22/09/2022, 12.15
COREA DEL SUD
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Seoul riapre il dibattito sulla legge per la sicurezza nazionale

di Guido Alberto Casanova

Eredità rimasta dagli anni del governo autoritario di Syngman Rhee prevede ancora il carcere per chi esprime simpatie per Pyongyang e lascia ampi margini nell'applicazione del reato di cospirazione. La Corte costituzionale sta esaminando 11 petizioni presentate per la sua revisione da cittadini e tribunali distrettuali.

Seoul (AsiaNews) - La Corea è un Paese dove la Guerra fredda, per certi versi, non è mai finita e non si tratta solo della divisione della penisola tra Pyongyang e Seoul. Nonostante la fine del regime autoritario che per tanti decenni aveva governato la Corea del Sud, la democratizzazione del Paese non è riuscita a far piazza pulita di tutte le istituzioni della dittatura militare e oggi rimangono nel sistema sudcoreano alcune importanti eredità di quel periodo. Per questo è interessante segnalare che la Corte costituzionale di Seoul stia cercando di porre rimedio, dando nuovo slancio al processo di revisione della legge sulla sicurezza nazionale

Si tratta di uno dei più importanti lasciti del periodo autoritario, approvata sotto l’occhio attento del primo presidente e dittatore sudcoreano Syngman Rhee nel 1948. La legge è stata una delle prime entrate in vigore nella nuova repubblica, che al momento della sua nascita era attraversata da fortissime tensioni tra le autorità anti-comuniste sostenute dagli Stati Uniti e i numerosi comitati popolari di sinistra che alimentavano insurrezioni nel sud. In questo contesto, la legge sulla sicurezza nazionale mirava a prevenire le attività di gruppi anti-governativi. La legge non solo stabilisce punizioni estremamente severe (come ergastolo o pena di morte) per qualsiasi organizzazione che mini la sicurezza nazionale o la stabilità sociale sudcoreana, ma prevede punizioni carcerarie anche per chi collabori o semplicemente simpatizzi con questi gruppi.

Queste disposizioni, in particolare, hanno ristretto le libertà e i diritti civili della Corea del Sud. Esprimere la propria simpatia per la Corea del Nord o per il comunismo può condurre a una pena detentiva di svariati anni. Ma le conseguenze si fanno sentire anche sul piano politico. Nel 2014 infatti il Partito progressista unificato, una piccola formazione di sinistra, venne messa al bando dopo che un suo parlamentare era stato accusato dall’intelligence sudcoreana di cospirare per rovesciare il governo con una ribellione pro-Nord.

Diventa significativo, quindi, che alla Corte costituzionale di Seoul la settimana scorsa si sia tenuta per la prima volta una udienza pubblica per valutare la costituzionalità della legge. La discussione è stata aperta dopo che 11 petizioni a favore della revisione sono state presentate da cittadini e tribunali distrettuali, secondo cui la legge limita la libertà di parola e di coscienza oltre a essere talmente vaga nella propria formulazione da prestarsi a un utilizzo arbitrario.

Anche la Commissione nazionale per i diritti umani si è dichiarata a favore dell’incostituzionalità. “Oggi c’è un notevole divario tra Nord e Sud in termini di potere economico e militare in confronto al 1948” ha detto la Commissione. “Anche nel caso in cui i sudcoreani lodassero o incoraggiassero la Corea del Nord, ciò porrebbe rischi minimi alla nostra società ora che il livello di comprensione della realtà nordcoreana è molto più alto”.

Va ricordato, però, che dal 1991 la legge è stata sottoposta al vaglio della Corte costituzionale ben sette volte e ogni volta, pur senza udienze pubbliche, ne ha convalidato la costituzionalità.

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