15/03/2026, 10.22
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Vescovi coreani: 'L'aborto non è l'unica strada'

La Dichiarazione della Conferenza episcopale sulla “Modifica parziale della Legge sulla salute materna e infantile” in discussione nel Paese per colmare il vuoto giuridico prodotto dalla sentenza del 2019 della Corte suprema che ha depenalizzato l'aborto. La Chiesa coreana chiede una consulenza e un periodo di riflessione obbligatori prima dell'interruzione della gravidanza e il rafforzamento della respponsabilità condivisa degli uomini nella cura dei figli.  

Seoul (AsiaNews) - Durante la sua Assemblea, tenuta nei giorni scorsi, la Conferenza dei vescovi cattolici della Corea del Sud è tornata a intervenire sul tema dell'aborto, che resta molto caldo nel Paese. L'attuale amministrazione guidata dal presidente Lee Jae Myung preme per l'approvazione da parte del parlamento di una modifica della Legge sulla salute materna e infantile che vada a colmare il vuoto giuridico venutosi a creare con una sentenza della Corte suprema del 2019, che ha depenalizzato l'interruzione artificiale di gravidanza nel Paese in assenza però di una normativa ad hoc. Il dibattito si è ulteriormente infiammato nelle ultime settimane dopo che - il 4 marzo scorso - il tribunale distrettuale centrale di Seoul ha condannato per infanticidio una donna e alcuni medici che nel 2024 a Incheon, praticando un aborto alla 36esima settimana, soppressero un bambino che di fatto era nato vivo. Pubblichiamo di seguito il testo integrale della Dichiarazione diffusa dai vescovi coreani che esprime preoccupazione per l'approccio che riduce a una mera "scelta personale" l'approccio a un tema così delicato che ha a che fare con la tutela della vita.    

La Conferenza dei vescovi cattolici della Corea esprime ancora una volta profonda preoccupazione per il fatto che la recente proposta di “Modifica parziale della Legge sulla salute materna e infantile” consideri l’aborto una questione di “scelta” personale e, di fatto, promuova la “liberalizzazione dell’aborto”.

L’aborto, che pone artificialmente fine alla vita nel grembo materno, è un atto di “omicidio” che danneggia la vita più preziosa e indifesa donata da Dio. La vita è un dono sacro di Dio, un valore assoluto che non può essere compromesso dalla convenienza umana o da formulazioni giuridiche. Pertanto, la Conferenza dei vescovi propone le seguenti misure per salvare sia il feto sia la donna incinta e per costruire una cultura della vita.

1. Appello all’istituzione di un quadro giuridico a tutela del rispetto per la vita.
È davvero vergognoso, per un Paese governato dallo stato di diritto, che il vuoto legislativo si sia protratto per diversi anni da quando la Corte costituzionale ha stabilito nel 2019 che il reato di aborto è incostituzionale. La cosa più urgente ora non è modificare alcune disposizioni della Legge sulla salute materna e infantile, ma riformare correttamente il Codice penale e stabilire principi giuridici chiari. Senza una revisione fondamentale del diritto penale, non potremo impedire la tragedia di una tendenza al disprezzo della vita trasformata in legge. L’istituzione di una corretta normativa penale è molto importante per garantire pienamente la salute delle donne incinte e il diritto alla vita del feto.

2. Sollecitiamo l’introduzione di un efficace “periodo di riflessione” e di una “consulenza obbligatoria”.
Ciò di cui hanno bisogno coloro che stanno considerando l’aborto è tempo sufficiente e informazioni corrette per scegliere la vita. Piuttosto che limitarsi a una procedura formale, dovrebbe essere obbligatoria una consulenza accompagnata da un periodo di riflessione di almeno alcune settimane. Inoltre, utilizzando attivamente gli attuali “Centri di supporto per donne incinte in crisi”, sarà possibile creare un sistema che presenti e sostenga le diverse opzioni alternative all’aborto.

3. Invitiamo a rispettare la coscienza dei medici e a proteggere gli “ospedali che salvano la vita”.
Lo Stato deve proteggere gli ospedali che, fedeli alla coscienza fondamentale del personale sanitario, rifiutano di sopprimere una vita. Si dovrebbero identificare sistematicamente gli “ospedali che non praticano aborti”, per infondere nel personale medico un senso di orgoglio nella tutela della vita e diffondere socialmente una cultura della salvaguardia della vita.

4. Appello alla regolamentazione della distribuzione indiscriminata dei farmaci abortivi e alla tutela della salute delle donne.
Le pillole abortive non possono mai essere una “soluzione facile” e lasciano alle donne incinte gravi traumi fisici e psicologici. Questi farmaci abortivi devono essere rigorosamente controllati per impedirne la distribuzione indiscriminata.

5. Invito a rafforzare la responsabilità condivisa degli uomini per gravidanza e parto.
Donne e uomini condividono la responsabilità della gravidanza, del parto e dell’educazione dei figli. Pertanto, lo Stato dovrebbe rafforzare il sistema e creare un ambiente in cui il bambino possa nascere come una benedizione, mentre entrambi i genitori si assumono insieme la responsabilità.

6. Il vero diritto all’autodeterminazione deve iniziare dal “diritto di partorire e crescere”.
Dobbiamo anzitutto cambiare le strutture sociali e le percezioni culturali che costringono le donne a “scegliere” l’aborto. A tal fine, lo Stato dovrebbe adottare misure concrete affinché le famiglie possano mettere al mondo e crescere figli con serenità: ad esempio un sostegno significativo alle famiglie con figli, l’espansione dei sistemi di supporto al mantenimento dei bambini e l’ampliamento delle strutture di cura nelle scuole e nei luoghi di lavoro.

Proteggere la vita significa proteggere la dignità dell’intera comunità. Affinché la nostra società possa avanzare verso una cultura della vita piuttosto che verso una cultura della morte, esortiamo il governo e l’Assemblea nazionale a impegnarsi responsabilmente per migliorare la loro attività legislativa e i loro sistemi.

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