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    » 08/01/2016, 00.00

    ISLAM

    Arabia saudita contro Iran per il dominio nel mondo islamico

    Samir Khalil Samir

    A monte di tutti i problemi politici ed economici che spingono allo scontro fra le due potenze regionali, vi è un braccio di ferro fra due modi di vivere l’islam: quello più tollerante e razionale dello sciismo e quello fondamentalista e violento del sunnismo. L’Arabia saudita amplia la sua egemonia con aiuti economici, costruzione di moschee e invio di imam wahhabiti. Il fondamentalismo – così vicino all’ideologia dell’Isis – emerge anche in Paesi un tempo tolleranti: Egitto, Indonesia, Malaysia, Indonesia. È urgente una riforma dell’islam che lo salvi dalla crisi più profonda degli ultimi due secoli.

    Roma (AsiaNews) – Lo scontro delineatosi fra Arabia saudita e Iran ha certo motivi politici ed economici: le diverse posizioni sulla questione siriana e yemenita; la concorrenza nella produzione petrolifera; il dominio della penisola arabica e del Golfo. Ma tale scontro ha anche radici religiose e riguarda la lotta per chi deve guidare la forma dell’islam destinata all’egemonia.

    L’islam sta attraversando una crisi da alcuni decenni: essa è la più grande degli ultimi due secoli. Prende delle forme variegate, a seconda della politica. Un punto su cui è urgente e necessario un superamento è lo stretto rapporto fra politica e religione.

    In realtà, tale problema era stato affrontato dalla metà dell’800 fino a metà del ‘900: avevamo una tendenza liberale che cercava di creare Stati religiosamente neutrali; islamici perché la maggioranza della popolazione era musulmana, ma chi non era musulmano aveva più o meno gli stessi diritti. Insomma vi era una certa neutralità e laicità.

    Soldi e chador

    Ora invece da almeno 50 anni, vediamo un trend al contrario. In Egitto, ad esempio, a Minia nel ’73, ad un tratto, all’apertura delle scuole femminili, tutte le ragazze sono venute velate, col chador, le mani coperte da guanti. La spiegazione: l’Arabia saudita pagava uno “stipendio mensile” alle famiglie che accettavano di coprire le loro donne. Tale stipendio era pari a circa un terzo dello stipendio di un impiegato. E la gente accettava i soldi.

    Questo costume è ormai divenuto assolutamente normale. Ora, se una donna non è coperta col velo viene criticata, guardata male. Perfino le donne cristiane vanno in giro coperte per timore di essere insultate o offese.

    Questo scivolamento verso la chiusura viene dal fondamentalismo sunnita e wahhabita, dall’Arabia saudita e dal Qatar. E si spiega anche dal punto di vista sociologico: l’Egitto aveva più di un milione di lavoratori all’estero, in Arabia saudita, che dopo alcuni anni passati là, al ritorno in patria, si mettevano a praticare gli usi sauditi. La stessa cosa vale per altri Paesi di provenienza dei migranti. L’espressione corrente che si sentiva era: “Dio benedica l’Arabia saudita, maledetta sia!”. L’Arabia era una fonte di guadagno, ma anche una fonte di integralismo e di chiusura.

    Cose del genere avvengono anche in Italia, dove i mariti fondamentalisti obbligano le loro donne a seguire i costumi sauditi o fondamentalisti. Per loro questi costumi sono una categoria religiosa.

    Va detto che altri Paesi del Golfo hanno visioni più tolleranti, arrivando anche a permettere la costruzione di chiese e perfino a finanziarle.

    Dalla fine degli anni ’70, con Ruhollah Khomeini, in Iran si è diffuso anche un fondamentalismo sciita, ma ormai gli iraniani prendono le distanze da esso. Qualche anno fa sono stato a Qom [città a sud di Teheran, una specie di “Vaticano” degli sciiti iraniani, per il gran numero di scuole teologiche lì presenti – ndr], si vedevano le donne in chador, tutte velate di nero. Ma a Shiraz, ad esempio, le ragazze portavano veli colorati che facevano uscire anche delle impertinenti ciocche di capelli biondi, o andavano mano nella mano con il loro fidanzatino. Un ayatollah di Qom mi ha spiegato: Lei deve capire che Qom non è l’Iran, anche se come città santa siamo tenuti a tenere un certo modo di vivere.

    Sunniti e sciiti

    Esistono perciò due fondamentalismi, ma quello persiano è molto più aperto dal punto di vista intellettuale, perfino con un certo spirito critico.

    A Qom per esempio avevano 40 istituzioni legate alla moschea, ma non erano organizzazioni religiose: avevano un’associazione per aiutare i sordi, un’altra per i ciechi, per le medicine, una tivu per i bambini, un osservatorio astronomico nella montagna vicina; delle biblioteche di storia, di filosofia… Una volta ho perfino trovato un imam, il quale mi ha confessato che ogni giorno leggeva qualche pagina delle Enneadi di Plotino, nella versione araba inedita, ancora manoscritta, chiamata “Teologia d’Aristotele”. Questo è impensabile nel mondo sunnita. Nella tradizione wahhabita questi libri verrebbero addirittura bruciati. Allo stesso modo si perseguita tutta la corrente mistica dell’islam: ricordiamo quanto è avvenuto con al Al Hallaj nel IX secolo, che è stato crocifisso per le sue idee e i suoi scritti, in cui descriveva la sua unione spirituale con Dio.

    Alcuni anni fa, nel 2008, in Vaticano abbiamo tenuto il primo Forum islamo-cattolico. Vi ho incontrato un imam che si è definito “un insegnante di filosofia”. Con lui abbiamo parlato di un fatto successo giorni prima: al sito islam.org, una ragazza universitaria di Parigi ha chiesto aiuto per preparare una tesi su Avicenna (980-1037). La risposta è stata: Non studiare queste cose di miscredenti, ma concentrati solo sullo studio del Corano! L’imam di fronte a me, sciita, ha concluso: Chi ha dato la risposta era certamente un imam sunnita. Loro non capiscono nulla di filosofia o di scienza.

    La formazione di un imam sciita include tante materie non strettamente religiose, ma culturali. Invece gli imam sunniti si limitano a studiare l’islam. Per questo il dialogo con gli sciiti è più facile e ampio; quello coi sunniti ha una base molto ristretta. L’educazione degli imam sunniti avviene essenzialmente imparando a memoria i versetti del Corano, senza comprenderlo o interpretarlo, né mettendolo in un contesto storico.

    La supremazia nel mondo islamico

    Sunniti e sciiti non hanno la stessa visione della vita e della religione, e per questo si scontrano. Questo scontro esiste fin dall’inizio, ma un tempo le diversità erano più accettate. Con il wahhabismo, il dogma sunnita si sta imponendo ovunque. In Pakistan, ad esempio, le leggi sulla blasfemia che hanno portato alla condanna a morte di Asia Bibi e l’uccisione di tante persone, sono di ispirazione tipicamente saudita. In tutte le regioni sunnite – meno alcuni paesi come l’Egitto – si sta diffondendo questo fondamentalismo che rigetta l’uso della ragione nella lettura del Corano.

    Sunniti e sciiti si combattono per vincere una supremazia di influenza nel mondo islamico e per chi deve dialogare con l’occidente. L’accordo sul nucleare iraniano fatto dalle grandi potenze con Teheran dà campo libero all’Iran; e l’Arabia saudita – che è stata contraria all’accordo fino alla fine – ancora oggi vi si oppone in modo veemente. Lo stesso fa Israele, anche se per motivi diversi.

    Va pure detto che la guerra dell’Isis in origine era una guerra anti-sciita. Non a caso in Siria e in Iraq governano gruppi che si rifanno allo sciismo: la minoranza alaouita a Damasco e gli sciiti (che sono la maggioranza della popolazione) a Baghdad. Tensioni e scontri fra le due comunità sono diffuse ormai in Libano, India, Pakistan, ovunque vi siano comunità sciite.

    Gli sciiti sono al massimo il 15% dei musulmani e quindi non potranno pretendere di essere egemoni nel mondo islamico. I sunniti, che sono la stragrande maggioranza, tendono a affermarsi in modo totalizzante. Molto spesso, in dibattiti televisivi in Egitto, mi è capitato di ascoltare l’imam sunnita che dice ai suoi colleghi sciiti: “Voi non avete il diritto di essere qui! Questa è una terra sunnita!”. E quegli sciiti sono egiziani come lui!

    Nessuna autocritica

    Oltre alla tentazione totalizzante, il mondo sunnita ha la tentazione di assolversi sempre: non esercita alcuna funzione di autocritica. Per secoli il mondo musulmano ha avuto un carattere pluralista. Dall’VIII al XIII secolo, sotto gli Abassidi con capitale Baghdad, vi erano sunniti e sciiti, fondamentalisti e liberali. Nel IX secolo vi erano perfino i mutaziliti che affermavano che “il Corano è creato”, mentre altri dicevano che era “increato”. Se il libro sacro è “increato”, viene direttamente da Dio e non lo si può toccare; se è “creato”, allora è possibile studiarlo e interpretarlo. Questa posizione mutazilita si è sviluppata per secoli, soprattutto con il califfo Al-Ma’mūn (813 – 833). Il suo successore al-Muʿtasim (833-842), partigiano della posizione “increata”, ha estromesso i mutaziliti. Ma la loro corrente è rimasta nei secoli: il Corano deve essere interpretato con la ragione, con ciò che vi è di più acuto e intelligente nella realtà. Purtroppo ai giorni nostri questa posizione viene vista come una minaccia e coloro che la esprimono rischiano di essere accusati di eresia.

    L’università di Al-Azhar soffre di questo problema: essendo parzialmente sostenuta dall’Arabia saudita, non critica la posizione “increata”, anche se in passato è stata quella che ha guidato con forza una riforma modernizzante dell’islam.

    Fra il 1860 e il 1950, per quasi un secolo, la tendenza era di interpretare il Corano con libertà e buon senso. Il grande rettore dell’università di Al-Azhar, Muhammad Abduh (1849-1905), affermava che il Corano deve essere interpretato secondo la ragione. Con lui vi erano Jamal al-Din al-Afghani (1838-1897) iraniano; Abd al-Rahman al-Kawakibi (1855-1902), siriano, e tanti altri che sono stati fra i protagonisti della Nahda, del Rinascimento arabo e islamico. Tutti loro sono stati poi esiliati per motivi politici, ma anche a Parigi hanno continuato a pubblicare una rivista mensile (“Il legame indissolubile”) molto aperta, disposta anche a ricevere e dibattere critiche all’islam da personaggi come Ernest Renan.

    Questo Rinascimento ha portato alla costruzione di Stati tolleranti delle diverse religioni. Quando Nasser ha fondato la Repubblica egiziana, lo slogan era: “La religione appartiene a Dio; la patria è di tutti”. La religione appartiene a Dio, significa che ognuno è libero di scegliere e praticare la religione che vuole.

    Purtroppo, negli anni ’70 e sotto l’influsso wahhabita, tutto questo è cominciato a scomparire.

    Ma già in Egitto si era passati dal pensiero liberale di Muhammad Abduh al pensiero mediano di Muhammad Rashīd Ridā, suo discepolo, alla posizione di Hassan al-Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani. I wahhhabiti sono ancora più estremisti dei Fratelli Musulmani.

    Soldi e sottomissione

    Qui entra in ballo un’altra questione: come fa l’Arabia saudita a diffondere il suo verbo wahhabita? L’Egitto riceve almeno 3 miliardi di dollari all’anno da Riyadh; il Sudan riceve qualche miliardo… Per guadagnarli alla loro visione, i sauditi sono disposti a pagare, a sostenere i governi e a costruire moschee. Più di 1000 moschee sono state costruite finora dall’Arabia saudita in molte parti del mondo (anche in Italia e in Europa). Di solito queste moschee sono maestose, enormi e Riyadh paga anche gli imam e gli impiegati. Ora, chi paga, comanda. E per questo l’Arabia saudita influenza lo stile di islam che si vive.

    In Egitto, a causa dell’influenza saudita, durante il Ramadan è proibito vendere cibi e bevande a chiunque. In compenso, i sauditi hanno comprato una zona vicina alle piramidi, divenuta un resort esclusivo, dove i ricchi arabi si godono libertà che nel loro Paese sarebbero proibite. Nel mondo l’opinione che i musulmani hanno dei sauditi è che essi siano “empi”, “infedeli”, “corrotti”, ma si garantiscono il loro potere, anche religioso, attraverso il denaro e la ricchezza.

    Ciò che è triste è che l’Arabia saudita si compra alleati “religiosi” attraverso la ricchezza. Va notato che il loro stile religioso, fondamentalista e praticante della sharia conduce direttamente allo stile di governo dell’Isis. Ogni settimana nelle piazze saudite vi sono esecuzioni – decapitazioni, frustate, lapidazioni – condotte come un rito religioso, proprio come vediamo nei video diffusi dall’Isis.

    Vorrei aggiungere una puntualizzazione: Isis non è un movimento caduto dal cielo. Isis è l’applicazione brutale dell’insegnamento diffuso non solo dall’Arabia Saudita, ma anche da tanti insegnamenti delle università islamiche, compresi certi insegnamenti dell’università Al-Azhar, che forma migliaia di imam all’anno! Questo fenomeno è messo in luce da studiosi liberali in alcune emissioni televisive attuale. La fonte che ispira i jihadisti ha la sua origine in un certo insegnamento islamico tradizionale, ancora molto diffuso oggigiorno!

    L’occidente sottomesso

    Nel tentativo di dominio del mondo islamico, l’Arabia saudita vuole decidere sul futuro della Siria, del Libano, dell’Iraq, dell’Egitto, di numerosi Paesi africani e asiatici. Essa ha un ruolo nefasto, perché non ha una visione larga e tollerante e ignora totalmente il pensiero moderno: ha solo la sharia e sta diffondendo questo stile fondamentalista nel mondo. È attraverso di loro che il fondamentalismo è arrivato fino alla Malaysia, all’Indonesia, alle Filippine, ecc.

    Da questo punto di vista l’Iran, con il suo islam più coltivato e aperto, potrebbe agire come correttivo, ma pur essendo più popoloso dell’Arabia, non ha la forza che possiede quest’ultima. E gli sciiti sono diffusi a malapena nella zona del Golfo.

    Lo scontro fra Arabia saudita e Iran è quindi uno scontro politico, ma alla radice vi è un’opposizione religiosa e la lotta è per la supremazia religiosa. Del resto, nel mondo islamico religione e politica vanno insieme.

    L’occidente sembra ragionare come i Paesi musulmani aiutati dai sauditi: esso pare interessato solo al commercio. Gli Stati Uniti non hanno mai criticato l’atteggiamento di Riyadh contro i diritti umani, benché in Arabia essi siano calpestati più che nella maggioranza dei Paesi del mondo.

    Ci si poteva aspettare che i musulmani in Europa – sono ormai almeno 10 milioni – avrebbero potuto presentare un islam ragionevole e razionale, aperto a tutto ciò che è positivo nel mondo moderno. In Francia e in altre parti vi sono imam illuminati, ma sono una minoranza e si devono esprimere in modo discreto per questioni di sicurezza. Inoltre, essi non hanno tutto il potere finanziario e ideologico dell’Arabia saudita.

    Se in Arabia vi fosse una visione liberale simile alla Tunisia per esempio, oggi avremmo una situazione islamica molto diversa, più aperta, più tollerante. Ed è questo che la maggioranza dei musulmani desidera raggiungere, senza purtroppo sapere come fare, o senza osare fare ciò che sanno essere inevitabile. Non si tratta d’imitare l’Occidente in tutto ciò che fa – sarebbe catastrofico! –; ma si tratta di discernere nella modernità ciò che è positivo e costruttivo, per applicarlo. In questo, penso che i cristiani d’Oriente abbiano una missione di discernimento, per aiutare i loro fratelli musulmani ad integrare il positivo della modernità, rigettando ciò che è negativo.

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