11/09/2007, 00.00
TAIWAN - ONU
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Un seggio per Taiwan all’Onu: questione di diritti umani

All’Assemblea del 18 settembre, 15 Paesi vogliono che l’Onu affronti il problema che attende soluzione dal ’71. Le minacce militari e i missili di Pechino.

Taipei (AsiaNews) – Un nuovo tentativo di assicurare a Taiwan un seggio all’Onu, sta per essere lanciato alla prossima Assemblea Generale a New York, in programma per il 18 settembre prossimo. Almeno 15 Paesi hanno sponsorizzato e inviato una proposta al presidente dell’Assemblea perché il prossimo raduno generale discuta e approvi la loro mozione. La proposta è che tutta l’Assemblea Onu prema sul Consiglio di Sicurezza  perchè prenda in considerazione la richiesta di Taiwan di avere un seggio nell’organismo internazionale, che nel ’71 ha ritirato il riconoscimento a Taiwan per spostarlo sulla Repubblica popolare cinese.

Molti taiwanesi affermano che un seggio all’Onu è “una questione di diritti umani”. Di fatto gli abitanti dell’isola viaggiano, commerciano, solidarizzano con tutto il mondo, ma su questioni politiche internazionali non hanno alcuna voce. Non avendo neanche un seggio nell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), essi non hanno nemmeno la possibilità di intervenire e prendere provvedimenti su epidemie e malattie a livello mondiale. La Cina infatti ha barrato la rappresentanza taiwanese all’Onu e all’Oms, avocando a sé la rappresentanza di tutti i cinesi, sebbene essa non abbia alcuna influenza o possibilità di intervento sull’isola da lei definita “provincia ribelle”. In compenso Taiwan è rappresentata nell’Organizzazione mondiale del commercio e nel Comitato olimpico.

I 15 paesi sponsor della mozione  hanno tutti relazioni diplomatiche con Taipei e  sono: Isole Salomone, Nauru, Gambia, Malawi, Palau, Swaziland, Tuvalu, Sao Tome e Principe, Isole Marshall, St. Kitts e Nevis, St. Vincent e Granadine, Honduras, Burkina Faso, Kiribati e Belize.

I rappresentanti di questi paesi hanno promesso che essi “parleranno in favore di Taiwan … e domanderanno che la [sua ] richiesta riceva la dovuta attenzione  e discussione”.

Dal 1993, ogni anno, gli alleati di Taiwan cercano di aprire la discussione per assicurarle un seggio all’Onu, ma questa richiesta o non riceve sufficiente sostegno dall’Assemblea, o viene bloccata sul nascere dal Consiglio di Sicurezza, dove è presente la Cina, che si fa forte della Risoluzione 2758, votata nel ’71, secondo cui il governo di Pechino è l’unico rappresentante della Cina. Di fatto, però, dal ’49 – da quando il governo di Chiang Kai-shek fuggì sull’isola, lasciando la Cina a Mao Zedong - Taiwan vive in uno stato di pratica indipendenza e si è ormai evoluta a moderna democrazia, con un governo, un parlamento, elezioni libere e un’economia che è la 18ma al mondo.

Il Ministro taiwanese degli Esteri ha fatto notare a più riprese che “la Risoluzione 2758 non dice nulla su Taiwan e non delega la Cina  a rappresentare i 23 milioni di persone” che vivono sull’isola.

Per sfuggire alla spada di Damocle della Risoluzione 2758 (che definisce Pechino “unico rappresentante” cinese) , quest’anno Taiwan ha fatto la richiesta di entrare come membro dell’Onu  o come osservatore con la dizione “Taiwan”, abbandonando il nome tradizionale di “Repubblica di Cina”. Un sondaggio di opinioni dello scorso marzo mostra che il 77% degli abitanti dell’isola sostiene questo tentativo e questo nome.

Finora l’Onu ha sempre raffreddato i tentativi di Taiwan. L’ultima lettera di Chen Shuibian, il presidente dell’isola, presentata lo scorso agosto, è stata addirittura rinviata al mittente senza alcuna risposta. È anche vero che il segretario generale Ban Ki-moon quando cita Taiwan non aggiunge più – come avveniva prima – la dizione “parte integrante della Cina”, suscitando le rimostranze di Pechino.

Intanto questa continua la sua guerra per isolare Taipei. Oltre a premere sul Consiglio di Sicurezza, la Cina sta cercando con abbondanti donazioni economiche di strappare a Taiwan i 24 rapporti diplomatici che l’isola intrattiene. In più vi aggiunge le minacce militari. Nel 2005 l’Assemblea nazionale del popolo ha votato una legge anti-secessione che apre la possibilità di un intervento armato se Taiwan si proclama indipendente. Allo stesso tempo, sulle coste che fronteggiano l’isola, ha piazzato oltre 900 missili in direzione di Taiwan.

Secondo il ministro taiwanese Shieh Jhy-wey, “Taiwan è l’unico dei quasi 200 paesi del mondo a cui è negato un seggio alle Nazioni Unite”. Riconoscere un seggio a Taipei “è un atto umano in difesa dell’uguaglianza e della dignità umana”.

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