04/09/2014, 00.00
PAKISTAN
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Punjab: cristiano a processo con false accuse di blasfemia, la famiglia costretta a fuggire

di Jibran Khan
Questa mattina il tribunale ha respinto la richiesta di rilascio su cauzione. L’uomo avrebbe offeso l’islam durante una discussione con un musulmano sulla Bibbia e il Corano. I parenti vivono nascosti nel timore di ritorsioni. Sacerdote a Lahore: accuse false, vittima di un raggiro.

Islamabad (AsiaNews) - Questa mattina un tribunale pakistano ha respinto la richiesta di rilascio su cauzione di un 60enne cristiano con l'accusa di blasfemia, sebbene egli sia innocente e non abbia commesso alcun crimine. Per la sua liberazione si sono mossi attivisti e movimenti della società civile, sinora invano. Intanto la famiglia ha dovuto abbandonare il villaggio di origine, nel timore di ritorsioni come spesso accade quando un congiunto è accusato in base alla "legge nera".  Naja Masih, addetto alle pulizie in uno speciale istituto per non vedenti di Bahawalpur, nella provincia del Punjab, è stato arrestato ad agosto per una presunta vicenda di blasfemia, in base all'art. 295 A del Codice penale pakistano. Secondo il querelante, un barbiere musulmano di nome Shahid Mehmood, egli avrebbe offeso l'islam e il Corano. 

Testimoni locali riferiscono che il 23 agosto scorso Masih e Mehmood - che si frequentavano spesso - avrebbero discusso di religione, mettendo a confronto il Corano e la Bibbia. Parlando del profeta Lot, il 60enne cristiano - che non conosce nemmeno l'esistenza di leggi sulla blasfemia - avrebbe offeso l'islam; per questo il barbiere musulmano ha denunciato l'uomo alla polizia, che senza nemmeno appurare i fatti lo ha arrestato e condotto in una località segreta, senza avvisare i familiari.

La moglie Nargis Bibi e i figli - Yaqoob Masih 30 anni, Ashraf Masih 28 anni, Anwar Masih 24 anni e Sunny Masih, di 26 anni - hanno cercato a lungo di interpellare le autorità per avere informazioni, ma senza risultato. Intanto essi hanno dovuto lasciare la casa e il villaggio di origine e ora vivono nascosti per paura di attacchi o violenze della comunità musulmana della zona. Dopo diversi giorni, la moglie è riuscita a incontrare il marito e lo ha trovato in condizioni "devastate", ignaro di quanto fosse accaduto e del perché si trovi in carcere. "Non abbiamo fatto nulla - afferma Nargis - e preghiamo perché qualcuno ci aiuti". 

Interpellato da AsiaNews p. Yaqoob John, sacerdote dell'arcidiocesi di Lahore, attivo nei casi riguardanti la blasfemia, sottolinea che "le nostre fonti hanno confermato che si tratta di false accuse" e che Masih è stato "raggirato". Egli si rivolge alle autorità perché intervengano e assicurino "la sicurezza di questa famiglia" e chiede preghiere per quanti sono perseguitati "a causa della fede". 

Con più di 180 milioni di abitanti (di cui il 97% professa l'islam), il Pakistan è la sesta nazione più popolosa al mondo e  seconda fra i Paesi musulmani dopo l'Indonesia. Circa l'80% è musulmano sunnita, mentre gli sciiti sono il 20% del totale. Vi sono presenze di indù (1,85%), cristiani (1,6%) e sikh (0,04%). Gli attacchi contro le minoranze etniche o religiose si verificano in tutto il territorio nazionale, ma negli ultimi anni si è registrata una vera e propria escalation. Decine gli episodi di violenze, fra attacchi mirati contro intere comunità (Gojra nel 2009 o alla Joseph Colony di Lahore nel marzo 2013), luoghi di culto (Peshawar nel settembre scorso) o abusi contro singoli individui (Sawan Masih e Asia Bibi, Rimsha Masih o il giovane Robert Fanish Masih, anch'egli morto in cella), spesso perpetrati col pretesto delle leggi sulla blasfemia.

 

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