il silenzio di Putin sul Venezuela e sull'Iran
Come già successo per il crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, anche su quanto sta avvenendo in Venezuela e in Iran, due storici alleati, Mosca non sta andando oltre le dichiarazioni di circostanza. Gli strali del Cremlino si rivolgono ogg quasi esclusivamente all’Europa e alla Nato, senza coinvolgere più di tanto le responsabilità di Washington.
Mosca (AsiaNews) - Dall’inizio dell’anno il presidente russo Vladimir Putin è apparso raramente in pubblico, mostrandosi solo alle liturgie ortodosse e diffondendo un video con l’immersione nelle acque gelide per il Battesimo del Signore, lasciando parecchi dubbi sull’autenticità del sacro esercizio di devozione estrema. La cosa che ha suscitato più perplessità non è stata comunque l’autenticità delle sue preghiere ghiacciate, ma la mancanza di sue dichiarazioni sugli sconvolgimenti in Venezuela e in Iran, due degli alleati più fedeli della Russia, fornitori di armi e petrolio, sorvolando perfino sulle confische delle petroliere “fantasma” da parte della marina americana.
Mentre il principale mediatore e amico di Putin e Trump, Kirill Dmitriev, continua le trattative sulla divisione del mondo tra le grandi potenze, il presidente russo si limita a incontri di lavoro nel suo studio con i membri del governo, come quello con il vice-premier Denis Manturov per discutere dello sviluppo industriale della Russia, e di come rianimare il fatiscente programma spaziale. Qualche giorno dopo Putin ha incontrato un altro vice-premier per commentare la sicurezza del traffico sulle strade, congratulandosi con “i progressi nell’edilizia” del 2025.
La Russia ha difeso il Venezuela per anni, si può dire per decenni, per ragioni economiche, politiche e militari, fin dai tempi sovietici in contrapposizione agli Stati Uniti. Da sempre Mosca reagisce contro le “rivoluzioni dei fiori” e le manifestazioni antigovernative nei tanti Paesi autoritari in buone relazioni con la Russia, accusando gli occidentali di fomentare queste rivolte per dividere i russi dai loro regimi più “amichevoli” a tutte le latitudini. Non potendo tacere completamente, il ministero degli Esteri russo ha emesso note di protesta di circostanza, senza alcun riferimento però alle opinioni del capo del Cremlino.
L’esperta di Medio Oriente Nicole Graevsky, che insegna alla Sciences Po di Parigi, ritiene che “il problema non è il silenzio del Cremlino, ma il fatto che non si riesce a vedere quali manovre sono in atto dietro le quinte”. Anche il giornalista Ruslan Sulejmanov ritiene che la mancanza di reazioni apertamente aggressive, come già era accaduto per il crollo del regime siriano di Bashar al-Assad, sia parte di una strategia che mette in primo piano la guerra in Ucraina, in cambio delle mire di dominio americano e di altre scosse dell’equilibrio geopolitico globale: “per Putin l’occupazione di qualche villaggio ucraino è molto più importante e simbolico della salvezza dei regimi di Assad, Maduro e Khamenei”.
I tempi sono cambiati dal famoso discorso di Putin a Monaco nel 2007, quando affermava che “uno Stato prepotente come gli Usa ha superato i limiti dei suoi confini nazionali in tutti gli ambiti della politica mondiale”. Oggi gli strali putiniani si rivolgono quasi esclusivamente all’Europa e alla Nato, senza coinvolgere più di tanto le responsabilità di Washington. Mentre Trump minacciava generiche “azioni molto severe” contro la dirigenza dell’Iran, il capo del consiglio russo di sicurezza, Sergej Šojgu, s’intratteneva al telefono con il suo collega iraniano Ali Larijani per criticare “le interferenze di forze esterne negli affari interni dell’Iran”.
La mancanza di reazioni ad alto livello viene spiegata anche con il lungo periodo delle feste religiose, concluse il 19 gennaio con quella del Battesimo di Gesù, e ora si attende un certo “risveglio” dopo il riposo di Capodanno. Di fatto gli eventi di gennaio evidenziano la rinuncia della Russia ad un ruolo veramente dominante a livello mondiale, come affermano tutti gli esperti, accontentandosi di controllare la propria area geopolitica eurasiatica e affidandosi alle politiche sovraniste degli Stati Uniti. Le recenti dichiarazioni dell’ideologo putiniano Aleksandr Dugin e del conduttore propagandista Vladimir Solov’ev, circa l’impossibilità di mantenere l’indipendenza per i Paesi ex-sovietici che devono riunirsi alla Russia, sono in perfetta sintonia con la visione trumpiana delle sfere d’influenza e degli affari americani dal Venezuela alla Groenlandia, lasciando sempre più nell’angolo l’Unione europea.




