29/04/2016, 08.53
KUWAIT - YEMEN
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Atmosfera positiva ma "nessun passo in avanti" nei colloqui di pace in Yemen

L’inviato speciale Onu parla di clima cordiale nei colloqui, in corso a Kuwait City, ma aggiunge che nella prima settimana non si sono registrati sviluppi positivi. Restano le distanze fra le parti e non vi sono stati incontri faccia a faccia. Nel sud prosegue l’offensiva contro le milizie di al Qaeda. I jihadisti perdono il controllo di Al-Mukallā. 

Kuwait City (AsiaNews/Agenzie) - I colloqui di pace sullo Yemen, avviati la scorsa settimana in Kuwait sotto l’egida delle Nazioni Unite, si stanno svolgendo in una “atmosfera positiva”, anche se finora non si sono registrati passi in avanti significativi nelle trattative fra le parti in lotta. È quanto ha affermato l’inviato speciale Onu Ismail Ould Cheikh Ahmed, che ha incontrato a più riprese i rappresentanti dei ribelli sciiti Houthi e la delegazione governativa negli ultimi due giorni. Egli ha aggiunto che le differenze fra i fronti in lotta persistono e auspica che questa seconda settimana di dialoghi possa fornire sviluppi positivi. 

Secondo fonti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nella guerra sono morte più di 6.800 persone. Il conflitto ha creato poi almeno 2,8 milioni di sfollati in oltre anno di combattimenti. Per le Nazioni Unite vi è il forte rischio di “catastrofe umanitaria” in Yemen.

I colloqui di pace in Kuwait sono focalizzati su cinque aree in particolare: il ritiro delle milizie e dei gruppi armati e la liberazione dei prigionieri; la consegna di armi pesanti allo Stato; misure di sicurezza provvisorie; ripristino delle istituzioni statali; la ripresa di un dialogo politico inclusivo. 

In un comunicato l’inviato speciale Onu sottolinea che “le divergenze di vedute” sono normali “in un contesto di guerra”; tuttavia, aggiunge Ismail Ould Cheikh Ahmed, è “cruciale” che tutte le parti in causa “facciano concessioni… al fine di raggiungere un accordo politico globale”. 

Fonti interne ai negoziati, dietro anonimato, affermano che non vi sono stati finora colloqui faccia a faccia fra le parti. Fra i nodi da sciogliere il fatto che i ribelli Houthi vogliono raggiungere un accordo politico prima di consegnare le armi; di contro il governo vuole l’immediata applicazione della risoluzione 2216 del Consiglio di sicurezza Onu, in base alla quale i ribelli devono ritirarsi dai territori conquistati e procedere col disarmo. 

Intanto nel sud dello Yemen prosegue l’offensiva contro le milizie di al Qaeda, che hanno perso nei giorni scorsi il controllo di Al-Mukallā, capoluogo del governatorato di Hadramawt. Per il movimento estremista è un duro colpo alle casse, perché finora grazie ai proventi derivanti dai prodotti petroliferi e dalla navigazione commerciali riusciva ad assicurarsi fino a due milioni di dollari al giorno. 

Dal gennaio dello scorso anno la nazione del Golfo è teatro di un sanguinoso conflitto interno che vede opposte la leadership sunnita, sostenuta dall’Arabia Saudita, e i ribelli sciiti Houthi, vicini all’Iran. Nel mese di marzo, i sauditi a capo di una coalizione hanno lanciato raid aerei contro i ribelli nel tentativo di liberare la capitale Sana’a e riconsegnare il Paese al presidente (prima in esilio, poi rientrato) Abdu Rabu Mansour Hadi. 

Per l’Arabia Saudita gli Houthi, alleati alle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, sono sostenute sul piano militare dall’Iran; un’accusa che Teheran respinge. Nel Paese sono inoltre attivi gruppi estremisti legati ad al Qaeda e milizie jihadiste legate allo Stato islamico, che hanno contribuito ad aumentare la spirale di violenza e terrore.

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