06/08/2008, 00.00
INDIA
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Vescovo Gracias: la vita va difesa sin dal concepimento e fino alla morte

di Nirmala Carvalho
Mons. Gracias interviene nel controverso caso dei coniugi Mehta. Hanno chiesto al tribunale di poter abortire il figlio di 26 settimane perché forse affetto da un’infermità cardiaca. “Aborto ed eutanasia”: due aspetti della stessa “cultura della morte”.

New Delhi (AsiaNews) – “Ogni negazione della vita umana svilisce il nostro rispetto per la vita. Contro la crescente cultura della morte, dobbiamo affermare con forza il rispetto della vita, soprattutto di chi non è ancora nato”. Mons Angelo Gracias interviene così nel controverso caso dei coniugi Mehta, che ha diviso l’India.

Il 4 agosto il tribunale di Mumbai ha respinto la domanda di Niketa e Haresh Mehta di abortire il figlio di 26 settimane, dopo che i medici gli hanno pronosticato problemi congeniti al cuore. La legge indiana consente l’aborto dopo 20 settimane solo se è in pericolo la vita della madre. I genitori lamentano che la diagnosi non era possibile prima, che il figlio avrebbe bisogno di un pacemaker per vivere, che loro non possono pagare le costose cure necessarie (l’impianto di un pacemaker costa circa 1.650 euro). Peraltro la commissione medica del tribunale dice “non sicuro” che il nascituro avrà l’infermità. La discussione in tribunale si è incentrata sulla “qualità della vita che il bambino avrà” e i genitori hanno chiesto l’aborto come “una questione di giustizia sociale”: hanno rifiutato le offerte di portare avanti la gravidanza e dare poi il figlio in adozione, se non voluto. Ma il tribunale ha ritenuto che non si può fare eccezione per un’infermità nemmeno certa.

Anche mons. Gracias, presidente della Commissione per la Famiglia della Conferenza episcopale cattolica dell’India, è intervenuto in televisione osservando che “se il bambino è sano, può darsi che lo vogliano tenere. E se ha handicap potrà essere adottato: sono pronti a prendersene cura, ad esempio, la Suore di Madre Teresa o i carismatici di Jeevan Jal”.

Con AsiaNews, mons. Gracias discute il problema negli aspetti medici, legali ed etici. “Da un punto di vista medico – dice – gli stessi medici sono divisi sull’esistenza dell’infermità”. “Da un punto di vista legale, l’aborto è qui possibile solo se c’è pericolo per la vita della madre o del feto: ipotesi entrambe assenti”. “Ma, da un punto di vista etico, la vita per noi è sacra sin dal concepimento. Non c’è differenza scientifica tra un feto di oltre 25 settimane, del tutto formato, e un bambino appena nato ed è orribile volerlo sopprimere per un’anormalità cardiaca, come sarebbe orribile uccidere un bambino nato”.

Ma la Chiesta cosa può fare per questi bambini?

“Ho parlato con le Missionarie della Carità di Madre Teresa di Kolkata e sono pronte a occuparsi loro del bambino e a crescerlo con amore. Ma anche altri gruppi sono pronti a farlo. Il direttore del gruppo Jeevan Jal, Trevor Lewis, mi ha raccontato che più volte le madri si rivolgono a loro quando il dottore diagnostica possibili malformazioni del feto e loro si dichiarano pronti a occuparsene. Lewis mi ha detto che, a tutt’oggi, nessuno di questi bambini è poi nato deforme”.

Molti chiedono di legalizzare l’eutanasia. Ci sono collegamenti tra aborto ed eutanasia?

“Di certo. La vita è un continuum. Ogni aggressione alla vita le toglie valore. L’aborto è l’attacco all’inizio della vita, l’eutanasia alla sua fine. Per noi la vita è un dono di Dio e torniamo a Lui quando arriva la morte”.

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