20/03/2020, 11.35
MALAYSIA
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Almeno 665 contagi al raduno islamico: è caccia ai profughi Rohingya presenti

Il tabligh si è svolto nella moschea Jamek di Sri Petaling, tra il 27 febbraio ed il primo marzo. Vi hanno preso parte circa 14.500 malaysiani e 1.500 stranieri. Durante l’evento hanno contratto il Covid-19 cittadini di Malaysia, Brunei, Singapore, Cambogia e Thailandia. Kuala Lumpur ha rintracciato circa 12mila partecipanti. I profughi non si presentano per i test perché “temono arresti e altre ripercussioni”.

Kuala Lumpur (AsiaNews) – Le autorità malaysiane cercano di rintracciare centinaia di rifugiati Rohingya che tra il 27 febbraio ed il primo marzo scorsi hanno partecipato a un raduno religioso islamico alla periferia di Kuala Lumpur. Negli ultimi giorni, è emerso che l’evento è causa di un forte picco nei contagi da coronavirus nel Sud-est asiatico. L’agenzia Onu per i rifugiati e i leader della comunità Rohingya in Malaysia cercano ora di convincere i ricercati a farsi avanti e consentire alle autorità di eseguire i test per individuare quanti hanno contratto il Covid-19.

Il tabligh (raduno religioso) si è svolto nella moschea Jamek di Sri Petaling e vi hanno preso parte circa 14.500 malaysiani e 1.500 stranieri (foto). Secondo le stime, l’evento è la fonte di quasi 700 infezioni in tutta la regione. Per il governo, 576 dei 900 contagi in Malaysia sono ad esso collegati. Il Brunei ha dichiarato che lo sono 61 dei suoi 73 casi. Singapore ne ha confermati cinque, la Cambogia 22 e la Thailandia almeno due. Le autorità di Kuala Lumpur hanno individuato gran parte delle persone presenti al tabligh, ma ne mancano all’appello circa 4mila. I partecipanti hanno trascorso gran parte del loro tempo affollati nella moschea, ma alcuni sono andati in ristoranti, centri commerciali ed hanno visitato le famose torri Petronas di Kuala Lumpur. Altri hanno seguito attività ‘porta a porta’.

Si ritiene che oltre 100mila Rohingya vivano in Malaysia dopo esser fuggiti dal Myanmar. Kuala Lumpur li considera immigrati illegali. Secondo attivisti, tale status renderebbe molti di loro riluttanti a identificarsi ai fini del test per il coronavirus, qualora mostrassero sintomi della malattia. Bo Min Naing, presidente della Rohingya Society in Malaysia, dichiara: “Abbiamo sensibilizzato la comunità e consigliato ai rifugiati di sottoporsi ai test”. Secondo Naing, sono tra i 400 ed i 600 i Rohingya che hanno partecipato al tabligh. Lilianne Fan, attivista per i diritti umani, afferma che i profughi “temono arresti e altre ripercussioni”.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) annuncia di aver chiesto al governo malaysiano di non arrestare alcun rifugiato o richiedente asilo senza documenti o con permessi scaduti. Per rispettare le due settimane di limitazioni agli spostamenti imposte dalle autorità, l’organizzazione ha dovuto rimandare tutti gli appuntamenti con i profughi. I leader della comunità Rohingya rivelano che l’Unhcr ha scritto loro, esortandoli a convincere tutti i rifugiati che hanno partecipato alle attività della moschea Jamek a contattare immediatamente le autorità sanitarie senza temere arresti.

Nonostante le conseguenze dell’evento svoltosi a Kuala Lumpur, ieri in Indonesia avrebbe dovuto svolgersi un altro tabligh. Circa 9mila fedeli provenienti provenienti dall’Asia del Sud-est, del Sud e da Medio Oriente avevano già raggiunto Gowa, reggenza della provincia di Malassar (isola di South Sulawesi), ignorando le richieste delle autorità di rinviare l'evento. Tuttavia, all'ultimo minuto gli organizzatori hanno obbedito e cancellato il raduno. Tra quanti vi intendevano prender parte vi sono anche 83 cittadini malaysiani, che hanno violato il provvedimento governativo sulla chiusura dei confini. Il loro ritorno in patria solleva timori per la nascita di un possibile focolaio di infezione.

Lina Soo, esponente del People’s Aspiration Party [formazione politica dello Stato di Sarawak, ndr], condanna il comportamento dei suoi concittadini, definendolo “una missione suicida”. “La crisi del Covid-19 – dichiara ad AsiaNews – è una questione di vita o di morte. In Malaysia, l'infezione è già passata alla ‘trasmissione tra comunità’, a causa di focolai formatisi in gruppi religiosi e raduni islamici. Chiunque si sia recato in Indonesia dovrebbe trascorrere tre settimane in quarantena, poiché il periodo di incubazione del virus può durare fino a 20 giorni. Al fine di invertire la curva dell’infezione, ciascuno dei Territori federali farebbe meglio a chiudere i confini, per impedire gli spostamenti tra Stati dei cittadini”.

(Ha collaborato Joseph Masilamany).

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