30/07/2008, 00.00
PAKISTAN
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Avvocato musulmano contro le manipolazioni nei processi per blasfemia

di Qaiser Felix
Deve valere “la presunzione di innocenza e l’onore della prova a carico dei magistrati”. Dall’introduzione della legge nel 1986 sono quasi 900 le persone messe in stato di accusa; una norma spesso usata per “colpire le minoranze”.

Islamabad (AsiaNews) – “Intolleranza e minacce verso gli organi giudiziari non consentono lo svolgimento di processi sereni ed equi per i casi di blasfemia”. Lo afferma un avvocato pakistano, Taimur Malik, in un articolo apparso ieri sul quotidiano Daily Times. “Spesso i giudici – continua il legale di fede musulmana – sono costretti a emettere sentenze di condanna senza aver approfondito a sufficienza il caso e senza nemmeno le prove necessarie a supporto delle accuse”.

La blasfemia è un tema sensibile per il Paese: secondo i dati forniti dalla commissione episcopale Giustizia e pace, dalla sua introduzione nel 1986 a oggi, la legge ha causato l’uccisione di 25 persone. Fatto ancor più gravi è che le morti non sono conseguenza dell’esecuzione di condanne: i presunti colpevoli sono stati uccisi da estremisti religiosi perfino sotto la custodia degli agenti di polizia. Secondo alcune fonti sarebbero 892 le persone messe in stato di accusa ai sensi della legge 295-C del codice penale pakistano.

Taimur Malik auspica che i processi si possano svolgere in un clima “sereno” e privo di “pressioni esterne”; egli chiede inoltre che vi sia una “profonda trasformazione nella società civile”, perché la blasfemia viene troppe volte utilizzata come “arma politica” per zittire il dissenso o mettere sotto processo le minoranze etniche o religiose. “Il fatto che i casi di blasfemia vengano passati all’Alta corte – continua il legale – è segno evidente dell’inosservanza delle normali procedure giudiziali. Ciò contribuisce ad aggravare il senso diffuso di mancato rispetto dei basilari diritti umani nel Paese”.

Anche se la situazione resta difficile, egli cita una recente sentenza dell’Alta corte di Lahore che definisce una “pietra miliare” e accende nuove “speranze”: il processo a carico di Maulvi Tahir Asim si è concluso con la “piena assoluzione” e la sospensione della sentenza di condanna a morte. Alla base delle accuse vi erano ragioni a sfondo razziale, che miravano a colpire una minoranza etnica. La Corte ha evidenziato un abuso nell’utilizzo delle incriminazioni per “blasfemia”, tanto che la legge viene spesso “sfruttata come pretesto per perpetrare crimini e violenze” oppure per “perseguitare” minoranze religiose.

Taimur Malik sottolinea che un principio cardine della legge prevede “la presunzione di innocenza” per l’accusato e l’onore della prova per il pubblico ministero; un principio che, in Pakistan, viene ribaltato nei casi di blasfemia, visto che è l’incriminato a dover fornire prove a propria discolpa. Una situazione che viene aggravata dalla mancanza di indipendenza dell’organo giudiziario, sottoposto a fortissime pressioni esterne – anche politiche – che minano la serenità e l’equità del giudizio. “Il problema – conclude l’avvocato – è che non si parla mai di indipendenza della magistratura per i casi di blasfemia, considerate le enormi pressioni degli estremisti religiosi”. Nel 1997 un giudice della Corte suprema di Lahore è stato assassinato dai fondamentalisti per aver prosciolto due fratelli di fede cristiana dalle accuse di blasfemia, in seguito a un processo conclusosi due anni prima e seguito con attenzione dai mass media e dalla popolazione.

 

 

 

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