23/06/2004, 00.00
Hong Kong - Cina
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Sette anni dopo: Hong Kong e il risveglio della democrazia

di Sr Betty Ann Maheu, China Bridge

Hong Kong (AsiaNews) – Il primo luglio la gente di Hong Kong tornerà a manifestare per chiedere più democrazia. Avverrà a sette anni dalla storica notte (30 giugno 1997) in cui la bandiera britannica che sventolava su Hong Kong dal 1841 è stata arrotolata e quella rossa a cinque stelle della Cina ha iniziato a sventolare al vento portatore di profondi cambiamenti per questa ricca città. In quella notte, il presidente Jiang Zemin, dopo aver solennemente stretto la mano al principe Carlo d'Inghilterra, volle dissipare ogni timore prospettando "un futuro ancora più radioso per Hong Kong", basato sulla promessa di "un Paese, due sistemi". 

Per un'analisi dei cambiamenti del Paese,  suor. Betty Ann Maheu ha intervistato padre Gianni Criveller, ricercatore presso l'Holy Spirit Study Centre e attento osservatore degli eventi degli ultimi anni ad Hong Kong. Riproponiamo l'intervista in una traduzione di AsiaNews.

 

Padre Gianni, cosa giudica particolarmente rilevante della notte dell'1 luglio 1997?

La solennità dell'occasione. Questo pacifico ritorno di Hong Kong alla sovranità cinese è sicuramente unico negli annali della storia del colonialismo.

Cosa ricorda delle personalità più rappresentative presenti alla cerimonia?

Tra tutti i protagonisti di questa storia, il ruolo più difficile è spettato al numero due nell'amministrazione Patten, Anson Chan [ex segretario generale della colonia - ndr] che per un certo tempo ha ricoperto lo stesso ruolo sotto il nuovo governo di Tung Chee-hwa. Per me, lei insieme a Martin Lee Chu-ming [presidente del movimento democratico – ndr], rappresentano il tentativo di continuità  nella libertà civile di Hong Kong e la speranza per lo sviluppo della democrazia.

Dov'era Martin Lee quella notte?

Non era stato invitato alla cerimonia ufficiale. A mezzanotte Lee, affacciato dal balcone del palazzo Legco, stava lanciando alla folla il suo forte appello: "Il pericolo maggiore, diceva, è l'autocensura della popolazione di Hong Kong che confonde il patriottismo con l'appoggio al regime comunista".

Come descriverebbe la situazione ad Hong Kong oggi, sette anni dopo?

Da un lato, c'è la fazione filo-cinese, che comprende i partiti a favore del governo, varie lobby politiche e finanziarie (alle quali appartiene Tung), i potenti rappresentanti della Cina ad Hong Kong, rappresentanti di organizzazioni religiose buddiste e taoiste, gruppi organizzati da Pechino, i sindacati filo-cinesi e settori della stampa e dello spettacolo. Questi gruppi sono tutti a favore del governo e hanno sempre l'ultima parola in ogni decisione politica. Sostengono il riavvicinamento di Hong Kong alla Cina puntando sulla prima parte dello slogan "Un paese, due sistemi"; fanno leva sul concetto di patriottismo, a volte ottenendo grande successo come nel caso della trionfale visita, nel novembre 2003, di Yang Liwei, il primo astronauta cinese.

Dall'altro lato, c'è lo schieramento sostenitore dei partiti democratici: i sindacati liberali, le Ong, i giudici, gli avvocati, alcuni settori della stampa, la Chiesa cattolica e molti protestanti. Questi gruppi puntano sulla diversità di Hong Kong ed evidenziano la seconda parte dello slogan citato, "due sistemi". Essi chiedono una riforma politica nella speranza che Hong Kong favorisca lo sviluppo della democrazia non solo qui, ma in tutto il Paese.

Quali pensa siano stati i cambiamenti più significativi ad Hong Kong negli ultimi sette anni?

La situazione ad Hong Kong è così complessa che perfino chi la conosce bene a volte rimane spiazzato di fronte a certi eventi imprevedibili. Così, il 2003 e il 2004 sono stati anni traumatici per Hong Kong.  Dal 1997 fino al 2003 la situazione si era mantenuta relativamente calma. La città sembrava avviarsi lentamente ma inesorabilmente verso il declino. Poi è successo l'inaspettato: la svolta del 1 luglio 2003.

Si riferisce alla protesta che ha fatto scendere in piazza più di 500.000 persone?

Si. Il Governo e i gruppi filo-cinesi non si erano preoccupati della protesta in anticipo, pensavano che avrebbero partecipato non più di 50.000 persone. Noi sappiamo ora, che marciarono un numero di persone dieci volte maggiore delle previsioni. Ne è seguito un terremoto politico senza precedenti nella storia di Hong Kong. Sono seguite altre manifestazioni, il governo ha modificato la legislazione sull'articolo 23 e rinominato i principali ministri. L'intero episodio ha portato al ritiro della legge sulla sicurezza nazionale. È stata una grande vittoria e la dimostrazione del potere che può avere l'opinione pubblica: un fatto sconosciuto ad Hong Kong prima di allora.

Ci sono stati altri fatti che hanno influenzato sfavorevolmente lo stato d'animo degli abitanti di Hong Kong?

Sicuramente la Sars. Tutti sono stati toccati da questo fatto completamente inaspettato e gli abitanti di Hong Kong hanno dovuto combattere per accettare le morti quotidiane e sostenere lo sforzo a cui erano sottoposto il personale medico-sanitario. Per tre lunghi mesi, da marzo a metà giugno, l'epidemia di Sars ha avuto un effetto nocivo su Hong Kong, il suo spirito, la sua economia e la sua capacità di sopravvivenza.

La Sars ha sicuramente avuto un terribile effetto sul territorio ma non ci sono state ulteriori cause di scontento?

Sarebbe troppo lungo ricordare tutti gli errori politici e amministrativi che hanno alimentato il malcontento tra la gente. Penso che la maggior parte derivi dalla linea del governo attuale, che non si addice ad una città altamente sviluppata e sofisticata come Hong Kong. Non puoi governare con la presunzione di saper sempre cosa è migliore per i tuoi bambini irrequieti.

Se ricordo bene, lei si è schierato nella battaglia per il diritto d'asilo. Anche questo episodio ha diviso Hong Kong?

Si, prima della crisi politica del 1 luglio 2003, il problema più importante è stato il diritto d'asilo. Per sistemare la questione il governo di Hong Kong per la prima volta è ricorso a Pechino affinché rivedesse la Legge base. Questo è successo dopo che la questione era stata sistemata dalla Corte d'appello di Hong Kong. Il risultato della decisione di Pechino vedeva penalizzati i bambini di cittadini di Hong Kong, ma nati in Cina, che rispetto alla legge precedente, si vedevano negato il diritto di avere la stessa cittadinanza dei genitori. La decisione ha sollevato una protesta generale, che ha coinvolto anche la Chiesa. Perfino il nostro ultimo cardinale, John Baptist Wu Cheng-chung, che di rado interveniva in materia politica, ha sentito il bisogno di fare una dichiarazione pubblica e il vescovo Zen Ze-kiun ha fatto diversi interventi. Sfortunatamente c'è stato un tragico episodio, il 2 agosto 2000, alla Torre dell'immigrazione, dove un gruppo di protestanti ha appiccato un incendio che ha ucciso un funzionario e un manifestante e ferito molte altre persone.

Mi piacerebbe tornare indietro un momento e parlare della democrazia ad Hong Kong. Cosa sta succedendo ai suoi occhi?

Mi sembra che il movimento democratico venga sempre più sistematicamente emarginato dalla vita politica. Nonostante abbiano la maggioranza dei voti, i partiti democratici sono in minoranza nel Legco dove è stabilito che la maggioranza sia in linea con Pechino, quindi ogni proposta da loro avanzata viene bocciata. Il fatto che i democratici abbiano la maggioranza dei voti ma non il potere politico ha creato un senso di frustrazione e insoddisfazione che, sommata ad altri fattori, ha portato alla manifestazione del 1 luglio scorso.

Pensa che la Chiesa cattolica fosse sufficientemente preparata ad accogliere la sfida di questo cambiamento?

Penso di si. Non è stata allarmista ma neppure ha nutrito illusioni. I nostri tre vescovi si sono comportati con equilibrio. Il card. Wu, figura molto amata dalla gente, ha garantito che la svolta avvenisse senza traumi. Infatti, egli ha lasciato la conduzione della diocesi nelle mani del suo collaboratore, mons. Joseph Zen, e del suo ausiliare mons. John Tong. I caratteri di questi uomini sono molto differenti ma complementari. Zen, di natura impetuosa e interventista, ha fatto presto sentire la sua voce riguardo ad argomenti di carattere nazionale e locale. Egli è stato subito definito "la coscienza di Hong Kong". Durante gli ultimi anni, mons.Zen ha preso posizione, tra le altre cose, sul diritto di soggiorno, l'amministrazione scolastica, la sicurezza nazionale, la canonizzazione di 120 martiri cinesi e la libertà religiosa in Cina.

Il vescovo Tong si è mantenuto su posizioni piuttosto tranquille fin quando è stato possibile, lasciando aperte le porte del dialogo a tutti, ma sempre a  favore delle posizioni di Zen. Alla morte del nostro cardinale nel 2002,  Zen ha preso in mano le redini della diocesi. All'inizio ci sono stati momenti di incertezza. Il suo modo di fare polemico ha creato difficoltà all'interno della Chiesa, ma dopo la sensazionale vittoria sull'articolo 23, il suo prestigio è cresciuto sia a livello locale che internazionale, e i sacerdoti e i fedeli ora sembrano uniti nell'appoggiare il loro vescovo.

Per finire, un suo commento sui recenti eventi politici che hanno causato sconcerto non solo qui ma in tutta la comunità internazionale.

L'impulso generato dalla protesta del 1 luglio 2003 si è propagato nel 2004 con la richiesta di un'accelerazione verso la democrazia. Il 1 gennaio di quest'anno più di 100.000 persone hanno marciato chiedendo le elezioni dirette del capo dell'Esecutivo nel 2007 e per il Consiglio legislativo nel 2008. Questa richiesta è in accordo con al Legge base, che mira alla completa democratizzazione di Hong Kong e al suffragio universale. Sfortunatamente Pechino è intervenuta con una seconda revisione della Legge base, polverizzando tutte le speranze per la giovane democrazia e senza stabilire alcuna tabella di marcia per la futura riforma politica. Il prossimo 1 luglio ci sarà un'altra manifestazione, che sarà la verifica dell'entità dello scontento popolare nei confronti dei governi locale e centrale.

 

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