18/10/2016, 08.55
RUSSIA
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Ultraconservatorismo, la via maestra dell’élite russa per il Paese

di Aleksei Levinson

In Europa si è allarmati per i toni da Terza guerra mondiale con cui i media mainstream in Russia raccontano l’attuale escalation di tensione tra Mosca e Washington sulla Siria. La propaganda militarista non è nuova nella Russia di Putin e fa parte della nuova ideologia ultraconservatrice, adottata dalla leadership del paese per mantenere lo status quo. Di seguito, un articolo del Moscow Times a firma di Aleksei Levinson, sociologo dell’istituto demoscopico indipendente, Levada.

Mosca (AsiaNews) - L’ultraconservatorismo è il nuovo zeitgeist russo. Lo ha adottato la leadership del Paese. La sua influenza sui media russi è ovvia e anche l’umore dell’opinione pubblica lo riflette. Le componenti militari e religiose dei curricula scolastici, la revisione della storia, la costruzione di nuove chiese e monumenti, tutto questo serve a consolidare, fortificare e perpetuare le attitudini, i modi di vita e le forme del potere che si sono affermate in Russia.

Negli Anni ’90, la società russa è passata dalle rovine del socialismo di Stato, al sistema politico democratico e all’economia di mercato. Intorno alla metà degli Anni ’90, le relazioni economiche interne avevano, in gran parte, raggiunto un punto che andava bene sia ai padroni, che ai manager, come pure a quelli che erano da qualche parte nel mezzo. Era stato raggiunto un equilibrio.

Certo questo equilibrio non andava bene alla maggioranza della popolazione, ma era buono per la minoranza che deteneva i principali asset della società russa. Si trattava per lo più di risorse miste di potere e proprietà. Queste erano spesso di origine discutibile e i diritti a questo potere e a questa proprietà potevano esistere solo finché l’ordine in vigore non fosse mutato. Spesso, determinate persone dovevano persino essere mantenute in certe posizioni.

Questo stato intermedio andava bene all’enorme classe di burocrati post-sovietica, che controllava le leggi, le regole e i regolamenti come pure i metodi per la loro applicazione selettiva o la loro inosservanza. Non volevano tornare al socialismo. Tutti sapevano che il loro potere era molto maggiore di quello degli impiegati statali sovietici. Non sentivano il bisogno di procedere verso una democrazia borghese, con i suoi tribunali indipendenti e diversi rami del potere che interagiscono. La gente non li avrebbe ‘capiti’ allora.

La borghesia che si è formata insieme alla burocrazia, i nuovi padroni, non voleva neppure un ritorno al socialismo. E non aveva bisogno neppure di un capitalismo sviluppato in stile occidentale, con la sua trasparenza, standard e le sue ispezioni. “Perfetto! Fermiamoci qui un momento”, ha pensato l’élite post-sovietica. Così, è arrivato il partito dello status quo. Il conservatorismo era un istinto e uno stato d’animo, prima ancora di prendere la forma di un’ideologia.

Hanno dovuto mettere la sordina alle riforme democratiche, avviate nel periodo precedente. È iniziato il continuo e graduale smantellamento delle nuove istituzioni sociali. Il pubblico guardava in silenzio e sembrava che le promesse della democrazia gli fossero negate, come gli erano state negate quelle del comunismo.

La frustrazione ha portato a una moltitudine di complicazioni e patologie nella coscienza di massa. La prima prova di questo è stata l’idea di una “democrazia speciale”, di cui aveva bisogno la Russia, una democrazia che non fosse ovviamente uguale a quella dell’Occidente. Questa si è poi evoluta in una più ampia e politicamente conveniente idea del “cammino speciale” per la Russia.

Siamo, chiaramente, rimasti indietro rispetto al percorso intrapreso dai Paesi occidentali e non li raggiungeremo mai. Abbiamo pensato al percorso della Cina, senza nemmeno immaginare di potervi competere. Allo stesso tempo, quasi nessuno ha voglia di ammettere che la Russia è arretrata. Così, ci viene chiesto di immaginarci lungo un sentiero speciale, senza nessuno a farci compagnia.

L’idea è confortante, ma non ci si può fermare qui. La logica della nostra esclusività ha portato col tempo all’idea dei nostri speciali diritti. Possiamo fare cose, che gli altri non possono fare. Dopo l’annessione della Crimea, i politici hanno trovato cento ragioni per spiegare che questa era legittima, legale e corretta. La coscienza di massa non si è ostinata sui dettagli del caso, ma ha provato a rimanere inflessibile nella convinzione che fosse un nostro diritto e basta. E se tutti nel mondo pensano che noi abbiamo sbagliato, questo prova solo che siamo nel giusto.

Lo speciale cammino dal socialismo sovietico verso un parziale capitalismo di Stato ha gettato molti russi in confusione. Per loro, si è trovata una medicina ultraconservatrice, a basso costo ed efficace: trasmettere ogni giorno vecchi film sovietici sui maggiori canali televisivi. Si è iniziato a iniettare i simboli del periodo imperiale e sovietico nella cultura popolare.

Le autorità hanno realizzato che l’ultraconservatorismo - attraverso una dose sistematica di passato virtuale - permette di mantenere lo status quo, necessario all’élite. È stato, perciò, creato un consenso unico del pubblico e delle autorità che ha già provato il suo valore: due terzi della popolazione ora approva l’operato del suo massimo rappresentante, Vladimir Putin, e lo fa dall’inizio degli Anni 2000.

La recente conversione di milioni di altri russi ha aumentato il rating del presidente oltre l’80%. Questi cambiamenti, e la trasformazione dell’ultraconservatorismo in un nuovo attivismo, designato a spaventare e provocare un mondo esterno ostile, sono oggetto per una discussione a parte e importante. 

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