22/06/2010, 00.00
USA-IRAN
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Aumenta la pressione militare americana nel Golfo Persico

di Maurizio d'Orlando
Nei giorni scorsi, 12 navi da guerra della marina Usa hanno traversato il canale di Suez. Sono tre, ora, le squadre navali presenti nell’area. Il dispositivo appare pronto al bombardamento dei siti nucleari iraniani. A rischio il periodo tra fine luglio e i primi di agosto. Gli iraniani minacciano di scatenare il caos in Arabia Saudita. I motivi economici che possono determinare i tempi della crisi.

Milano (AsiaNews) - Dopo l’invio alla base militare di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, di 387 bombe ad alto potenziale di cui AsiaNews aveva dato notizia lo scorso 14 aprile (vedi Venti di guerra e crisi economica dietro gli attacchi al Papa), altre 12 navi da guerra americane hanno attraversato il canale di Suez, unitamente ad una corvetta israeliana. Lo afferma il quotidiano egiziano Al-Quds-al-Arabi. La notizia è confermata dai quotidiani Jerusalem Post e Haaretz. Anche l’agenzia d’informazione internet Debka, che solitamente appare ben connessa con il Mossad, i servizi segreti israeliani, ha confermato un incremento dell’attività nel Golfo Persico. Secondo la Debka vi sarebbe anche la presenza in quelle acque di tre sottomarini israeliani dotati di missili con teste nucleari. I sommergibili israeliani sono stati costruiti in Germania e sono considerati tecnologicamente molto avanzati. Tra le navi da guerra transitate da Suez, secondo fonti di agenzia, ci sarebbe anche la portaerei Harry Truman, che finora era stazionata nel Mediterraneo. Lo afferma un articolo pubblicato su zerohedge (vedi 12-american-warships-including-one-aircraft-carrier-and-one-israeli-corvette-cross-suez-canal). Salgono perciò a tre le squadre navali d’attacco aereo operative in zona, che si aggiungono alle forze aeree di stanza sull’isola di Diego Garcia. Si completa così un dispositivo pronto al bombardamento dei siti in cui gli iraniani, secondo gli USA ed Israele, starebbero per approntare la propria prima bomba nucleare. Si può ipotizzare che a rischio di conflitto sia il periodo a cavallo tra fine luglio ed i primi di agosto. 

Gli iraniani hanno sempre sostenuto che le installazioni di arricchimento dell’uranio servono per gli impianti nucleari ad usi civili per la produzione di energia. Nel corso degli ultimi anni hanno permesso a diversi gruppi d’ispezione della Aiea (l’Agenzia Onu per l’energia atomica), di ispezionare le proprie installazioni per verificarne che non vi fossero impianti per usi militari. Inoltre di recente, lo scorso 16 maggio,  l’Iran ha aderito ad una proposta messa a punto dal Brasile e dalla Turchia (vedi Teheran-accetta-un-accordo-sull’uranio-arricchito-con-Turchia-e-Brasile) che prevedeva che il processo di arricchimento dell’uranio venisse completato fuori dai propri confini nazionali, in Turchia, in modo da garantire che tale processo non avesse alcuna finalità militare. Questa iniziativa non è stata accolta favorevolmente da Israele.

Ad una minaccia corrisponde una controminaccia

Da parte sua, infatti,  l’agenzia iraniana Press TV, lo scorso 9 giugno ha pubblicato in inglese il monito di un membro della famiglia reale saudita, il principe Turki bin Abdul Aziz Al Saud (vedi Prince warns S. Arabia of Apocalypse). Il testo era stato tratto da quanto riportato in arabo da un’agenzia del Cairo, la Wagze news agency. Il principe, che vive da anni in Egitto perché da tempo in disaccordo con la famiglia regnante, secondo quanto riportato, avrebbe affermato che i membri della dinastia sarebbero a rischio perché essa è ormai molto invisa alla popolazione e perché un golpe militare potrebbe presto spodestarla. A rischio sarebbe la vita stessa dei componenti della famiglia reale saudita. Il principe perciò avrebbe invitato il resto della famiglia a mettersi al più presto in salvo all’estero, “prima che ci taglino la testa per le strade” ha aggiunto con toni drammatici. La gran parte dei giacimenti di greggio saudita si trova in zone del paese abitate da popolazioni di religione mussulmana sciita, come in Iran. Come è noto, si tratta di una confessione religiosa in forte contrasto con l’islam sunnita di orientamento wahabita sostenuto dalla dinastia saudita. La pubblicazione di questo monito pare indicare quale sia la strategia iraniana in caso di bombardamento: provocare il caos nel vicino regno saudita e metterne così a rischio le esportazioni di petrolio. In tal caso gli effetti sul prezzo mondiale del greggio sarebbero enormi perché l’Arabia Saudita è il maggiore paese esportatore di petrolio al mondo. Non è comunque chiaro quanto reale sia questa minaccia iraniana di sovvertire la dinastia saudita.

In questo monito c’è, però, un altro elemento. “Non contate – dice rivolto al folto clan della famiglia reale saudita –su USA, Gran Bretagna ed Israele, perché non sopravviveranno alla perdita (in ing. “because they will not survive the loss”), avrebbe ancora proseguito il principe. Questa parte è un po’ oscura perché non si capisce a che cosa si riferisce: il termine potrebbe essere inteso sia come perdita economica che come sconfitta militare. Forse, tuttavia, questo oscuro monito attribuito al principe dalla fonte iraniana potrebbe essere messo in relazione con un possibile appello da parte del regime di Teheran allo “Jihad”. Si tratterebbe in pratica di una sorta di chiamata alla “guerra santa”, vale a dire alla sollevazione delle masse popolari nei paesi a maggioranza mussulmana e di un segnale rivolto alle cellule islamiste presenti in tutto il mondo perché si attivino per azioni terroristiche. Anche qui non è comunque chiaro se un ipotetico appello iraniano alla solidarietà islamica in caso di attacco e ad una controffensiva terroristica possano concretizzarsi.

Secondo nostre valutazioni, tra minacce e controminacce, a rischio di conflitto è il periodo a cavallo tra fine luglio ed i primi di agosto, per varie ragioni.

In primo luogo perché il dispiegamento del dispositivo militare americano-israeliano di attacco dovrebbe completarsi per tale periodo.

In secondo luogo, perché il prossimo G8 / G20 di fine giugno di Toronto dovrebbe permettere una serie di consultazioni di alto livello e questo è un passaggio preliminare necessario per un evento politico militare di questo tipo. Per parte sua l’Iran deve, invece, attendere l’innesco della provocazione necessaria ad innalzare il livello di tensione: l’arrivo della flottiglia che deve forzare il blocco marittimo di Gaza per portare aiuti “umanitari”.

Il peso del debito americano

I principali fattori che determinano i tempi di questa crisi politico militari sono però di tipo economico.

Il primo elemento è che a metà settembre dovrebbero essere resi ufficialmente noti i dati del preconsuntivo del bilancio USA del 2010. Di solito, però, già in agosto iniziano a trapelare voci ed indiscrezioni. Quest’anno non occorre, tuttavia, attendere il propagarsi di tali voci. È già chiaro che lo “stimolo economico” deciso da Obama su suggerimento degli economisti keynesiani come Paul Krugman non solo non ha incrementato l’occupazione negli USA ma, dilatando a dismisura le spese statali, ha aperto un buco senza precedenti nel deficit federale americano, di certo superiore al 10 % del PIL. Per mascherare questo fallimento economico e sociale (la disoccupazione reale ha toccato il 22 % della popolazione attiva) occorre perciò che la minaccia esterna, l’emergenza militare e politica, prenda forma prima che i dati del bilancio fiscale e dell’occupazione debbano, per un minimo di credibilità, essere riportati anche dai grandi organi d’informazione.

Un secondo elemento, spesso trascurato nelle analisi, è che oltre al problema del debito pubblico esiste in America (e non solo) quello del debito privato, cioè di imprese e famiglie.

Il debito privato in USA è di circa 50'000 miliardi di dollari (in ing. 50 trillions)., circa il 330 % del PIL USA. Chiaramente non è sostenibile e dovrà ridursi in termini reali o per via della deflazione o dell’iperinflazione. Ne consegue che dovrà essere ridotta la leva finanziaria, cioè il settore privato dovrà liquidare i beni patrimoniali acquisiti in toto o parzialmente a debito. Molto probabilmente si ripeterà cioè quanto si è già verificato nel settembre 2007 con la crisi dei mutui “subprime”. La differenza è che mentre allora si resero insolventi i debitori “subprime”, cioè non primari, questa volta verranno ad essere colpiti quei debitori privati considerati di solito maggiormente solvibili. In scadenza per gli inizi di quest’autunno, di nuovo a metà settembre, sono perciò i mutui su un’enorme massa di mutui commerciali e debiti di buona qualità, che troveranno difficoltà ad essere rinnovati. Anche in questo caso una minaccia esterna deve prendere forma prima che si produca il crollo del valore reale di immobili, azioni ed obbligazioni e che possa così coagularsi una reale minaccia politica interna alla tradizionale struttura bipartitica del sistema di potere negli USA.

Anche il regime iraniano ha necessità al più presto di una minaccia esterna per mantenere saldo il controllo del potere all’interno. Monta, infatti, la pressione delle nuove generazioni che vedono con insofferenza sia la corruzione del regime che l’arretratezza tecnologica del Paese. A pesare soprattutto sui giovani è l’incapacità di trovare sbocchi occupazionali e la chiusura al mondo esterno. Non hanno partecipato alla rivoluzione islamica contro lo scià, intesa anche e forse soprattutto come sollevazione contro l’imperialismo economico e culturale americano. Non sanno bene perciò che cosa sia l’antiamericanismo e quindi considerano quindi quella del “grande satana” americano come una stanca retorica, utile solo ai fini del potere interno. Per questo il regime ritiene opportuno non abbassare i toni, ma anzi mantenere alta la minaccia ed il livello di guardia con elementi concreti.

La logica prevalente in entrambi i fronti sembra essere quella già osservata in occasione della guerra delle Falklands/Malvinas, con i generali argentini, assillati dalla bancarotta economica e l’establishment britannico alle prese con una difficile ristrutturazione economica interna per gli strascichi di lungo periodo della decolonizzazione.

Montare una minaccia esterna, un conflitto per coagulare il fronte interno è una tecnica antica e ben collaudata. Il problema è che oggi l’instabilità sociale, politica ed economica ha una dimensione globale. È difficile ipotizzare un’operazione “chirurgica”, che rimanga cioè confinata in un ambito ristretto. Se tale ambito è quello del Golfo Persico, gettarvi un cerino significa accendere un fuoco che facilmente potrebbe diffondersi e provocare lo scoppio di tutta la polveriera mondiale.

 

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