08/11/2012, 00.00
MYANMAR
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Aung San Suu Kyi: più soldati, per fermare le violenze fra birmani e Rohingya

di Francis Khoo Thwe
La Nobel per la pace auspica una maggiore presenza militare per riportare la pace nello Stato di Rakhine. Gli interessi di governo e opposizione ostacolano una soluzione politica della vicenda. Motivi economici e commerciali dietro gli scontri interconfessionali. Nuovo naufragio di una nave carica di profughi.

Yangon (AsiaNews) - La leader dell'opposizione birmana Aung San Suu Kyi, assieme a gruppi di parlamentari delle minoranze etniche, lancia un appello al governo per l'invio di altre truppe nello Stato di Rakhine, nell'ovest del Myanmar. Ai militari sarebbe affidato il compito di riportare la pace in una regione funestata da violenze etniche fra maggioranza buddista e minoranza musulmana Rohingya. La Nobel per la pace, più volte criticata per non aver condannato i maltrattamenti e l'emarginazione riservata al gruppo etnico, auspica inoltre la fine degli scontri - che hanno causato dal giugno scorso 180 morti e almeno 110mila sfollati - e il ritorno, grazie all'intervento dei soldati, di "pace, stabilità e supremazia della Legge". Intanto un'altra imbarcazione carica di Rohingya in fuga si è rovesciata al largo della baia del Bengala, mentre interessi economici e commerciali potrebbero nascondere le vere ragioni di una spirale di violenze senza fine.

In uno dei rari interventi sulla questione Rohingya, la leader della Lega nazionale per la democrazia (Nld) ha sottolineato che è compito del governo "informare l'opinione pubblica sulle modalità secondo cui intende affrontare la vicenda". Per Naypyidaw essi sono immigrati irregolari del vicino Bangladesh, ma nemmeno Dhaka li riconosce come propri cittadini. L'esecutivo e la maggioranza al potere temono di perdere ulteriori consensi e anche l'opposizione democratica - con il disappunto della comunità internazionale - non ha fornito una soluzione politica della questione.

Resta il fatto che almeno 800mila persone sono prive di cittadinanza e per l'Alto commissariato Onu per i diritti umani sono fra le minoranze "più perseguitate al mondo". Al momento non hanno riscosso consenso unanime l'idea di fornire loro documenti provvisori che legalizzano la presenza sul territorio birmano o la concessione dello status di "cittadini naturalizzati". Entrambe le proposte garantiscono uno statuto "inferiore" rispetto alla cittadinanza a pieno titolo.

Nel frattempo continuano le ricerche dei dispersi, vittime di un naufragio al largo della costa di Teknaf, nel Bangladesh, circa 320 km a sud di Dhaka. L'imbarcazione era stipata - molto più del consentito - di profughi Rohingya diretti in Malaysia, alla ricerca di ospitalità e lavoro. Finora la guardia costiera ha salvato 51 persone, ma non si hanno notizie delle altre persone a bordo. Il timore è che siano ormai affogate, in un incidente del tutto simile all'affondamento avvenuto nei giorni scorsi; delle 130 persone a bordo della nave colata a picco il 28 ottobre al largo della costa birmana, solo un piccolo gruppo si è salvato.

L'elemento etnico e confessionale, il colore della pelle più scuro e la diversa cultura, sono alcuni dei motivi che - in prima lettura - forniscono una spiegazione al conflitto che vede opposte la maggioranza buddista e la minoranza musulmana Rohingya, ribattezata in modo dispregiativo "Bengalis" o ancora "kalar". Tuttavia, nel quadro potrebbero inserirsi anche interessi strategici a livello economico e commerciale, che giustificano una crescente tensione nello Stato di Rakhine, una delle zone più povere e meno sviluppate di tutto il Myanmar. Secondo alcune fonti vi sarebbero infatti racchiusi nel sottosuolo - e ancora inesplorati - vasti giacimenti di petrolio e gas naturale. A questo si aggiungono i progetti già operativi, come l'oleodotto che parte dallo snodo portuale di Kyaukphyu (considerata Zona economica speciale, Sez, terza nel Paese dopo Thilawa e Dawei) e che termina a Kunming, capoluogo della provincia cinese dello Yunnan. Un collegamento strategico pronto entro il 2015, e che consente di evitare il passaggio del greggio proveniente dall'area Mediorientale attraverso lo stretto di Malacca.  

 

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