23/12/2016, 12.44
SIRIA
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Al Bab, la porta di Aleppo, il nuovo fronte di scontro fra turchi, siriani e curdi

Mentre Damasco festeggia la riconquista della seconda città del Paese, i turchi bombardano alle porte della città. Nei raid aerei sono morti 29 civili, fra cui otto bambini. Illesi i miliziani di Daesh. Al Bab il prezzo ceduto alla Turchia per convincere i jihadisti e i ribelli a evacuare Aleppo Est.

 

Aleppo (AsiaNews) - Mentre le campane della cattedrale armena della madre di Dio ad Aleppo suonavano per la prima volta in cinque anni a festa e dall’altare si innalzavano preghiere di ringraziamento per la ritrovata pace dopo la partenza dell’ultimo convoglio di jihadisti dal settore orientale, l’aviazione turca bombardava la città di Al Bab. Nei raid sono morti 29 civili, fra i quali otto bambini. L’Osservatorio siriano dei diritti umani, ong con base a Londra e una rete di informatori sul territorio, ha affermato che vi sono ancora molti dispersi sotto le macerie e il numero delle vittime potrebbe essere di gran lunga superiore a quello sinora annunciato. Nessun combattente di Daesh è rimasto ucciso nei raid aerei turchi ma solo civili, sebbene Ankara continui ad assicurare che “tutto è stato fatto per evitare perdite fra i civili”.

I cronisti arabi del Medioevo scrivevano: “Al Bab: il tallone d’Achille di Aleppo. Chiunque la controlla può controllare Aleppo, e chiunque controlla Aleppo può controllare la Siria e chiunque controlla la Siria può controllare l’intero Medio Oriente fertile”. Al Bab, il cui nome significa “la Porta”, la porta di Aleppo appunto, si trova a 30 Km dal confine con la Turchia ed è l’ultima roccaforte di Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico, ndr] ancora rimasta nella Provincia di Aleppo.

Il direttore dell’Osservatorio siriano Abdel Rahman riferisce che Al Bab è circondata dalle truppe d’invasione della Turchia, insieme a gruppi di ribelli “da est da nord e da ovest”. Per la sua conquista, invasione o liberazione dalle mani dello Stato islamico sono in lotta anche i curdi, che con Al Bab avrebbero spianata la strada di un Kurdistan siriano che la Turchia vuole impedire, una vera e propria ossessione per Ankara. Vi è poi il governo turco, che mira ad annettere il nord della Siria e parte dell’Iraq, assicurandosi con il dominio di Al Bab un immancabile posto al futuro tavolo dei negoziati di pace sulla Siria. Infine, vi è il legittimo proprietario: lo Stato siriano, consapevole del fatto che non potrebbe garantire a lungo una sicurezza e una pace duratura ad Aleppo, senza aver riconquistato Al Bab.

Il ritorno dell’attivismo turco su questo fronte, dopo l’ultimo tentativo di circa un mese fa al quale l’aviazione siriana aveva risposto bombardando - per la prima volta - le forze di invasione della Turchia, in un duro monito a non superare la linea rossa proseguendo in direzione di Al Bab, mostra che qualcosa è cambiato. La Siria non avrebbe potuto bombardare le truppe turche senza il benestare della Russia (a un anno di distanza dall’abbattimento del jet russo per mano turca), così come la Turchia non avrebbe potuto ora avanzare oltre nell’offensiva per la conquista di Al Bab senza il benestare di Mosca.

E se fosse appunto il controllo di Al Bab il prezzo ceduto alla Turchia per convincere jihadisti e ribelli (notoriamente diretti da Ankara, Qatar ed Arabia Saudita) ad evacuare Aleppo Est? È l’ipotesi che circola sulla bocca di tutti oggi ad Aleppo, subito dopo la notizia della liberazione completa della seconda città del paese.

La Siria ha varie volte reso noto che qualsiasi invasione da parte turca di Al Bab darebbe esito a conseguenze catastrofiche sulla pace regionale e mondiale, delle quali solo Ankara dovrebbe ritenersi responsabile. Tuttavia, in questo caso i vertici di Damasco sembrano tacere, forse ancora ebbri della vittoria di Aleppo. Questo mentre russi, iraniani e turchi s’incontravano e discutevano insieme dell’evacuazione dei jihadisti e ribelli da Aleppo e sul futuro della città e anche di Al Bab, che sembra improbabile potesse restare al di fuori di qualsiasi discussione inerente il futuro di Aleppo. E mentre si presentava all’Onu la proposta di inviare osservatori e si parlava dell’apertura di un’inchiesta sui crimini di guerra commessi ad Aleppo, preludio a simili azioni in tutta la Siria e all’apertura di un processo internazionale contro i crimini di Guerra perpetrati nel Paese.

Chi prenderebbe il controllo di Al Bab? La risposta ormai non potrà più tardare e coi curdi messi da parte nel di passaggio di poteri a Washington, la competizione resta aperta fra due contendenti: il legittimo esercito regolare siriano o le truppe dell’invasore turco naturalmente mascherate, per una parvenza di legalità, sotto forma di uomini che innalzano la bandiera del tanto decantato, ma mai visto, Esercito Siriano Libero. Un vessillo sotto il quale Ankara sta tentando di far rientrare tutti i jihadisti che è riuscita a far evacuare da Aleppo, in direzione di Idlib.

Ieri il presidente turco Erdogan ha riparlato della Conferenza internazionale di Pace di Sevres del 1920, che ha ufficializzato la spartizione dell’Impero Ottomano dicendo: “Se la Turchia dovesse fermarsi ci troveremo adesso esattamente come eravamo subito dopo la Conferenza di Sevres”, collegando questo discorso di “lotta al terrorismo” con l’operazione Scudo dell’Eufrate e l’invasione del nord della Siria delle truppe della Turchia. Egli ha quindi aggiunto: “Non potevamo tacere dinanzi a coloro che minacciano continuamente la nostra sicurezza nazionale e ora stiamo facendo quanto occorre nei loro confronti”.

Lo scorso 21 dicembre 14 soldati turchi sono rimasti uccisi ad Al Bab, durante gli scontri armati allorché sono stati attaccati da tre macchine imbottite di esplosivo e guidate da kamikaze. Secondo l’agenzia di stampa di Daesh “gli uomini infiltrati delle forze speciali turche sono fuggiti da Al Bab”. Pronta la replica del governo di Ankara per bocca del ministro della Difesa Fikri Isik, secondo cui almeno un migliaio di jihadisti dello SI e circa 300 combattenti curdi Ypg “sono stati uccisi dall’inizio dell’intervento turco”. Un bilancio che non è stato però possibile verificare con altre fonti indipendenti. (PB)

 

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