22/04/2026, 12.16
SRI LANKA
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Ranjith a sette anni dalle stragi di Pasqua: 'C'è ancora chi vuole fermare la verità'

di Melani Manel Perera

Colombo ha ricordato le 269 vittime degli attacchi alle chiese e agli hotel del 21 aprile 2019. Dallo scorso febbraio è in carcere l'ex capo dei servizi segreti accusato di complicità coi commando islamisti. Il cardinale: "“Alcuni politici e funzionari sono diventati timorosi e nervosi per le indagini e stanno cercando di sabotarle".

Colombo (Asia News) – Il settimo anniversario degli attentati suicidi che il 21 aprile 2019, nella domenica di Pasqua, colpendo tre chiese e sette hotel provocarono la morte di 269 persone centinaia di feriti a Colombo, è stata ieri l’occasione nello Sri Lanka per tornare a chiedere giustizia e denunciare i nuovi tentativi di fermare le indagini sui mandanti occulti dell’eccidio.

Le celebrazioni sono avvenute a poche settimane dalla svolta che lo scorso 24 febbraio ha portato all’arresto dell’ex capo dei servizi di intelligence (SIS) Suresh Sallay che - secondo l’accusa - nonostante fosse a conoscenza dei piani, non agì per fermare il massacro.

Il card. Malcolm Ranjith arcivescovo di Colombo, il vescovo ausiliare Anton Ranjith, il nunzio apostolico Andrez Jozwowlez, e il vescovo anglicano di Colombo Omalpe Sobitha, insieme a rappresentanti del clero musulmano e indù, del clero cristiano e rappresentanti di missioni straniere e parenti delle famiglie delle vittime, si sono riuniti nella chiesa di Sant’Antonio a Kochchikade, dove è stata offerta una preghiera speciale in memoria di coloro che hanno perso la vita negli attentati.

Durante gli interventi degli ospiti invitati, il venerabile buddhista Omalpe Sobitha Thero ha affermato che, sebbene in 7 anni dagli attacchi di Pasqua si siano formati 4 governi, l’ombra degli attacchi di Pasqua non è ancora scomparsa, e che l’attuale governo ha un’opportunità d’oro per fornire la risposta appropriata che l’intero popolo attende con ansia. Il Maulavi musulmano Mashuk Hafeer Usvi, ricordando gli impegni presi dal presidente Dissanayake, lo ha invitato a intervenire per mostrare al popolo chi è veramente responsabile di questo attacco.

L’arcivescovo di Colombo, il card. Ranjith, pur riconoscendo all’attuale governo un nuovo approccio alla ricerca della verità, ha denunciato il fatto che alcuni funzionari continuano comunque a lavorare per creare vari ostacoli a quel processo. “Alcuni politici e funzionari sono diventati timorosi e nervosi per le indagini in corso, specialmente i fatti rivelati nel programma Channel 4 sugli attacchi – ha detto il porporato -. Stanno intensificando i loro vari tentativi infantili di sabotare le indagini, rendendosi conto che la loro nudità sarà esposta”. Stanno facendo un tentativo infantile di sopprimere la verità attraverso finzioni fabbricate, forse perché si rendono conto che la loro nudità sarà esposta.

La memoria di coloro che hanno perso la vita è avvenuta anche nella chiesa di Katuwapitiya, un altro dei luoghi colpiti nell’attacco, con un’altra celebrazione presieduta dai vescovi ausiliari, J. D. Anthony Jayakody e Maxwell Silva, insieme al parroco p. Terry Ranjith. Alla fine della liturgia tutti i parenti delle vittime, insieme a vescovi, sacerdoti e suore, hanno deposto corone e acceso lampade davanti al monumento che ricorda i defunti. Nel pomeriggio poi, come avviene ogni anno, si è svolta una processione con le immagini delle vittime, guidata dal cardinale, dai vescovi e dai leader religiosi che ha raggiunto la chiesa di Katuwapitiya.

Anura Jayalath e Calistus Perera, due dei parnnti, parlando con AsiaNews, hanno espresso la speranza che il presidente Dissanayake mantenga la promessa di rendere giustizia, anche se il tempo trascorso ormai è già troppo.

Un rapporto intitolato “Memory, Pain and the Hope”, pubblicato in occasione di questo settimo anniversario dal Centre for Society and Religion (CSR), ha ricordato che ben otto diverse indagini separate sono state condotte dopo gli attentati coordinati del 21 aprile 2019, che hanno preso di mira chiese, hotel e altre località, uccidendo più di 250 persone e ferendone centinaia. Emergerebbe con chiarezza il fatto che gli attacchi potrebbero non essere stati condotti esclusivamente dal predicatore estremista islamico Zahran Hashim e dal suo gruppo, indicando invece la possibilità di una “mano nascosta” dietro l’operazione.

Per questo il Centre for Society and Religion chiede la pubblicazione di tutti i rapporti di indagine e delle prove, protezione per gli investigatori da pressioni o minacce, una commissione indipendente pienamente autorizzata con esperti locali e stranieri, rapide azioni legali contro coloro che verranno identificati come responsabili.

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