27/11/2015, 00.00
BANGLADESH
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Bangladesh, cresce l’intolleranza religiosa: “Ma non è sicuro che dietro vi sia l’Isis”

Un sacerdote cattolico ha ricevuto via sms minacce di morte. Altri 10 pastori battisti rischiano la vita. Uomini armati sparano contro i fedeli di una moschea sciita. I militanti dello Stato islamico rivendicano ogni gesto, “ma è molto probabile che siano in cerca di protagonismo”. Il Califfato non riconosce il gruppo radicale che opera sul territorio del Bangladesh. È in atto uno scontro di potere tra fazioni estremiste.

Dinajpur (AsiaNews) – Un sms contente minacce di morte inviato sul cellulare di un sacerdote cattolico; una missiva recapitata ad un pastore battista in cui si citano i nomi di altri 10 religiosi che “devono morire”; una moschea sciita assaltata nel distretto di Bogra. “Ma non è detto che dietro vi sia l’Isis”, dice ad AsiaNews una fonte cattolica riguardo il clima di crescente intolleranza religiosa in atto in Bangladesh. La fonte aggiunge anche “che non si hanno certezze sulla matrice degli attacchi. Anzi, con ogni probabilità l’Isis rivendica le violenze ma non ne ha responsabilità. Piuttosto, la cosa certa è che è in corso uno scontro di potere all’interno delle forze islamiche radicali”.

In Bangladesh si assiste ad una vera e propria escalation della violenza contro i leader delle minoranze religiose e i musulmani sciiti. Ad appena una settimana dal tentato omicidio di p. Piero Parolari, ferito in modo grave da malviventi a Dinajpur, un altro sacerdote ha ricevuto minacce di morte. Si tratta di p. Karlus Toppo, sacerdote della chiesa cattolica del Cristo Re a Nijpara, a circa 35 chilometri da Dinajpur. Egli ha ricevuto un messaggio sul proprio cellulare in cui viene minacciato di morte da radicali dello Stato islamico. Nel messaggio si legge: “Padre Carlos, saluti dallo Stato Islamico. Verrai ucciso entro il 20 dicembre, per ordine dell’organizzazione, dovunque tu ti troverai, a Nijpara come a Dinajpur. Mangia finchè puoi”. Il sacerdote ha sporto denuncia presso l’ufficio di polizia locale, che ora sorveglia la sua abitazione.

P. Toppo riferisce ad AsiaNews di vivere “nella paura. Non esco di casa, non svolgo il quotidiano servizio pastorale. Vengo scortato dalla polizia e gli agenti mi hanno chiesto in modo esplicito di rimanere in casa”.

Il sacerdote non è il solo ad aver ricevuto minacce. La scorsa settimana altri 12 tra sacerdoti e pastori hanno ricevuto sms in cui si promette loro la “giusta morte”. Ieri poi fondamentalisti islamici hanno recapitato una lettera minatoria al pastore Barnabas Hemrom, capo della chiesa battista di Rangpur. La missiva contiene i nomi di ulteriori 10 pastori battisti che rischiano la vita. Nel testo si legge: “Il nostro piano è uccidere uno ad uno coloro che predicano il Vangelo in Bangladesh. Il nostro Paese sarà governato solo dalle leggi islamiche”. Sulla busta della lettera è indicato il mittente: sarebbe Atul Roy, figlio di Ganesh Roy, del villaggio di Uttarparha, nella regione amministrativa di Dinajpur Sadar.

Sempre ieri alcuni uomini armati hanno aperto il fuoco contro i fedeli di una moschea sciita nel distretto di Bogra. Il bilancio è di un morto e tre feriti. Oggi i militanti del Califfato hanno rivendicato il gesto. La fonte cattolica commenta: “È molto probabile che non sia l’Isis l’autore del gesto. Riteniamo che possano essere estremisti locali”. Secondo la fonte, l’elemento più significativo è il contrasto tra le fazioni che predicano l’islam radicale. “L’Isis – dice – condanna il Jammat-e-Islami, il gruppo fondamentalista locale. Lo attacca perché lo definisce ‘troppo buono, non si comporta da vero gruppo radicale’. Ma tutti sanno che i suoi membri sono degli estremisti”.

“La tensione è alta, verso la frontiera al nord del Paese è stato anche schierato l’esercito per condurre le ricerche”. Oltre alle continue violenze contro gli stranieri e le comunità religiose di minoranza, continua, il pericolo è che “l’Isis cerchi il protagonismo. Non riconosce il Jamaat-e-Islami come interlocutore, non si appoggia ai suoi membri sul territorio. Il Califfato rivendica ogni gesto di violenza commesso nel Paese”. Questo atteggiamento, conclude, rivela un certo opportunismo: “Il Califfato ha influenza, grazie al nome che si è costruito può denunciare violenze anche non commesse dai suoi membri. Tutto questo per aumentare il proprio prestigio”.

(Ha collaborato Sumon Corraya)

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