10/03/2017, 12.07
PAKISTAN

Attivisti cattolici: Emergenza educazione in Pakistan, 22,6 milioni di bambini non vanno a scuola

di Kamran Chaudhry

L’8 marzo è stato presentato lo studio sull’abbandono scolastico. Nel Paese il 44% dei minori tra i sei e i 16 anni non riceve istruzione, mentre il tasso di analfabetismo è pari al 59,98%. I fondi per le scuole sono limitati, al contrario di quelli destinati alle spese militari. L’insegnamento del Corano è obbligatorio. Attivista: “I bambini devono andare a scuola e non lavorare nelle case”.

Lahore (AsiaNews) – In Pakistan è emergenza educazione. Lo riferiscono ad AsiaNews attivisti ed educatori cattolici, commentando l’ultimo sondaggio ufficiale secondo cui nel Paese 22,6 milioni di bambini non frequentano la scuola. Secondo il rapporto “Pakistan Education Statistic 2015-16” promosso dal National Education Management Information System (Nemis), il 44% dei minori tra i sei e i 16 anni non riceve istruzione. Per questo attivisti e insegnanti chiedono a Islamabad di attuare riforme adeguate e mettono in luce alcune contraddizioni clamorose, prima tra tutte le elevatissime spese militari: 781 miliardi di rupie [7,01 miliardi di euro – ndr], contro i 71,5 miliardi [642 milioni di euro] destinati all’educazione.

Il documento è stato presentato l’8 marzo. Nel testo si legge che il primato per l’abbandono scolastico va alla provincia del Balochistan, seguita dalle Federally Administered Tribal Areas (Fata). Il Pakistan è il Paese dell’Asia del sud che spende di meno nel campo dell’istruzione. Il tasso di analfabetismo è pari al 59,98% della popolazione, il peggior risultato tra i Paesi della South Asian Association for Regional Cooperation (Saarc), superato solo dall’Afghanistan.

Secondo il professor Anjum James Paul, presidente cattolico della Pakistan Minorities’ Teachers Association (Pmta), la causa è da ricercare nella povertà crescente. “Quattro pakistani su 10 – afferma – vivono in condizioni di povertà estrema, nel sesto Paese più popoloso al mondo. Scuole scadenti forniscono solo i libri, e non il materiale di cancelleria. Inoltre la mancanza di formazione è responsabile dell’aumento del livello di intolleranza nella società”. Il professore fa notare che “persino i soldi già stanziati non vengono spesi per fornire educazione. La maggior parte va ad infrastrutture, alla manutenzione degli edifici scolastici, alla sicurezza e agli spostamenti del personale”. Non solo, aggiunge, “agli studenti musulmani è riservata una politica educativa basata sulla discriminazione. Lo scorso mese una commissione parlamentare ha approvato una legge che rende obbligatorio l’insegnamento del Corano per tutti gli alunni di religione islamica in tutte le scuole, sia pubbliche che private”.

P. Shafique Bashir, segretario esecutivo del Catholic Board of Education della diocesi di Faisalabad, ritiene che i responsabili dell’abbandono scolastico siano i genitori. “Esiste una grave mancanza di consapevolezza e comprensione – sostiene – sull’importanza dell’educazione. Oggi ci sono scuole in ogni villaggio, quindi i leader religiosi e politici devono motivare le persone”. A tal proposito ricorda che mons. Joseph Arshad, vescovo di Faisalabad, è attivo nel promuovere tra i giovani la rilevanza di una buona formazione (v. foto). “Il vescovo ha tenuto seminari, visitato le scuole cattoliche della diocesi e invitato genitori e docenti a incontrarsi più spesso e a favorire le iscrizioni”. Grazie al suo intervento, le scuole hanno deciso di ridurre del 50% le tasse per le famiglie bisognose, e si è registrato un aumento del 30% delle iscrizioni.

L’attivista cattolica Nabila Feroz è convinta che leggi a favore dei bambini potrebbero aumentare il numero dei bambini nelle scuole. “Non esistono norme – riferisce – che sanzionano le punizioni corporali negli istituti scolastici. Nel 2005 il governo del Punjab ha emesso una circolare che vieta i maltrattamenti nelle scuole, ma poi non è stato messo in pratica alcun meccanismo per monitorare la situazione”. Stesso discorso, conclude, vale per “le leggi contro lo sfruttamento dei bambini nei lavori domestici. I minori, spesso torturati dai datori di lavoro, dovrebbero studiare a scuola e non lavorare nelle case”.

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