02/03/2026, 14.09
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Vicario d’Arabia: nel Golfo in guerra la Casa Abramitica resti segno di ‘pace e coesistenza’

di Dario Salvi

Dagli Emirati mons. Martinelli racconta di una situazione che “sembra sotto controllo”, anche se permane “apprensione” per l’escalation fra Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Chiusura “temporanea,  necessaria” della Abrahamic Family House, ma la speranza è che “possa essere presto riaperta”. La preghiera per le vittime fra la popolazione migrante.

Milano (AsiaNews) - La chiusura della Abrahamic Family House in questi giorni di nuovo, sanguinoso conflitto in Medio oriente, in particolare nel Golfo, non è “una metafora di questa escalation”, perché è “temporanea, necessaria”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), commentando il nuovo conflitto fra Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in un quadro dagli sviluppi imprevedibili. Tuttavia, prosegue il prelato,“la sola esistenza di questo complesso è una sfida positiva e un richiamo al valore del dialogo tra persone di fedi diverse, che non dobbiamo stancarci di alimentare” e resta “un segno di coesistenza pacifica”. Al momento negli Emirati “la situazione sembra sotto controllo” afferma, pur restando un certo grado di “apprensione”.

Terzo giorno di una guerra che, ormai, si è allargata coinvolgendo tutti gli Stati del Golfo e anche il Libano, dove raid dello Stato ebraico contro obiettivi di Hezbollah hanno causato decine di morti e il rischio di un’ulteriore escalation. Intanto si segnalano esplosioni in Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti (Eau), oltre ad una raffineria di petrolio in fiamme - anche se il rogo sembra essere sotto controllo - in Arabia Saudita. Da Riyadh al Kuwait, i leader regionali accusano Teheran e minacciano risposte agli attacchi provenienti dalla Repubblica islamica contro obiettivi militari statunitensi o interessi energetici. In precedenza, l’esercito kuwaitiano ha detto che “diversi” aerei da combattimento Usa si sono schiantati al suolo - forse colpiti da fuoco amico - con gli equipaggi che sono riusciti a mettersi in salvo. Per la Mezzaluna Rossa le vittime in Iran sono oltre 550 e distribuite in almeno 130 città. Massima allerta anche nella base britannica Raf a Cipro, coi caccia che si sono alzati in volo anche in questi minuti per respingere “un sospetto attacco di droni”.
Di seguito, l’intervista integrale a mons. Martinelli:

Siamo al terzo giorno di guerra, com’è la situazione?
Negli Emirati Arabi uniti la situazione sembra sostanzialmente sotto controllo, sebbene differenziata sul territorio. Ad Abu Dhabi e Dubai vi è maggiore preoccupazione, mentre in altre parti del Paese le ripercussioni sono minori. Gli attacchi sono stati sostanzialmente tutti respinti e la percezione tra la gente è che il Paese abbia risposto bene e sia in grado di proteggere la popolazione. Questo non toglie comunque una certa apprensione.

Le celebrazioni proseguono regolarmente?
Sì, in tutte le chiese del Vicariato le messe sono state celebrate regolarmente; evitiamo iniziative che comportino affollamento. Sono in contatto con tutti i nostri parroci, che mi hanno confermato che tutte le funzioni domenicali si sono svolte regolarmente. Nella parrocchia di Al Ain, vicino al confine con l’Oman, dove stavo svolgendo la mia visita pastorale, tutte le attività si sono svolte come da programma (nelle foto). Per il resto ci atteniamo tutti alle indicazioni delle autorità civili.

Vi aspettavate un’escalation così improvvisa e, soprattutto, un coinvolgimento degli Emirati in un conflitto che sta incendiando tutta la regione?
Un attacco di questo tipo non poteva non mettere in conto una reazione verso i Paesi in cui ci sono basi militari degli Stati Uniti. Del resto, era già capitato durante la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” nel giugno scorso.

Cosa significa per le popolazioni del Golfo trovarsi in prima linea?
Ci troviamo direttamente coinvolti in una situazione che ci riguarda da tempo. Ciò che accade in questi giorni evidenzia ulteriormente le connessioni profonde tra i paesi del Golfo, che di fatto sono molto radicate.

E quali sono i riflessi per la popolazione migrante, che conta al suo interno le prime vittime della guerra?
In questo momento è ancora presto per vedere i riflessi specifici sulla popolazione migrante, che comunque costituisce il 90% della popolazione residente. Preghiamo per le tre vittime di questa guerra e speriamo che non se ne aggiungano altre. Soprattutto speriamo che al più presto si possa tornare alla via del dialogo e della diplomazia per sostenere “il bene dei popoli che anelano alla coesistenza pacifica”, come ha raccomandato papa Leone al termine dell’Angelus di domenica.

Cosa resta della “Casa Abramitica” in questo conflitto che vede opposti la Repubblica islamica sciita, lo Stato ebraico e che ha colpito anche le monarchie e gli emirati sunniti del Golfo? 
Non credo che la chiusura della Abrahamic Family House sia una metafora di questa escalation. Si tratta di una chiusura temporanea, necessaria in questo momento vista la situazione e l’imprevedibilità degli sviluppi. Ma la sola esistenza di questo complesso è una sfida positiva e un richiamo al valore del dialogo tra persone di fedi diverse, che non dobbiamo stancarci di alimentare. Si deve combattere contro ogni strumentalizzazione delle religioni. La Abrahamic Family House è connessa indelebilmente alla visita di papa Francesco negli Emirati Arabi nel 2019 e alla firma, in quell’occasione, del documento della Fratellanza Umana, insieme al Grande Imam di Al-Azhar. Anche se in questo momento non è possibile utilizzarla, rimane un segno di dialogo e di coesistenza pacifica. Speriamo che presto possa essere riaperta.

Siete in contatto con le altre Chiese della regione e qual è il messaggio che vuole inviare in un quadro crescente di morti, violenza, dolore?
Mi sono messo subito in contatto con il Vicario apostolico dell’Arabia del Nord, mons. Aldo Berardi. Inoltre, i due Vicariati sono parte della CELRA, la Conferenza episcopale dei vescovi latini delle regioni arabe: in questi giorni ho ricevuto messaggi di vicinanza anche del nostro presidente, il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa e dagli altri membri. È molto importante per me non sentirmi solo, ma essere coinvolto in una corresponsabilità con gli altri vescovi presenti in quest’area geografica. Subito dopo l’inizio degli attacchi ho scritto una lettera a tutti i nostri fedeli, invitandoli a essere sereni nel Signore e a seguire le indicazioni delle autorità civili. Soprattutto, ho chiesto a loro di rimanere uniti nella preghiera e di essere solidali tra loro, soprattutto con i più bisognosi. Li ho invitati in particolare a recitare il rosario insieme. La preghiera, infatti, rinnova in noi la speranza, la fiducia in Dio e nella Provvidenza e ci dispone ad affrontare anche le difficoltà con uno spirito positivo aperto alla carità e alla condivisione.

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