente di altri interessi contrari alla pace ed alla giustizia – rimangono solo teorie astratte”.
 
Ma l’affermazione del “dovere” dell’evangelizzazione, nelle parole del Papa, non elimina la scelta della Chiesa per il dialogo. Benedetto XVI oggi ne ha sottolineato in particolare due aspetti: la lettera dei 138 studiosi musulmani per quanto riguarda il rapporto tra fedi e quella che egli ha scritto ai cattolici cinesi a proposito di quello con le autorità civili. Di quest’ultima il Papa ha ricordato sia le affermazioni ecclesiologiche – ossia le questioni riguardanti la struttura della Chiesa e le nomine episcopali – sia l’apertura verso il governo. “Con questa Lettera – ha detto oggi - ho voluto manifestare sia il mio profondo affetto spirituale per tutti i cattolici in Cina sia una cordiale stima per il Popolo cinese. In essa ho richiamato i perenni principi della tradizione cattolica e del Concilio Vaticano II in campo ecclesiologico. Alla luce del ‘disegno originario’, che Cristo ha avuto della sua Chiesa, ho indicato alcuni orientamenti per affrontare e per risolvere, in spirito di comunione e di verità, le delicate e complesse problematiche della vita della Chiesa in Cina. Ho anche indicato la disponibilità della Santa Sede ad un sereno e costruttivo dialogo con le Autorità civili al fine di trovare una soluzione ai vari problemi, riguardanti la comunità cattolica. La Lettera è stata accolta con gioia e con gratitudine dai cattolici in Cina. Formulo l'auspicio che, con l'aiuto di Dio, essa possa produrre i frutti sperati”.
 
A proposito poi della lettera dei 138 leader religiosi musulmani, il Papa ha sostenuto che è stata scritta “per testimoniare il loro comune impegno nella promozione della pace nel mondo. Con gioia ho risposto esprimendo la mia convinta adesione a tali nobili intendimenti e sottolineando al tempo stesso l’urgenza di un concorde impegno per la tutela dei valori del rispetto reciproco, del dialogo e della collaborazione. Il riconoscimento condiviso dell’esistenza di un unico Dio, provvido Creatore e Giudice universale del comportamento di ciascuno, costituisce la premessa di un’azione comune in difesa dell’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana per l’edificazione di una società più giusta e solidale”.
 
Una solidarietà particolare, quella verso la natura, è stata poi dipinta da Benedetto XVI quando ha ricordato la visita alla Fazenda da Esperança, in Brasile, “in cui persone, cadute nella schiavitù della droga, ritrovano libertà e speranza. Arrivando lì, come prima cosa, - ha detto - ho percepito in modo nuovo la forza risanatrice della creazione di Dio. Montagne verdi circondano l’ampia vallata; indirizzano lo sguardo verso l’alto e, allo stesso tempo, danno un senso di protezione. Dal tabernacolo della chiesetta delle Carmelitane scaturisce una sorgente di acqua limpida che richiama la profezia di Ezechiele circa l’acqua che, scaturendo dal Tempio, disintossica la terra salata e fa crescere alberi che procurano la vita. Dobbiamo – ha proseguito - difendere la creazione non soltanto in vista delle nostre utilità, ma per se stessa – come messaggio del Creatore, come dono di bellezza, che è promessa e speranza. Sì, l’uomo ha bisogno della trascendenza. Solo Dio basta, ha detto Teresa d’Avila. Se Lui viene a mancare, allora l’uomo deve cercare di superare da sé i confini del mondo, di aprire davanti a sé lo spazio sconfinato per il quale è stato creato. Allora, la droga diventa per lui quasi una necessità. Ma ben presto scopre che questa è una sconfinatezza illusoria – una beffa, si potrebbe dire, che il diavolo fa all’uomo. Lì, nella Fazenda da Esperança, i confini del mondo vengono veramente superati, si apre lo sguardo verso Dio, verso l’ampiezza della nostra vita, e così avviene un risanamento”.
 
Certo, in questo come negli altri aspetti della vita del mondo “non bisogna illudersi: i problemi che pone il secolarismo del nostro tempo e la pressione delle presunzioni ideologiche alle quali tende la coscienza secolaristica con la sua pretesa esclusiva alla razionalità definitiva, non sono piccoli. Noi lo sappiamo, e conosciamo la fatica della lotta che in questo tempo ci è imposta. Ma sappiamo anche che il Signore mantiene la sua promessa: ‘Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20)”. (FP)
 
FOTO: Credit CPP
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