20/09/2017, 14.35
MYANMAR
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Aung San Suu Kyi ‘inflessibile con l’esercito come in passato’

La leader democratica birmana respinge l’accusa di essersi “ammorbidita”. Personalità internazionali hanno criticato “i silenzi” del premio Nobel per le violenze contro i Rohingya. L’obiettivo del suo partito “è sempre stato la riconciliazione nazionale”. I rapporti con il potente esercito. La Costituzione nega alla Signora un ruolo in materia di sicurezza. Insieme con la comunità internazionale per risolvere la crisi Rohingya.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) – “Con l’esercito sono stata inflessibile in passato e lo sono tuttora”. La leader birmana Aung San Suu Kyi risponde alle critiche ricevute in seguito al suo discorso pubblico sulla crisi del Rakhine, tenuto ieri a Nay Pyi Taw. Amnesty International accusa la Signora di “nascondere la testa sotto la sabbia”, di fronte ai “documentati abusi” dell’esercito sui Rohingya. Phil Robertson, vice direttore della divisione asiatica di Human Rights Watch, afferma: “Aung San Suu Kyi cerca di recuperare credibilità, senza dire quel troppo che la metterebbe in difficoltà con esercito e cittadini”. Nel frattempo, Sheikh Hasina, primo ministro del Bangladesh, invita ancora una volta il Myanmar a riaccogliere i 420mila profughi che hanno raggiunto il Paese dall’inizio delle violenze, accusando il governo birmano di “non rispondere alle chiamate e impedire i rimpatri”.

Personalità internazionali hanno criticato “i silenzi” del premio Nobel per la pace sulle violenze che avvengono contro la minoranza islamica del suo Paese ad opera dell’esercito birmano. Ieri, nel suo primo intervento alla nazione dalla crisi, Aung San Suu Kyi ha condannato gli abusi dei diritti nello stato Rakhine e ha detto che i colpevoli saranno puniti, ma non ha criticato i potenti militari che l’Onu accusa di “pulizia etnica”.

In un’intervista rilasciata a Rfa, la leader democratica birmana respinge l’accusa di essersi “ammorbidita” nei confronti dell’esercito, dopo che lo scorso anno il suo partito è salito al potere. “Non abbiamo cambiato la nostra posizione”, ha detto Aung San Suu Kyi, aggiungendo che l’obiettivo della National League for Democracy (Nld) “è sempre stato la riconciliazione nazionale”.

La Signora ricorda che nel 2012 il suo partito aveva tentato, senza successo, di revocare il diritto di veto dei militari sulle riforme legislative. “Lo abbiamo fatto apertamente, entro i limiti della legge. Continueremo ad apportare cambiamenti all'interno del parlamento”, ha detto. La Costituzione del Myanmar proibisce la nomina di Aung San Suu Kyi alla carica di presidente,  negandole un ruolo effettivo in materia di sicurezza. Il Tatmadaw [l’esercito birmano] gestisce tre ministeri chiave, detiene il 25% dei seggi in parlamento e nomina uno dei due vicepresidenti.

Aung San Suu Kyi sottolinea che il Myanmar intende lavorare con la comunità internazionale per risolvere la crisi Rohingya, ribadendo l’invito a visitare il Rakhine rivolto ieri ai corpi diplomatici. “In questa epoca, nessuno può vivere nell’isolamento – dichiara – La globalizzazione è la norma e dobbiamo avere abbastanza coraggio anche per collaborare a livello globale. Vietare le visite esterne, significherebbe avere qualcosa da nascondere”.

“Il mondo pensa che la crisi in Rakhine sia la più importante. Ma per noi la pace [con i gruppi ribelli] è la sfida più impegnativa. La situazione non era calma e pacifica neanche prima che salissimo al potere. Ora, con l'attenzione del mondo concentrata, il problema è diventato troppo sensibile per essere gestito. Se lo si osserva solamente in maniera distratta anziché efficace, invece di risolverlo, lo si rende peggiore”, afferma il premio Nobel.

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