29/05/2006, 00.00
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Arresti, multe e auto confiscate a Teheran per "abiti non islamici"

di Dariush Mirzai

La polizia religiosa combatte la resistenza alla islamizzazione della società, che dovrebbe trovare espressione anche nella futura legge sui vestiti. Non credibile l'ipotesi di segni distintivi a seconda della religione.

Teheran (AsiaNews) - "Abbiamo già ammonito e 'educato' 32mila donne e 64 uomini per il loro abbigliamento e comportamento", affermava il capo della polizia a Teheran, Morteza Talaei, il 23 maggio, facendo un primo bilancio delle Police Guidance Patrols (polizia religiosa) introdotte nella capitale iraniana. Settemila negozi sono stati visitati, e 190 hanno ricevuto contravvenzioni riguardanti il divieto di vendere vestiti o altri beni non "islamici". Più brutalmente, 230 automobili sono state confiscate perché "facevano problemi con donne", ha detto Talaei; si tratta probabilmente di donne velate solo parzialmente, in uno spazio che la legge iraniana non considera come privato. Talaei parla pure di 164 pedoni arrestati per motivi simili: 119 donne e 45 uomini.

Così, più di 32 mila persone sono state elencate nelle schede del regime dei mullah, o hanno una nota d'infamia in più nella pratica personale, ma Teheran ha 12 milioni di residenti. La ventina di posti di controlli delle Guidance Patrols non basterà a sradicare una resistenza passiva o attiva, da 25 anni, contro l'islamizzazione totale dei vestiti. Gli sforzi della polizia, che giunge su ordine dei bassij ("volontari" islamisti-rivoluzionari: sono un milione in Iran), hanno effetti limitati, ma contribuiscono a bloccare o rallentare l'evoluzione della società e a far regnare un clima di paura e di autocensura. Questi sforzi appaiono non solo ridicoli ma pure scandalosi a molti abitanti di Teheran, che pensano che il municipio e la polizia dovrebbero piuttosto occuparsi del traffico. A Teheran, infatti, il problema non è la donna non velata nella macchina, ma è spesso la macchina stessa, una vecchia Paykan, l'auto iraniana che in fatto non dovrebbe più circolare. In una città quasi priva di una rete di mezzi di trasporto pubblici, il traffico caotico, le vie difettose e l'inquinamento sono all'origine di drammi numerosi: 27 morti ogni giorno (cifre ufficiali) solo a causa dell'inquinamento dell'aria. Occorre ricordare che il Presidente Ahmadinejad è laureate in gestione del traffico e che fu brevemente, fino all'elezione, sindaco di Teheran.

La volontà di ritornare alle fonti della rivoluzione islamica e di far dimenticare le, pure limitatissime, riforme di Khatami, non è solo il programma politico di Ahmadinejad. Il Parlamento iraniano, che aveva bloccato molte proposte del suo predecessore, continua a lavorare sul "vestito nazionale islamico". Questa legge, accompagnata da misure commerciali, darebbe più forza e chiarezza agli attuali sforzi delle Guidance Patrols.

Nel New York Post del 20 maggio – quotidiano che non gode la reputazione di serietà del New York Times o del Washington Post – è stata pubblicata una notizia molto preoccupante a proposito del progetto di legge iraniana sui vestiti. Tale Amir Taheri vi afferma che la legge in discussione prevederà un vestito o un emblema distintivo per le minoranze ebrea, cristiana e zoroastriana, allo scopo, dice Taheri, "di permettere ai musulmani di identificare i non-musulmani e di evitare di dargli la mano per errore ». Quest'affermazione di una persona che i portavoce ebrei d'Iran non considerano molto seria, si basa su fatti storici: c'era davvero un codice di abbigliamento speciale per le minoranze nel medioevo, sia arabo-islamico, sia europeo-cristiano. Però, la logica dell'odierna Repubblica islamica iraniana non è di creare prima di tutto ghetti e regole speciali per i dhimmi, cittadini non musulmani di classe B. Sarebbe piuttosto il contrario: tutti devono seguire regole islamiche – velo anche per le donne in visita, pure Ministri stranieri – e contribuire a dare l'illusione di una "normalità" e "universalità" della civiltà musulmana come definita dai mullah.

Pretendere da cristiani o ebrei di portare visibilmente un segno distintivo includerebbe il rischio paradossale di una identica rivendicazione da parte di altre minoranze, come i sunniti curdi o arabi, che così manifesterebbero la loro identità. In una società giovane come quella dell'Iran, se viene imposto a tutti una divisa alla "Mao", l'esistenza di segni distintivi darebbe magari idee ai movimenti dissidenti, come gli studenti che protestano contro l'arresto di Jahanbegloo o come gli autisti di Teheran e altri sindacalisti sottoposti a una severa repressione. Chiaramente, invece, l'interesse del sistema iraniano è di imporre una "normalità islamica" senza eccezioni, con una scelta di vari vestiti decenti e neutrali per l'uomo e per la donna.

Ma se l'idea avanzata da Taheri diventasse concreta, il rischio maggiore e immediato, per il regime iraniano, sarebbe naturalmente di provocare la legittima ira del resto del mondo, in particolare là dove i ricordi del nazismo sono rimasti vivi. Le dichiarazioni di Taheri al New York Post corrispondo inoltre bene ai timori nati col negazionismo dell'Olocausto da Ahmadinejad. Imporre segni o vestiti speciali per gli ebrei e altri gruppi sarebbe un elemento di più per paragonare Ahmadinejad a Hitler, i bassij alla Hitler Jugend e l'esercito parallele dei Guardiani della Rivoluzione alla Gestapo. Questo parallelismo è già usato, tra l'altro, nei discorsi dei neo-conservatori statunitensi e dei dirigenti israeliani. E' una visione che serve senza dubbio a giustificare un'attitudine rigida se non un intervento militare contro l'Iran. 

Purtroppo, l'aspetto razzista e provocatorio di una legge discriminatoria non sarebbe un argomento contrario, ma per alcuni parlamentari iraniani un elemento a favore. Il regime iraniano, nelle fantasie ove vuole vivere e far vivere il popolo se non il resto del mondo, non esita a giocare col fuoco. Alcuni sperano pure nell'escalation delle tensioni e dei rischi militari. La Repubblica islamica sarebbe forse pronta ad affrontare il mondo con un'indecenza di più, ma nella strategia di mantenere il controllo sociale e le strutture del potere, avrà probabilmente il timore di imporre una misura di troppo. Le Guidance Patrols saranno forse, per anni, l'unica misura concreta nella direzione del sognato "vestito islamico nazionale".

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