Sebastia: il laboratorio archeologico dell'annessione israeliana della Cisgiordania
Ramallah (AsiaNews) - Sulle colline a nord di Nablus, dove a perdita d'occhio la Cisgiordania occupata è un susseguirsi di ulivi, terrazzamenti e rovine antiche, Sebastia, l'antica Samaria biblica, vive giorni di tensione. Colonne romane emergono dall’erba alta, la basilica bizantina giace in parte nascosta dalle sterpaglie, la basilica crociata (che secondo la tradizione custodì il corpo di Giovanni Battista) si staglia imponente nel cielo azzurro, mentre le vestigia ancora più antiche - legate alla Samaria del Regno del Nord e poi al periodo erodiano/ellenistico - restano sepolte sotto la vegetazione. È un paesaggio carico di storia, ma anche denso di incognite.
Nel piccolo centro abitato, a poche decine di metri dal sito archeologico, l’atmosfera è di allarme. Nel novembre scorso il sindaco, Mahmud Azem, ha ricevuto una notifica ufficiale dalle autorità israeliane: l’intera area archeologica sulla collina sarebbe stata espropriata. In totale circa 180 ettari di terreno, in gran parte proprietà privata palestinese. Per i circa 3.500 residenti, molti dei quali vivono di turismo e di uliveti, l’annuncio è stato uno shock.
Da anni circolavano voci su un progetto israeliano di "sviluppo" del sito. Ma ora i dettagli sono chiari: un centro visitatori, un grande parcheggio, una nuova strada di accesso che aggirerà completamente il paese e una recinzione che separerà l'area archeologica dal tessuto urbano palestinese. L'area archeologica è da sempre considerata Area C, sotto il controllo militare israeliano. Il nuovo progetto, di fatto, mira a tagliar fuori il villaggio palestinese di Sebastia dall'area archeologica che per secoli ne ha garantito identità e sostentamento.
"È un’aggressione contro i proprietari terrieri palestinesi, contro gli ulivi, contro il nostro patrimonio - dice Azem -. Sebastia è entrata in un tunnel oscuro». Secondo le organizzazioni per i diritti umani, si tratta della più vasta confisca di terre per fini archeologici mai avvenuta in Cisgiordania dal 1967.
Per il governo israeliano, però, Sebastia è molto più di un sito turistico da valorizzare. L’antica Samaria fu la capitale del regno settentrionale di Israele tra il IX e l’VIII secolo a.C., un centro chiave della storia biblica. È qui che, secondo la tradizione, governarono re Omri e il figlio Acab, prima della conquista assira del 722 a.C. Questo passato conferisce al luogo una carica simbolica enorme per il nazionalismo ebraico contemporaneo, che vede nella Samaria biblica una prova storica del legame ancestrale tra il popolo ebraico e la terra.
Non a caso, il progetto di Sebastia è promosso da esponenti di Otzma Yehudit (Potere ebraico), partito ultranazionalista di estrema destra parte del governo di coalizione israeliano. Il ministro del Patrimonio, Amichai Eliyahu, vive in un insediamento della Cisgiordania ed è un sostenitore dichiarato dell’annessione dell’intero territorio. "Sebastia è uno dei siti più importanti del nostro patrimonio nazionale - ha affermato in più di una occasione -. Vogliamo ridargli vita e rafforzare il legame tra il popolo, la sua storia e il suo paese".
Ma per molti attivisti ed esponenti della società civile, sia israeliana che palestinese, l’archeologia è solo il linguaggio scelto per una strategia politica più ampia. ONG israeliane come Emek Shaveh e Peace Now parlano apertamente di "annessione mascherata". L’esproprio di Sebastia, sostengono, crea un precedente pericoloso: l’uso della tutela del patrimonio per estendere il controllo civile israeliano su terre che, in base agli Accordi di Oslo, dovrebbero essere sotto amministrazione palestinese.
Questa lettura è avvallata dai recenti sviluppi legislativi a Gerusalemme. A fine 2025 la Knesset, il parlamento israeliano, ha discusso una proposta di legge che estenderebbe la giurisdizione dello Stato ebraico sulle antichità della Cisgiordania, creando un organismo parallelo all’Autorità israeliana per le antichità, con poteri anche nelle Aree A e B. Sebastia è diventata in qualche modo il laboratorio di questa politica: un sito archeologico trasformato in parco nazionale - il futuro Parco dello Shomron - e integrato di fatto nell’infrastruttura degli insediamenti.
Il paradosso è che Sebastia è un luogo di stratificazione storica unica. Dopo il periodo israelita, fu distrutta e ricostruita più volte: da Alessandro Magno, da Erode il Grande, che la ribattezzò Sebaste in onore di Augusto, e poi sotto domini bizantini, islamici, crociati e ottomani. "C’è stata nel corso dei secoli una coabitazione continua, un continuo scambio culturale e religioso. Direi una osmosi, con la presenza di diversi culti», ricorda Wala’a Ghazal, che custodisce il piccolo museo realizzato nei pressi della moschea grazie all'impegno al grande archeologo francescano Michele Piccirillo «Ridurre Sebastia solo a centro dell'ebraismo biblico è una falsificazione".
Il diritto internazionale vieta a una potenza occupante di intervenire sui siti archeologici del territorio occupato. Sebastia è inserita dal 2012 nella lista provvisoria del Patrimonio mondiale dell’Unesco per lo Stato di Palestina. L’Autorità Palestinese ha chiesto in proposito l’intervento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, mentre diversi Paesi arabi ed europei hanno espresso preoccupazione per quella che vedono come una trasformazione del patrimonio culturale in strumento di sovranità.
Intanto, sul terreno, le conseguenze sono concrete. Un residente locale che vive e lavora accanto ai resti del foro romano indica la linea dove sorgerà la recinzione. La sua casa, il ristorante e il negozio di souvenir che oggi sorgono ai margini di un ampio sterrato, usato come parcheggio anche dalle rare agenzie che portano fin qui turisti e pellegrini, resteranno dal lato "sbagliato".
"Questo piano distruggerà l'economia di Sebastia - dice -. Ci porteranno via tutto".
Insomma, Sebastia sta diventando uno dei simboli di una battaglia più grande: quella tra memoria e potere, tra archeologia e politica, in una terra dove il passato non smette mai di essere usato per ridisegnare il presente.




