14/04/2015, 00.00
CINA
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Pechino, rilasciate le attiviste che lottano contro le molestie sessuali

Un gruppo composto da cinque dissidenti, tutte donne, aveva preparato una manifestazione contro gli abusi sui mezzi pubblici in concomitanza con l’Assemblea nazionale del Popolo. Arrestate prima dell’8 marzo senza prove e senza accuse formali, sono state liberate con l’obbligo di fornire alla polizia informazioni continue sulle loro attività e spostamenti.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La polizia cinese ha liberato questa mattina un gruppo composto da cinque attiviste, arrestate più di un mese fa perché pianificavano una protesta pubblica contro le molestie sessuali sui mezzi di trasporto. Il loro arresto, avvenuto poco prima dell’8 marzo – data in cui volevano manifestare – ha scatenato la protesta della comunità internazionale. Le autorità le hanno rilasciate su cauzione e senza muovere accuse formali, che però “potranno essere avanzate in futuro”.

Liang Xiaojun, uno degli avvocati del gruppo, spiega: “Agli occhi della polizia sono ancora delle sospettate. Ora hanno l’obbligo di fornire alle autorità degli aggiornamenti regolari su dove si trovano e cosa fanno. In pratica la loro libertà sarà ristretta per molto tempo ancora, quindi non c’è nulla di cui essere felici”. Il rilascio, continua il legale, “non era inaspettato. Non hanno fatto nulla di male e sono state fermate senza alcuna prova”.

Le cinque attiviste - Wei Tingting, 26 anni; Wang Man, 32; Zheng Churan, 25; Li Tingting, 25 e Wu Rongrong, 30 – volevano marciare in un parco di Pechino durante l’annuale sessione dell’Assemblea nazionale del Popolo per protestare contro il senso di impunità accordato agli uominji che molestano le donne per strada. Erano già coinvolte in altre proteste pubbliche, finite tutte con il loro arresto.

Da quando è salito al potere nel novembre 2012, il governo guidato dal presidente cinese Xi Jinping ha arrestato centinaia di attivisti impegnati in vari campi. Secondo analisti ed esperti, si tratta di una delle peggiori campagne contro la libertà di pensiero e di espressione degli ultimi decenni in Cina. A farne le spese anche leader religiosi – soprattutto cristiani – e avvocati per i diritti umani. 

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