15/09/2022, 14.19
ARMENIA - AZERBAIJAN
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Primate armeno: fra Erevan e Baku un ‘nervo scoperto’, servono fiducia e volontà

Nei giorni scorsi è tornata a salire la tensione fra i due Paesi. Oltre 150 morti negli scontri, in maggioranza soldati. Non solo il Nagorno-Karabakh, l’offensiva ha varcato i confini del territorio armeno. La mediazione di Mosca e il conflitto in Ucraina. Patriarca Minassian: “Bombe nelle case in piena notte, abitazioni distrutte e bruciate”. 

Erevan (AsiaNews) - Un “nervo scoperto” che ciclicamente alimenta la tensione ed è fonte di “nervosismo”. E di morti. Con queste parole il patriarca armeno cattolico Raphaël Bedros XXI Minassian commenta ad AsiaNews la nuova ondata di scontri dei giorni scorsi fra Armenia e Azerbaijan, rientrati in queste ore con il raggiungimento di una fragile tregua fra le parti che sembra reggere nonostante le molte insidie e fragilità sul terreno. Al prezzo di almeno 105 morti fra le file di Erevan, in larga maggioranza soldati dell’esercito, mentre Baku parla di una cinquantina di morti all’interno dell’esercito regolare.

Lo scontro fra i due fronti ha coinvolto anche i civili, come conferma il primate parlando di “bombe nelle case in piena notte, abitazioni distrutte e bruciate”. Questa volta le violenze non hanno riguardato il Nagorno-Karabakh, territorio separatista interno all’Azerbaijan dove la maggioranza della popolazione è armena, ma è giunto ai confini - e anche oltre - del territorio armeno con centinaia di persone costrette a fuggire.

A distanza di due anni dall’ultimo e sanguinoso conflitto, nella notte fra il 12 e il 13 settembre le forze armate dell’Azerbaijan hanno scagliato una offensiva lungo la frontiera occidentale. Una operazione a colpi di mortaio e droni che ha interessato viaggi in pieno territorio armeno come Vardenis, Sotk, Artanish, Ishkhanasar, Goris, Jermu e Kapan.

Il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan ha accusato la controparte azera di aver violato il cessate il fuoco del 2020 e colpito in modo indiscriminato. Nelle ultime settimane si erano intensificate le provocazioni fra i due fronti, con diversi segnali di escalation come il 25 agosto scorso quanto gli azeri avevano assunto il controllo di Lachin, città che dalla regione contesa apre un passaggio di alcuni chilometri verso l’Armenia.

Nel corso delle ostilità la Russia è stata una mediatrice fondamentale, ma dall’inizio dell’offensiva in Ucraina [operazione speciale o guerra di invasione secondo le parti] il suo ruolo e il suo impegno appaiono ridimensionati. Oggi a Erevan è attesa una delegazione dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, alleanza militare di sei Stati guidata da Mosca che in questi anni ha coltivato buoni rapporti anche con Baku, importante fornitore di materie prime. Il governo armeno ha chiesto l’aiuto del Cremlino, ma deve fronteggiare l’opposizione interna che ha promosso manifestazioni di piazza per chiedere le dimissioni del primo ministro in risposta a voci di un possibile accordo che preveda ampie concessioni territoriali all’Azerbaijan.

Il popolo armeno, che resiste “nel sacrificio e nel silenzio” da oltre 100 anni a causa del genocidio, “si sente dimenticato” dalla comunità internazionale “nonostante le sofferenze del passato” spiega il primate della Chiesa locale. E “anche quelli che hanno la capacità e la possibilità di aiutare” non si muovono. “Dove sono - si chiede il patriarca Minassian, pur senza fare nomi - quelli che hanno la capacità di aiutare? Abbiamo perso il contributo delle nazioni che possono dare una mano, restano in silenzio, forse perché è loro interesse fare silenzio”. Per il patriarca “vi è poco interesse a raggiungere un vero accordo di pace”, ma è di grande conforto il “sostegno dei 10 milioni di armeni della diaspora. Noi - sottolinea - non abbiamo a disposizione immense riserve di petrolio, o di gas, ma possiamo contare sui nostri cervelli, in patria o all’estero. 

“Io non sono contro il dialogo e la pace - prosegue - ma quando ricevo delle aggressioni di questa portata, mi impediscono di dialogare. La comunità internazionale e gli azeri devono capire che questi metodi non incoraggiano il dialogo e la riconciliazione”. “Per una vera pace, che sia definitiva e duratura - conclude il patriarca - servono tempo e volontà. E fiducia, anche se diventa difficile farlo di fronte alle aggressioni”.

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