16/07/2004, 00.00
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Vescovo caldeo: "Noi, costruttori del nuovo Iraq"

di Bernardo Cervellera

I segni di speranza e le cecità dell'occidente; la fiducia verso il governo di Allawi e il compito dei cristiani. Un'intervista a tutto campo a mons. Rabban Al Qas, vescovo caldeo di Amadiyah (nord Iraq), in Italia alla ricerca di aiuti per la ricostruzione.

Roma (AsiaNews) – Ostaggi, decapitazioni, bombe, incendi, uccisioni: le immagini e notizie che provengono dal Medio Oriente confermano l'idea che l'Iraq sia il paese della morte. Per mons. Rabban Al-Qas, vescovo caldeo di Amadiyah, il suo "è un Paese vivo". Per molti l'anno appena trascorso è quello della guerra, della presenza anglo-americana, degli attentati e delle sommosse: un anno di distruzione. Per mons. Rabban questo è l'anno della "costruzione del nuovo Iraq". Il motivo di tanto ottimismo si chiama "International School": la prima scuola di lingua inglese, che viene aperta dopo la caduta di Saddam Hussein. La zona è quella della sua diocesi, Amadiyah, nel nord del Paese, nel Kurdistan irakeno. Mons. Rabban spiega: "Grazie alla zona sopra il 36mo parallelo -  creata da francesi, americani, inglesi dal 1991 in poi – questa zona è relativamente tranquilla e abbiamo cominciato a costruire una scuola per 500 studenti, cristiani e musulmani, yazid, arabi. La scuola è concepita per dare ospitalità ai giovani dei villaggi. Per questo vi sono alloggi per gli studenti. La nostra idea è di offrire questa scuola gratuitamente a tutti. Speriamo che il Signore ci sostenga e che vi siano persone di buona volontà che ci aiutino".

Fra le persone di "buona volontà" che sostengono il progetto vi è il principe Alberto di Monaco; l'organizzazione non governativa Mission Enfance, con sede nel principato monegasco; benefattori francesi, tedeschi e italiani.

L'International School, d'accordo col ministro dell'educazione, ha deciso di usare la lingua inglese – e francese – per tutte le materie scientifiche e filosofiche, per facilitare l'integrazione dell'Iraq nella comunità internazionale. "Mi aspetto – dice il vescovo – che arrivino persone dagli Stati Uniti e dalla Francia o da altre parti per stage di insegnamento scientifico".

La prima pietra della scuola era stata messa il 14 luglio 2003, quando c'era ancora Saddam Hussein. Ma da lui venivano anche tutte le difficoltà che non facevano partire il progetto. "Saddam – ricorda il vescovo - esigeva che tutte le ong e le donazioni fossero approvate e verificate da Baghdad. Saddam non voleva che iniziassimo la scuola. Anche Tarek Aziz, quando l'abbiamo incontrato, ha sottolineato che la scuola non poteva nascere senza il controllo di Baghdad. Dopo la presa del potere del Baath, il governo ha requisito e nazionalizzato tutte le scuole, private e religiose. Prima, l'elite scientifica studiava nelle scuole cristiane e gesuite. Con la confisca, vi è stato un abbassamento del livello culturale. La nostra scuola è un tentativo di rinvigorire l'educazione scientifica, superando gli scogli e i controlli del vecchio regime di Saddam. Anche questo è il nuovo Iraq".

Eccellenza, c'è davvero un nuovo Iraq?

Dal 28 giugno la nostra situazione è cambiata: abbiamo un nuovo governo sotto il patrocinio dell'Onu. Ma non sono d'accordo con chi dice che "è finita l'occupazione". Per me quanto avvenuto ad opera degli americani rimane ed è una vera liberazione, una liberazione dell'Iraq. E questo ha messo le basi per il nuovo Iraq.

A guardare i media occidentali c'è solo distruzione…

La stampa occidentale è stata ingiusta verso l'Iraq: ha sempre e solo presentato il lato oscuro, terrorista, assassino: l'esplosione di vetture piene di tritolo;gli uccisi, le immagini crudeli delle decapitazioni. Qualcuno ha perfino giustificato queste violenze perché erano "contro gli occupanti". Ma nella maggior parte dei casi, quelli che hanno pagato il prezzo più alto sono gente comune, cristiani o musulmani, che lavoravano con gli americani o si trovavano per caso a passare dalla strada dove una vettura saltava. I cosiddetti "resistenti" non sono quasi mai giunti allo scopo di uccidere gli americani. No: quando si è opposizione, si lotta per garantire la libertà di un popolo. Se voi colpite il vostro stesso popolo e lo uccidete, non siete "resistenti", ma distruttori, partigiani del nulla.

E la stampa è andata dietro: ha sempre proposto il lato negativo della vicenda. Non hanno mai parlato di quello che il governo di prima e di adesso (quello provvisorio e ad interim) hanno fatto. Nessuno ha detto che, pur dentro il terremoto politico, le insicurezze, le scuole sono state riaperte; le scuole primarie, secondarie, il liceo, l'università hanno completato l'anno scolastico.

È cominciata a circolare un po' di ricchezza; ai tempi di Saddam c'era solo povertà. Questo è dovuto alla gestione del governo e anche degli americani. C'è poi la novità dei lavori, delle costruzioni  che vanno avanti anche con tutti gli attentati. Quante persone hanno pagato con il sangue il loro impegno per la ricostruzione? Italiani, giapponesi, francesi, americani, coreani… Nessuno ha mai parlato di questo: delle centrali elettriche che tornano a funzionare; dei pozzi petroliferi che vengono riaperti; dei programmi agricoli che vengono lanciati; delle strade nuove che si distendono nel Paese… Un tempo tutte le strade erano piene di buche.

E che dire della stampa e della libertà di stampa? Vi sono almeno 150 giornali che vengono pubblicati quotidianamente. E le manifestazioni? Ai tempi di Saddam le manifestazioni erano proibite …

Si è parlato molto di sunniti, sciiti, di Moqtada al Sadr che erano e sono contrari agli americani…

Ma se gli americani non avessero cacciato Saddam, forse che Moqtada al Sadr, o gli sciiti, i sunniti, i cristiani, avrebbero potuto manifestare? O fare critiche? O perfino mantenere i loro pellegrinaggi e cerimonie religiose? No. Il pellegrinaggio a Najaf con 1-2 milioni di persone non avrebbe potuto avere luogo. Moqtada al Sadr poi è piuttosto uno sprovveduto, che ha radunato attorno a sé un gruppo senza un progetto, ma pagato – forse dall'esterno…. Il suoi movimento era qualcosa di superficiale ed ora è già finito. Nel governo ci sono personalità più importanti e più rappresentative dello sciismo. Ma purtroppo nessuno va a parlare con loro. No: l'informazione sul nuovo Iraq non c'è stata. L'occidente europeo e il pacifismo sono rimasti ciechi sul nostro Paese.

Invece da noi sta nascendo una novità: una democrazia, ancora giovane, ma reale, che ha bisogno di essere aiutata. Anche se gli europei hanno sospetti e rifiuti, come irakeno io dico che noi saremo sempre grati agli Stati Uniti perché hanno portato la liberazione a tutto un popolo. E lo dico come irakeno, curdo, vescovo cattolico: il nostro popolo è stato salvato e può davvero sperare in un fruttuoso avvenire.

Che rapporti avrà il nuovo Iraq con Francia, Russia, paesi arabi?

Il gruppo al governo è piuttosto ottimista sul futuro. E la gente sta dando loro fiducia e  un po' di tempo per mettere in atto le promesse. Va detto che lo Stato irakeno era totalmente a terra: uffici chiusi, ministeri inesistenti, esercito dissolto, conflitti, baathisti rimasti esclusi. Io credo che il governo riuscirà e fra qualche mese ci saranno i primi frutti. Ma c'è bisogno dell'aiuto di tutti. Ora nessuno ha più pretesti per non aiutarci. Prima dicevano che tutto era sotto gli americani; adesso vi è una dichiarazione Onu e il potere è in mano al governo irakeno. Io penso che a poco a poco questo governo sarà riconosciuto come partner anche da francesi e russi. Ormai russi, francesi, e altri si sono attivati per stabilire rapporti anche economici. Il governo sta ripensando anche alla remissione del debito contratto ai tempi di Saddam con questi Paesi.

I francesi in passato hanno lavorato molto per lo sviluppo dell'Iraq e anche con l'esercito. Non è nel loro interesse mettersi da parte mentre la società irakena lievita sempre di più. Ho tanti amici francesi e loro ormai si preparano a ritornare in Iraq.

Anche il Primo ministro Allawi ha detto che vuole diversificare i rapporti economici. Gli irakeni sono riconoscenti agli americani, ma hanno bisogno del rapporto con tutti. Occorre un lavoro concertato della comunità internazionale in campo politico e commerciale.

Per quanto riguarda i Paesi arabi, o musulmani essi sono già presenti: il Kuwait, l'Arabia Saudita, l'Egitto, la Giordania, gli iraniani e la Turchia. I sauditi e gli egiziani stanno impiantando le strutture dei telefoni satellitari. Il segno della ripresa è evidente: grazie alle molte costruzioni, il prezzo del cemento e del ferro stanno lievitando ogni giorno. Ma è positivo: è segno di rinascita.

Com'è la Chiesa del nuovo Iraq?

Noi cristiani vogliamo vivere come irakeni e come laici. Per questo sosteniamo la nuova costituzione dell'Iraq. E con noi sono anche gli sciiti. La stragrande maggioranza degli sciiti, anche i grandi mullah irakeni non vogliono per nulla un governo come quello iraniano: solo il 25% degli sciiti vuole un governo degli ayatollah, dei religiosi. In Iraq siamo come in Europa: vogliamo liberarci del potere temporale delle religioni.

Ma occorre che la Chiesa si mostri franca e chiara, che sia presente e giudichi gli avvenimenti mentre succedono. Come cristiani non siamo dei cittadini di seconda classe: siamo parte di tutta la popolazione. Oggi occorre vivere come irakeni e lavorare con il governo  e nella libertà.

L'urgenza più grande è quella della testimonianza. Non solo con le parole, ma mostrando la nostra identità cristiana e manifestando i nostri valori. Una volta si aveva timore anche di fare un segno di croce in pubblico o di radunarci nelle case. Ai tempi di Saddam vi erano leggi ingiuste contro i cristiani, ma abbiamo preferito tacere, commiserandoci di essere minoranza. Ad esempio i figli di una donna non musulmana erano considerati automaticamente dei musulmani e noi tacevamo; le scuole erano requisite e noi ci accontentavamo di insegnare nelle chiese. È tempo di giudicare ciò che è sbagliato, e valorizzare ciò che è giusto.

Lei parla così perché ha vissuto nel Kurdistan, una zona dove l'influenza di Saddam Hussein è diminuita dal '91 in poi.. Ma il suo caso non è un'eccezione?

No, per nulla. È solo che abbiamo cominciato a vivere questa libertà e democrazia un po' prima, grazie alla zona sotto il controllo delle forze alleate. Quello che le dico viene certo da quanto ho vissuto e vivo nella mia diocesi di Amadiyah. Ma quello che le esprimo non è molto diverso da quanto pensano tutti gli irakeni.

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