04/04/2013, 00.00
VIETNAM
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Vescovi vietnamiti a difesa della famiglia che ha lottato contro gli espropri forzati

È in corso il processo a carico di Peter Doan Van Vuon, accusato di “omicidio” per aver difeso la propria attività commerciale da un esproprio forzato. Due prelati lanciano una petizione, in cui sottolineano che l’uomo e i familiari sono innocenti e vittime degli abusi perpetrati dalle autorità locali. La loro storia esempio di coraggio per molti vietnamiti.

Hanoi (AsiaNews/EdA) - I vescovi vietnamiti si schierano accanto a Peter Doan Van Vuon e ai suoi parenti - ribattezzati la "famiglia coraggio", per l'opposizione al sequestro forzato dei beni disposto dalle autorità - nel processo per omicidio e resistenza a pubblico ufficiale intentato dalle autorità locali. Il 2 aprile scorso, nell'aula del tribunale popolare di Hai Phong, città portuale nel nord-est del Paese, si è aperto il dibattimento che vede alla sbarra l'uomo con l'accusa di omicidio. Secondo le previsioni la corte dovrebbe decidere entro il 5 aprile, in un processo lampo che, con molta probabilità, terminerà con la sentenza di condanna. Qualche giorno più tardi - fra l'8 e il 10 - andranno a giudizio le sorelle, incriminate per "opposizione agli agenti governativi, impegnati nell'esercizio delle loro funzioni".

La vicenda che vede protagonista la famiglia di Doan Vuon è solo l'ultimo episodio di una lunga serie di scontri fra autorità e cittadini, fra governo e Chiesa cattolica, per il possesso di terreni e la proprietà di edifici o attività commerciali. In questo caso la diatriba ruota attorno ai 40 ettari di terra che Peter ha ottenuto nel 1993 dietro concessione governativa; nel corso degli anni, grazie al suo lavoro, ha trasformato paludi e acquitrini in un'azienda ittica.

Nel 2009, quando cominciavano ad arrivare i primi guadagni, le autorità in modo del tutto arbitrario hanno deciso di rivendicare i diritti sulla zona; dopo una lunga battaglia, il 24 novembre 2011 l'amministrazione ha emanato un ultimatum, in cui imponeva alla famiglia di abbandonare terre e attività. 

Invece di piegare il capo all'abuso dell'autorità, Peter e i familiari hanno deciso di reagire: il 5 gennaio 2012 un gruppo di militari si è avvicinato all'area per applicare il decreto di esproprio. I soldati sono stati "accolti" da una selva di colpi: proiettili e bombe a mano che non intendevano uccidere, ma impedire l'accesso all'interno della residenza. Lo scontro non ha fatto registrare morti o feriti; a distanza di qualche giorno, le forze dell'ordine hanno compiuto una nuova irruzione, arrestando i membri della famiglia ora a processo per "omicidio". La loro strenua difesa ha raccolto la solidarietà di cattolici e non, stupiti dalla determinazione dei Doan Vuon nel difendere il proprio lavoro.

A difesa della famiglia scendono in campo il presidente della Commissione episcopale di "Giustizia e Pace" della Chiesa vietnamita, mons. Paul Nguyen Thai Hop e il vescovo di Hai Phong mons. Joseph Vu Van Thien. I due prelati sono i primi firmatari di una fra le molte petizioni in cui si chiede la liberazione degli imputati e il proscioglimento completo da ogni accusa. Nella lettera i vescovi smontano passo dopo passo ogni accusa formulata dalle autorità e ribadiscono la loro assoluta estraneità ai fatti ascritti come reato. Mons. Nguyen Thai Hop e mons. Vu Van Thien sottolineano che la famiglia ha solo esercitato un "diritto legittimo di difesa" di un'attività commerciale "frutto del suo [Peter Doan Van Vuon] sudore e di quello dei suoi parenti". Per questo si appellano al tribunale, affinché giudichi "in modo indipendente" e prosciolga gli imputati da ogni accusa. 

 

 

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