18/03/2024, 16.34
CINA
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Tredicenni uccidono coetaneo, la Cina discute sulla punibilità

Una vicenda tragica nell’Hebei è diventato il primo caso in cui Pechino potrebbe applicare le norme del 2020 che hanno abbassato a 12 anni l’età minima per la responsabilità penale. Sia la vittima sia gli autori del delitto sono figli di migranti interni “lasciati indietro” con i nonni nelle aree rurali.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) - Come comportarsi con 3 tredicenni che in un estremo atto di bullismo hanno ucciso un loro compagno di classe? È un tema che in queste ore sta creando accese discussioni in Cina, tra fautori della dura indipendentemente dall’età e voci più sensibili alla necessità di rieducare dei ragazzi così giovani.

Tutto nasce da una vicenda avvenuta nella prefettura di Handan, nella provincia dell’Hebei, dove la polizia ha arrestato nei giorni scorsi tre adolescenti in relazione alla morte di un loro compagno di classe, avvenuta il 10 marzo. I resti della vittima sono stati ritrovati sepolti in un orto abbandonato, portando alla ribalta quanto anche in Cina stia diventando preoccupante il fenomeno del bullismo nelle scuole.

Tutti e tre i detenuti hanno meno di 14 anni, un fatto che solleva domande sulle procedure legali nei confronti dei minori che commettono reati. Dal 2020 la Repubblica popolare cinese ha adottato un emendamento al suo codice penale, che ha abbassato di due anni l'età minima della responsabilità per i casi di omicidio e lesioni gravi che in precedenza era fissata a 14 anni. Secondo la legge cinese, dunque, le persone tra i 12 e i 14 anni possono ora essere perseguite penalmente, anche se solo con l'approvazione della Procura suprema del popolo, il massimo organo giudiziario dell’ordinamento cinese. Quella di Pechino non è una scelta isolata: negli Stati Uniti la maggioranza degli Stati non ha un'età minima fissata per l'imputabilità, mentre per gli altri il limite è a 10 anni, come accade anche nel Regno Unito. In Francia un minore non è penalmente perseguibile sotto i 13 anni.

La triste vicenda di Handan potrebbe, dunque, diventare il primo caso dell’applicazione in Cina di questo inasprimento delle norme, varato come deterrente nei confronti dei giovanissimi. Ma il caso in questione fa riflettere anche più in generale sulla dimensione educativa all’interno della società cinese, perché sia la vittima sia i suoi coetanei appartengono alla categoria dei "left-behind", i bambini che risiedono con i nonni nelle zone rurali mentre i genitori lavorano come migranti interni nelle grandi metropoli del Paese.

Il caso di Handan ha scatenato un'ondata di indignazione sulle più popolari piattaforme di social media cinesi come Weibo e Douyin. Il Global Times - quotidiano di lingua inglese legato al governo di Pechino - raccontava oggi che su Weibo le notizie sull’omicidio commesso dagli adolescenti hanno raggiunto un miliardo di visualizzazioni, generando più di 120mila discussioni tra gli utenti della rete. E - nonostante la giovanissima età dei sospetti - molti commenti invocano pene severe, compresi alcuni netizen arrivati persino ad evocare la pena di morte.

Lo stesso Global Times nel suo articolo problematizza il tema ospitando i pareri contrapposti di due avvocati di Pechino: Liu Changsong, dello studio legale Mugong, sostiene che l’opinione pubblica dovrebbe “rimanere razionale” di fronte a queste vicende: “Di fronte alla delinquenza giovanile l’obiettivo principale dovrebbe essere l'educazione, con la punizione solo come misura secondaria”. Al contrario Meng Bo, dello studio legale Jingsh, è convinto che per scoraggiare i crimini e minimizzare il verificarsi di reati tra gli adolescenti, la magistratura dovrebbe imporre le pene severe previste dalla legge, in modo da creare un ambiente più sicuro, più sano e più civile per i minori.

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