07/03/2008, 00.00
TURCHIA
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Per le donne turche il velo nasconde l'emarginazione

di Mavi Zambak
Pur essendo circa il 50% della popolazione attiva, la componente femminile della società lamenta violenze in famiglia, matrimoni combinati, emarginazione sul lavoro, analfabetismo. Domani una manifestazione per chiedere uno Stato veramente laico.
Smirne (AsiaNews) - Per la giornata mondiale delle donne, la Federazione delle donne turche (TKCF), appoggiata da alcune università e organizzazioni non governative ha indetto una grande manifestazione a Smirne, città sulla costa Egea, candidata ad Expo 2015, e patria del “kemalismo”, per chiedere uno Stato realmente laico - in contrapposizione alla legge che liberalizza l’uso del velo nelle università, ma che poi non tutela concretamente i diritti delle donne. Tema portante dell’evento sarà la commemorazione dell'opera di Mustafa Kemal Ataturk che fondò il moderno Stato turco e si fece promotore di numerose riforme per fare acquisire alle donne una maggiore parità.
 Malgrado gli sforzi delle autorità, infatti, è da riconoscere che la condizione femminile in Turchia è ancora lontana dagli standard occidentali. Mentre il quadro giuridico in materia di diritti delle donne è in generale soddisfacente, è l’attuazione concreta nel quotidiano che è imperfetta, ambigua e ancora piena di contraddizioni.
 
Le donne in Turchia rappresentano circa il 50% della popolazione attiva ed occupano posti importanti nella società (come in borsa o a servizio delle nuove tecnologie), ma complessivamente il loro tasso di analfabetismo è tre volte maggiore di quello degli uomini e i loro diritti vengono continuamente messi in discussione. Hanno ottenuto il diritto di voto nel 1934, undici anni prima delle donne italiane, eppure i delitti sessuali non sono ancora considerati come attacchi alla persona umana ma piuttosto contro "la decenza pubblica e l'ordine familiare".
 Secondo recenti statistiche indette dalla suddetta Federazione l’87% delle donne subisce violenza all’interno della propria famiglia: nel 34% dei casi si tratta di violenza fisica e di queste per il 16.3% si tratta di violenza sessuale abituale, mentre per il 53% è verbale. Il 40% delle donne turche subiscono matrimoni combinati, mentre il 20% sono sposate irregolarmente e quindi senza alcun riconoscimento da parte dello Stato.Il 64% delle donne incinta non ha mai fatto un controllo prenatale.
 
Il 20% delle donne non sa scrivere né leggere, su cento donne che hanno studiato, solo due hanno il diploma superiore e tra coloro che hanno frequentato il liceo, di età compresa tra i 15 e i 24 anni, il 39.6% sono disoccupate. Solo il 25% delle donne lavora (contro una media UE del 55%).
 
Su 850 prefetture solo 17 sono occupate da donne, il 18% degli avvocati sono donne e su 550 parlamentari 24. E ogni mille sindaci, solo 5 sono donne.
 
Sulla base di questi dati, le donne della Federazione chiedono punizioni severe contro i delitti d'onore, i matrimoni forzati e la poligamia nascosta e sollecitano misure volte a sanare i problemi delle donne legati all'analfabetismo, alla scarsa presenza in politica e alla discriminazione sul mercato del lavoro, denunciano il fatto che in alcune zone sud-orientali della Turchia le bambine non vengono registrate alla nascita, il che impedisce di contrastare i matrimoni coatti e i delitti d'onore.
 
Sottolineano inoltre con preoccupazione che la legge sulla protezione della famiglia viene applicata solo parzialmente dalle autorità civili. Come al solito, dunque, ancora prima delle promesse dei politici è la solidarietà tra donne a tener desta l’opinione pubblica e a cercare soluzioni concrete. E’ la quarantenne Arzuhan Yalçındağ, presidente della Condinfustria turca (TUSIAD), ad esempio, approfittando della sua posizione sociale, a farsi promotrice delle donne. Visitando varie città della Turchia, dal nord al sud, dall’est all’ovest, trova la forza di denunciare le discriminazioni, sostenendo che “il modo migliore per ovviare alla discriminazione nei confronti delle donne consiste nell'introdurre misure temporanee di discriminazione positiva, come per esempio favorire la partecipazione politica femminile in Turchia e sul mercato del lavoro, creando una nuova immagine della donna nella società”. Sostiene inoltre che uno dei problemi connessi alla partecipazione delle stesse alla forza lavoro, è la “mancanza di un sistema istituzionalizzato, generalizzato, accessibile e abbordabile di infrastrutture per la cura dell'infanzia, dei familiari anziani e disabili che obbliga le donne a sobbarcarsi questi bisogni nel privato della loro casa”.
 Non a caso Cemile Bitargil, donna energica, cristiana convinta, casalinga e madre di tre figli, è stata la prima a fondare nell’Hatay, regione nel sud della Turchia a confine con la Siria, la prima casa per disabili mentali, atta ad un loro inserimento nella società, quando ancora negli anni ottanta essi venivano considerati “maledizione di Dio” e quindi tenuti segregati e nascosti, ed a dare un appoggio umano e morale alle loro famiglie mediante traning appositamente studiati. E Nazire Kil, anch’essa greco ortodossa, dopo tanti anni vissuti in Germania come sarta, è rientrata in patria e ora da pensionata dà un grande sostegno economico e umano a diverse case di riposo per anziani che cominciano a prendere piede nel Paese. “Tutto ciò dimostra - dice con convinzione Nazire – che il problema non è questione di velo, usato, purtroppo, non solo per coprire il capo femminile, bensì tante ben più profonde discriminazioni sui diritti delle donne”.
 
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