27/06/2006, 00.00
HONG KONG
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A Hong Kong migliaia di persone vivono senza identità e senza diritti

Figli di residenti nella regione, per ragioni burocratiche non hanno permesso di soggiorno. Vivono nell'ombra per non essere cacciati via, nell'indifferenza generale e sperando in una sanatoria.

Hong Kong (AsiaNews/Scmp) – Da anni migliaia di cinesi vivono a Hong Kong senza documenti e senza diritti, sperando di ottenere un permesso di residenza, nell'indifferenza generale.

Sono i figli di residenti permanenti nella città, che per ragioni burocratiche non hanno ottenuto il permesso. Hanno paura di venire mandati via e vivono nascosti in casa, senza lavoro regolare.

La Basic Law di Hong Kong riconosce il diritto di dimora per i figli dei residenti permanenti, ma non chiarisce se la qualità di residente debba già esistere al momento della nascita. Diversi anni fa migliaia di giovani si sono qui trasferiti chiedendo al Tribunale il riconoscimento di questo status. Il 29 gennaio 1999 la Corte finale di appello ha riconosciuto il diritto a tutti i figli di chi è residente permanente, anche se non lo era al momento della nascita. Ma il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo il giugno successivo, temendo l'arrivo di 1,67 milioni di persone, ha riconosciuto il diritto solo per chi è nato da genitori già residenti permanenti. Nel gennaio 2002 la Corte finale ha confermato questa interpretazione e ordinato agli altri di lasciare il territorio.

Molte persone sono tornate in Cina, ma almeno 8mila sono rimaste, preferendo vivere in modo clandestino. Secondo il Dipartimento per l'immigrazione ci sono ancora almeno 150 "latitanti" – ma le associazioni privata parlano di alcune migliaia - senza documenti validi e senza diritti, che sperano in una futura sanatoria.

Negli anni '80, quando Pechino si è aperta al mondo, per avere il permesso per sistemarsi a Hong Kong occorreva pagare forti somme "in nero". Negli anni '90 è stato permesso ai bambini di riunirsi ai genitori, ma molti già erano oltre l'età limite di 14 anni, poi portata a 18 e ora a 20 anni, in alcuni casi.

I genitori i cui figli sono stati cacciati non cessano di protestare: due volte a settimana manifestano davanti al Chater Garden (parco dove spesso si svolgono proteste pubbliche, vicino al palazzo del Consiglio legislativo) o agli uffici centrali del Governo e ogni mese fanno una marcia di protesta. Ma tutto avviene nella generale indifferenza.

"L'unità della famiglia – dice Jackie Ling-yu, dirigente della Commissione Giustizia e pace per la diocesi cattolica di Hong Kong – è un fondamentale diritto umano". L'ente si batte, insieme ad altri pochi gruppi, per risolvere la situazione.

Il Governo di Hong Kong concede ogni giorno 150 permessi di ingresso.

Sarebbe sufficiente – dice Chow Kwok-fai, leader della Associazione dei genitori che lottano per il riconoscimento dei diritti dei loro figli – che 10 di questi permessi fossero riservati a queste persone, così da permetter loro di venire qui in modo legale.

"Ora sono meno di 5mila – spiega Chow – e se ne potessero entrare 10 ogni giorno, in 18 mesi potrebbero venire tutti". (PB)

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