19/09/2019, 08.58
IRAN - A. SAUDITA - YEMEN
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Attacco ai pozzi: Riyadh accusa Teheran e aderisce all’alleanza marittima a guida Usa

L’ingresso giunge a sostegno “degli sforzi regionali e internazionali” per “contrastare le minacce alla navigazione marittima”. Per i sauditi sono stati lanciati 18 droni e almeno sette missili crociera. Ed escludono lo Yemen come zona di origine. Le crescenti tensioni spingono la Cina a diversificare le fonti di approvvigionamento.

Riyadh (AsiaNews/Agenzie) - A pochi giorni dall’attacco alle raffinerie petrolifere saudite, dietro il quale secondo Riyadh vi sarebbe la mano di Teheran a dispetto delle rivendicazioni dei ribelli Houthi in Yemen, il regno saudita aderisce all’alleanza marittima internazionale per la sicurezza. Si tratta di una iniziativa promossa di recente dagli Stati Uniti per “proteggere” la libertà di navigazione e di commercio nel Golfo, nello Stretto di Hormuz, nello Stretto di Bab el Mandab e nel mare di Oman. 

In una nota l’agenzia ufficiale saudita conferma che il regno si è unito all’alleanza marittima, della quale fanno già parte - oltre agli Usa - l’Australia, il Bahrain e il Regno Unito. “L’ingresso del regno [saudita] all’alleanza internazionale - si spiega - giunge a sostegno degli sforzi regionali e internazionali per scoraggiare e contrastare le minacce alla navigazione marittima e al commercio globale”.

L’obiettivo di Riyadh, prosegue la nota, è quello di “garantire la sicurezza energetica globale e il flusso continuo di forniture all’economia mondiale”. A questo si aggiunge il proposito, secondo quanto sostengono i sostenitori dell’alleanza, di mantenere “la pace e la sicurezza internazionali”. 

Intanto non si placano le polemiche e le accuse incrociate fra Riyadh - sostenuta da Washington - e Teheran in merito agli attacchi alle raffinerie del 14 settembre scorso. Il ministero saudita della Difesa ha mostrato i resti di quelli che afferma essere missili crociera e droni di matrice iraniana, che proverebbero il coinvolgimento degli ayatollah.

Il portavoce Turki al-Malk afferma che Riyash sta lavorando per “definire con precisione il punto di lancio”. Egli ha quindi aggiunto che sarebbero stati lanciati 18 droni e almeno sette missili crociera, che escludono lo Yemen come possibile origine. Fin dalle ore successive le esplosioni, i ribelli Houthi hanno rivendicato l’attentato. Al contrario, l’Iran ha preso subito le distanze e, a fronte delle accuse incrociate di sauditi e americani, hanno minacciato una rappresaglia durissima in caso di attacco. 

Per il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, in visita ufficiale a Riyadh, quello degli ayatollah è un “atto di guerra”. Il presidente Usa Donald Trump afferma di avere “molte opzioni” in risposta al gesto di Teheran e che è “molto facile” scegliere quella militare, ma ha poi aggiunto che l’arma della guerra non si è sempre rivelata efficace e corretta in Medio oriente. 

Nel frattempo le diplomazie europee si muovono per raccogliere maggiori informazioni su quanto è accaduto. In queste ore si stanno rafforzando i progetti di quanti muovono in direzione di uno scontro frontale con Teheran, accusando la Repubblica islamica di destabilizzare la regione con le proprie armi e alimentando i conflitti. Vale però ricordare che la stessa Arabia Saudita, come sottolineato dagli esperti del Sipri, resta il principale importatore mondiale di armi; lo stesso Trump ha firmato contratti per 15 miliardi e anche Londra è finita sotto processo per lo stesso motivo. 

In questo quadro dalle tinte fosche, le preoccupazioni della Cina riguardano il comparto energetico e le forniture necessarie a sostenere la produzione interna. E' certo che Pechino cercherà alternative per l’approvvigionamento. Secondo le ultime statistiche ufficiali, le importazioni di greggio saudita in Cina a luglio avevano toccato il massimo nell’ultimo biennio arrivando a 1,8 milioni di barili al giorno. Un picco rispetto ai 663mila dello stesso periodo dell’anno precedente. Ecco perché il Paese del dragone guarda con sempre maggiore interesse all’Iraq e alle nazioni dell’America Latina, fra cui il Brasile, il Venezuela e la Colombia, senza escludere le riserve ancora sepolte sotto le acque del mare del Nord.

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