14/03/2026, 08.24
MONDO RUSSO
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La storia coloniale dell’impero russo

di Stefano Caprio

Dalla guerre cecene in poi la politica russa dopo il 1991 è una continuazione incondizionata di quanto era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo: una forma di colonialismo terrestre (a differenze di quello marittimo occidentale) proseguita con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi.

Il colonialismo è comunemente associato agli imperi marittimi – Gran Bretagna, Francia, Spagna - ma esisteva anche un altro modello: un modello terrestre, che si sviluppava senza oceani o territori d'oltremare. Nel corso di diversi secoli, la Russia si espanse a spese dei popoli e delle regioni confinanti, formando un proprio sistema di centro e periferia. Il colonialismo russo può essere considerato una politica continuativa? Quali sono le sue caratteristiche e in che modo si differenzia dalle pratiche imperialistiche occidentali? Il sito Idel.Realii ha discusso di questi temi con Anton Saifullaev, dottore in lettere e docente presso l'Università di Varsavia.

Di origine uzbeka, Saifullaev è direttore dell'iniziativa di studi de-coloniali presso l'Istituto per gli Studi Interculturali dell'Europa Orientale e Centrale, vicedirettore dell'Istituto per l'Europa Centrale di Lublino, in Polonia. È specializzato nella teoria postcoloniale e de-coloniale applicata all'Europa orientale e allo spazio post-sovietico, e le sue competenze appaiono quanto mai necessarie per comprendere il corso attuale degli eventi nello spazio eurasiatico, e non solo.

Egli ricorda che “il colonialismo è un fenomeno abbastanza familiare, esiste nella vita di tutti i giorni, nel nostro vocabolario politico, sociale e culturale quotidiano”. Di solito si associa il colonialismo alla sottomissione, ai grandi imperi che si stabiliscono in territori "meno sviluppati" e iniziano a sfruttarli. In realtà, il colonialismo ha molte versioni e, oltre al consueto colonialismo conquistatore e sedentario (dall'inglese settler colonialism), esistono anche le sue varie manifestazioni e strumenti discorsivi, ad esempio l'orientalismo o il razzismo.

L'orientalismo è una percezione e rappresentazione dell'Oriente nell'Europa occidentale, emersa durante l'Illuminismo e il Romanticismo, caratterizzata da esotizzazione, stereotipi e da una giustificazione intellettuale del dominio coloniale. È un discorso culturale che presenta il Medio Oriente, l'Asia e il Nord Africa come un mondo misterioso, sensuale e tuttavia "arretrato", in contrasto con l'Occidente razionale. Il colonialismo russo, o russo-sovietico, ha le sue caratteristiche specifiche, come sottolinea Saifullaev, e queste caratteristiche, tra l'altro, sono la ragione per cui l'influenza coloniale della Russia sui territori confinanti, e il suo attuale comportamento globale, sono difficili da comprendere e descrivere all'interno delle categorie tradizionali di analisi coloniale a cui si è abituati.

Nel caso russo, spiega l’esperto, questo colonialismo ha una caratteristica distintiva: è basato sulla terraferma, e questo lo distingue dai grandi colonialismi imperialisti occidentali. Il colonialismo basato sulla terraferma è più strutturale, più incentrato sulla sottomissione, più verticale, perché la logica di questa sottomissione (anche se si tratta soltanto di un aspetto militare o economico) è più esplicita ed evidente. Ad esempio, nell'Europa orientale si basa principalmente sulla conoscenza, sull'ideologia e sulla politica di delimitazione nazionale che esiste ovunque, ma in questo contesto – ad esempio, in Bielorussia, Ucraina o Moldavia – i marcatori razziali o orientali non si applicano. Tutto funziona in modo leggermente diverso.

Una delle caratteristiche chiave del colonialismo russo è che si manifesta in modo diverso nelle diverse parti del mondo. Gli imperi basati sulla terraferma sono vasti (ad esempio, la Cina o la Russia stessa, che occupa la maggior parte dell'Eurasia) e, di conseguenza, ogni direzione ha la sua strategia specifica. Esiste il cosiddetto colonialismo interno, che, secondo Saifullaev, è “in qualche modo frainteso nel contesto della storiografia russa”. Esso viene inteso nello spazio intellettuale russo in termini di casta ed economia: si presume che “alcuni russi hanno colonizzato altri russi”, ma in sostanza il colonialismo interno non è mai cessato entro i confini dell'impero russo, dell'Unione Sovietica, della Federazione Russa fin dal XVI secolo, interessando i numerosi popoli e gruppi etnici che fanno parte della Russia da più di 500 anni.

La presa di Kazan a metà del XVI secolo ad opera del primo zar Ivan il terribile è stato il punto di partenza dell'espansionismo russo, che presto iniziò a trasformarsi in colonialismo. È interessante notare che questo coincide con l'età delle scoperte a livello mondiale, quindi si potrebbe dire che la Russia seguì alcune delle tendenze globali del XVI secolo, tentando anch'essa di sviluppare e attuare una politica espansionistica, scoprendo nuovi territori e cercando contemporaneamente nuove opportunità economiche. I principali centri dell’ex-impero tataro-mongolo, sia politici che economici, furono sottomessi a Mosca: Kazan, Astrakhan e poi il Khanato siberiano, che aprì la strada verso est.

La politica coloniale all'interno dell'entità che oggi chiamiamo Federazione Russa non è mai cessata, e solo in seguito lo Stato ha iniziato a interessarsene e a introdurre una politica più strutturale, quella che si potrebbe definire politica coloniale e “sedentaria”. Osservando una mappa moderna della Federazione Russa, e del territorio asiatico che comunemente si chiama Siberia, si vede che le città hanno iniziato ad apparire più o meno nello stesso periodo, nel XVII-XVIII secolo, quando lo Stato ha iniziato a penetrare più intensamente in questi territori e a consolidarli attraverso il colonialismo sedentario. La fase successiva è il XIX e l'inizio del XX secolo, quando la politica del colonialismo sedentario è continuata includendo il modello che si è sviluppato notevolmente nell'Unione Sovietica, dove la colonizzazione è stata attuata, tra le altre cose, attraverso il sistema carcerario del Gulag. L'intera infrastruttura economica creata nell'Estremo Nord e nell'Estremo Oriente è stata in gran parte costruita negli anni Venti e Trenta dai prigionieri dei lager.

Guardando alla Russia moderna, le guerre russo-cecene a cavallo del secolo sono assolutamente una storia coloniale. La politica russa dopo il 1991, e le guerre cecene sono state il primo esempio, è una continuazione incondizionata di ciò che era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo, poi proseguite con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi. Una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha definito la deportazione di bambini ucraini nel suo territorio da parte della Russia un crimine di guerra, mentre i funzionari russi parlano con orgoglio del trasferimento dei bambini dall'Ucraina, per "rieducarli" nello spirito dell'amore per la Russia. Le autorità di occupazione russa nella regione ucraina di Lugansk hanno creato un "catalogo" on-line di bambini ucraini, offrendoli per "adozione" forzata tramite il dipartimento dell'istruzione.

Uno degli elementi principali dei processi di colonizzazione è l’imposizione della lingua, che non a caso è uno dei fattori più importanti dell’ostilità tra russi e ucraini, a lungo oppressi da processi di russificazione imposti dagli zar e dai sovietici, sfociati quindi in un’emarginazione della lingua russa nell’Ucraina indipendente degli ultimi trent’anni, quella che Mosca chiama “il genocidio del Donbass”. Forti tensioni in questo senso esistono anche in Asia centrale e soprattutto in Kazakistan, il Paese con i maggiori territori russofoni settentrionali, e in misure diverse in tutti gli Stati ex-sovietici, fino ai Paesi baltici.

Eppure la Russia di Putin si presenta come il paladino del “Sud globale” che lotta contro il “colonialismo globalista” del Nord-Occidente globale, per difendere la sovranità dei popoli più deboli. Questo in realtà rimane un’eredità dell’ideologia sovietica, in cui era obbligatorio dichiarare di essere anti-coloniali e anti-razzisti, scaricando sugli occidentali tutte le colpe storiche dell’arretratezza del “Terzo Mondo”. Nel 2022 si è visto chiaramente che la politica russa è in realtà coloniale fino al midollo, e l’invasione dell’Ucraina ha sollevato un tema che per Saifullaev e molti altri commentatori diventerà particolarmente critico in Russia, se e quando finiranno i conflitti armati: la ripresa dell’identità dei “popoli minori”, con il rischio della disgregazione di tutta la Federazione.

Dopo la fine dell’Urss e nel corso di questi trentacinque anni non è apparsa in Russia una vera concezione nazionale, e come afferma il metropolita ortodosso Tikhon (Ševkunov), il “padre spirituale” di Putin, “la Russia può essere soltanto imperiale”. Se il decennio eltsiniano si orientava sulla visione globalista, il quarto di secolo putiniano risulta un ibrido tra le tante narrative imperiali zariste e sovietiche, e le azioni militari del colonialismo americano di Donald Trump stanno ulteriormente mettendo a nudo le contraddizioni di questo “mondo russo” sempre incompiuto, incapace di affermare la grandezza del proprio impero, e senza nemmeno la forza di colonizzare sé stesso.

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