08/03/2016, 14.24
GIAPPONE
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“Morire con dignità”, un dibattito scuote il Giappone. E apre all’eutanasia

Il Paese ha superato i 350 miliardi di dollari annui per la spesa sanitaria: un terzo è dedicato agli over 75. La natalità è sempre più bassa, e per la prima volta cala il numero totale di cittadini. Dibattiti televisivi, articoli di giornali e interrogazioni parlamentari iniziano a parlare del “fine vita”. Ong pro-life ribattono: “Una porta per la selezione genetica”.

Tokyo (AsiaNews) – Invecchiata e senza figli, la società giapponese inizia a riflettere sulla possibilità di legalizzare la “morte con dignità”, pratica che di fatto punta a eliminare i costi medici legati ai trattamenti dei malati in stato vegetativo ma che potrebbe aprire all’eutanasia. Dibattiti televisivi, interrogazioni parlamentari e inchieste sui giornali nazionali puntano a mostrare i pro e i contro di una pratica molto controversa.

Nel Paese, il termine “morire con dignità” è nato alla fine degli anni Settanta ed è sempre stato diverso dall’eutanasia. In generale, esso significa “lasciare morire un malato terminale o un paziente in stato vegetativo permanente eliminando i trattamenti di sostentamento alla vita, posto che il soggetto abbia espresso in vita e con piene facoltà questo desiderio”. I sostenitori della pratica la definiscono “morte naturale” o “morte umana”. I detrattori sostengono invece che essa apra le porte all’eutanasia.

Shoji Nakanishi ha 72 anni e guida l’Associazione Human Care. Dopo un incidente avvenuto quando aveva 21 anni ha riportato danni alla spina dorsale che lo hanno costretto su una sedia a rotelle. I medici dissero che aveva tre mesi di vita. Dopo 51 anni dall’incidente, è in prima fila contro il disegno di legge: “Dicono di volere dare dignità al fine vita di un malato, ma in realtà vogliono ridurre i costi sanitari. E ovviamente, con una legge del genere il confine con l’eutanasia verrebbe in pratica fatto scomparire”.

Il punto, dice insieme ad altre associazioni simili alla sua, “è che la legislazione vuole legalizzare l’abbattimento di coloro che vede come un peso finanziario”. Nel 2014, per la prima volta nella sua storia moderna, il Giappone ha superato i 350 miliardi di dollari per la salute pubblica. Un terzo del totale è dedicato a chi ha più di 75 anni, e la percentuale è destinata a crescere dato il velocissimo tasso di invecchiamento della popolazione.

Per la prima volta dall’instaurazione di un censimento nazionale (1920), il Sol Levante ha registrato un restringimento della sua popolazione. I cittadini totali registrati nel 2015 erano 127,1 milioni contro i 128,1 milioni del 2010: un calo di 947mila unità che ha costretto l’esecutivo almeno a prendere in considerazione il problema del crollo della natalità nel Paese. Sempre nel 2015, per la prima volta il numero di giapponesi “over 80” ha superato le 10 milioni di unità.

Confrontando gli ultimi dati statistici con quelli del resto del mondo, il Giappone è il più anziano in assoluto. Sul territorio nazionale 1 donna su 10 ha più di 80 anni, mentre 10,2 milioni di persone (ovvero il 7,9% della popolazione totale, composta da circa 126 milioni di abitanti) hanno più di 81 anni. Un altro record è quello delle persone con più di 65 anni, che superano per la prima volta i 33,84 milioni: si tratta del 26,7% del totale.

Toshiharu Furukawa, capo del Dipartimento per la salute e il welfare del Partito democratico-liberale (al governo), ammette: “Non possiamo dire con chiarezza che al centro del problema ci siano i costi, ma che i costi siano un problema è evidente”. E il ministro delle Finanze del suo esecutivo, Taro Aso, nel 2013 invitò gli anziani a “sbrigarsi a morire” scatenando un dibattito nazionale molto sentito. È improbabile, dicono gli analisti politici, che si possa arrivare a un vero e proprio disegno di legge prima del luglio 2016. Tuttavia, recita un editoriale del Japan Times, “la strada è questa”.

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