16/08/2019, 14.20
MYANMAR
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Card. Bo: Riflessioni dalla periferia dell’Asia

L’arcivescovo di Yangon pubblica una lettera, in cui esprime “le profonde preoccupazioni della Chiesa per le prove che attendono il Paese”. Tra queste vi sono le ingerenze dei militari nella vita politica del Paese: esercito e governo sono invitati al rispetto dei propri ruoli. Il presule lancia l’allarme per la crescente intolleranza religiosa nel Paese ed in Asia.

Yangon (AsiaNews) – Violazioni di diritti, conflitti etnici e tensioni religiose: per il Myanmar è tempo “di affrontare queste sfide e porre fine agli abusi sulla dignità umana; cercare la pace e la riconciliazione; amare la libertà e perseguire la verità; celebrare la diversità e la dignità della differenza; amare la creazione”. Lo afferma card. Charles Maung Bo (foto), arcivescovo di Yangon e presidente della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (Fabc). Ieri, in occasione della solennità dell’Assunzione di Maria, il card. Bo ha pubblicato una lettera, dal titolo “Riflessioni dalla periferia – l’amore di Dio per il popolo e le nazioni dell’Asia”. Il messaggio, afferma, “è anzitutto plasmato dall'amore, infuso dal desiderio di giustizia e ispirato dalla misericordia. Il Myanmar ha bisogno di tutte e tre in modo disperato”.

Nel 2020, il popolo birmano prenderà parte alle seconde elezioni democratiche dalla fine del regime militare. Con l’evento alle porte, l’arcivescovo di Yangon intende esprimere “le profonde preoccupazioni della Chiesa per le prove che oggi attendono il Paese”. Il presule chiarisce tuttavia di essere “un leader religioso e non un politico”, e sottolinea di non voler “schierarsi da nessuna parte, se non quella di pace, giustizia, riconciliazione, dignità umana e amore”.

Il rilascio di prigionieri politici, la firma di cessate il fuoco, il voto democratico ed un governo a guida civile: negli ultimi sette anni, il Paese ha assistito a quella che pensava fosse “l'inizio di una nuova alba”. “Ma negli ultimi tempi – dichiara il card. Bo – sono riapparse nuvole molto scure, che offuscano lo scintillio della luce che aveva cominciato ad emergere. Il persistere del conflitto, gli abusi continui e la diffusione dell'odio religioso e razziale minacciano le speranze, le libertà e la dignità delle persone in tutto il Paese”.

Per la Chiesa, sottolinea il cardinale, “la pace è al centro della missione”. Tuttavia, questa dev’esser sempre accompagnata da giustizia e libertà, che vengono garantite dal “rispetto della diversità etnica e religiosa” e proteggendo “i diritti umani fondamentali di ogni singola persona, indipendentemente da razza, religione o genere”.

Il card. Bo invita la nazione a percorrere la via di un dialogo “basato su costruzione delle fiducia e rispetto” e senza “i rancori delle nazionalità etniche”. La soluzione da lui prospettata è un sistema federale delle nazionalità etniche, con “risorse naturali condivise e distribuite a beneficio delle persone, piuttosto che saccheggiate e accumulate da una piccola élite”.

Per raggiungere tale obiettivo, è necessaria anche “la giusta comprensione del legittimo ruolo delle forze armate di una nazione”. Ricordando gli insegnamenti della Chiesa in materia di guerra ed uso della forza, il cardinale denuncia che spesso “i civili diventano gli obiettivi della guerra, che causa il loro sfollamento e talvolta il brutale massacro”. “Vi sono aree del Paese – afferma il card. Bo. –, soprattutto negli Stati di Kachin, Shan e Rakhine, dove le persone in disperato bisogno sono tagliate fuori dall'assistenza, dove viene negato loro l'accesso umanitario. Qualunque siano i diritti e gli errori dei conflitti tra i diversi gruppi nel nostro Paese, a nessuno dovrebbe essere negato il più elementare dei diritti, il diritto al cibo, al riparo, alle medicine e all'istruzione”.

Le campagne militari del Tatmadaw (l’esercito birmano) e l’ampio potere dei militari sul governo del Paese hanno contribuito all’inasprirsi di diverse crisi umanitarie e spinto il Paese all’isolamento internazionale. Per questo, l’arcivescovo richiama politica e forze armate al rispetto dei ruoli: “Al momento, a causa della nostra fragile democrazia, abbiamo bisogno dell'assistenza e della protezione dei militari”. “Ma nessun esercito in una società civile – prosegue – può essere al di sopra della legge; nessun soldato di una società umana può commettere un crimine impunemente. Se i soldati devono esser rispettati, devono prendere posto nella caserma e non nella legislatura, servendo il Paese sotto l'autorità di un governo civile eletto”.

Altra prova che il Myanmar è chiamato a superare sono le crescenti minacce alla libertà religiosa, che il card. Bo pone alla base di tutti diritti umani. “Predicatori d’odio incitano alla discriminazione e alla violenza in nome di una religione pacifica, leggi e regolamenti ingiusti impongono restrizioni alla libertà religiosa delle minoranze e la politica dell'identità ha mescolato razza, religione e politica in un pericoloso cocktail di odio e intolleranza. Questo è vero non solo in Myanmar, ma in tutta l'Asia – il continente più diversificato del mondo, dove si incontrano tutte le principali religioni e dove la maggioranza in un Paese è una minoranza in un altro.

“Uniamoci come nazione basata sui valori di Metta (amorevole benignità) e Karuna (compassione) della tradizione buddista, del salam (pace) di quella islamica e del principio cristiano di amare il prossimo come se stessi ed il nemico”, l’appello del card. Bo. “La Chiesa in Myanmar – conclude – è pronta ad essere un luogo di misericordia per tutti, un centro di riconciliazione; a difendere i diritti di tutti in ogni luogo, senza eccezioni di religione o etnia; e ad abbattere le barriere, spostare recinti e contrastare l'odio con l’amore”.

(Per il testo integrale della lettera, vedere allegato).


Reflections_From_The_Periphery_by_His_Eminence_Charles_Cardinal_Bo.pdf


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