28/02/2018, 14.31
VATICANO
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Card. Parolin: quando la medicina non può guarire, non rinunci a 'prendersi cura'

Lettera del Segretario di Stato vaticano a un congresso sulle cure palliative. “Il limite richiede non solo di essere combattuto e spostato, ma anche riconosciuto e accettato. E questo significa non abbandonare le persone malate, ma anzi stare loro vicino e accompagnarle nella difficile prova che si fa presente alla conclusione della vita”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – La medicina non è solo sconfiggere le malattie, ma anche prendersi cura del malato quando è impossibile guarire. In tale compito assumono particolare importanza le cure palliative, ossia quelle che servono a combattere i dolori della malattia, ma se per la Chiesa è accettabile anche la possibilità che in tal modo si avvicini il momento della morte, la sedazione, soprattutto quando protratta e profonda, “risulta quindi sempre almeno in parte insoddisfacente” in quanto “viene annullata quella dimensione relazionale e comunicativa” che è “cruciale  nell’accompagnamento delle cure palliative”.

La sedazione profonda, utilizzata per alleviare i dolori del malato terminale, “va considerata come estremo rimedio, dopo aver esaminato e chiarito con attenzione le indicazioni”. Lo scrive il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in una lettera a mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita in occasione dell’apertura dei lavori del congresso internazionale su “Palliative Care: everywhere & by Everyone. Palliative care in every region. Palliative care in every religion or belief”, organizzato dalla stessa Pontificia accademia. Nel corso dell’evento, verrà presentato ufficialmente il Progetto PAL-Life, ideato e realizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita per la diffusione globale delle cure palliative.

Nella sua lettera, il card. Parolin evidenzia che “si tratta di argomenti che riguardano i momenti conclusivi della nostra vita terrena e che mettono l’essere umano a confronto con un limite che appare insuperabile per la libertà, suscitando a volte ribellione e angoscia. Per questo nella società odierna si cerca in molti modi di evitarlo e di rimuoverlo, trascurando di ascoltare l’ispirata indicazione del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (89,12). Ci priviamo così della ricchezza che proprio nella finitezza si nasconde e di una occasione per maturare un modo più sensato di vivere, sul piano sia personale sia sociale.

Le cure palliative, invece, non assecondano questa rinuncia alla sapienza della finitezza, ed è qui un ulteriore motivo dell’importanza di queste tematiche. Esse indicano infatti una riscoperta della vocazione più profonda della medicina, che consiste prima di tutto nel prendersi cura: il suo compito è di curare sempre, anche se non sempre è possibile guarire. Certamente l’impresa medica si basa sull’impegno instancabile di acquisire nuove conoscenze e di sconfiggere un numero sempre maggiore di malattie. Ma le cure palliative attestano, all’interno della pratica clinica, la consapevolezza che il limite richiede non solo di essere combattuto e spostato, ma anche riconosciuto e accettato. E questo significa non abbandonare le persone malate, ma anzi stare loro vicino e accompagnarle nella difficile prova che si fa presente alla conclusione della vita”.

Accompagnare le persone nella fase conclusiva della vita, ricorda il cardinale, se mira a combattere il dolore, è cosa diversa dall’eutanasia. “Già Papa Pio XII aveva legittimato con chiarezza, distinguendola dall’eutanasia, la somministrazione di analgesici per alleviare dolori insopportabili non altrimenti trattabili, anche qualora, nella fase di morte imminente, fossero causa di un accorciamento della vita (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],129-147). Oggi, dopo molti anni di ricerca, l’accorciamento della vita non è più un effetto collaterale frequente, ma lo stesso interrogativo si ripropone con farmaci nuovi, che agiscono sullo stato di coscienza e rendono possibili diverse forme di sedazione. Il criterio etico non cambia, ma l’impiego di queste procedure richiede sempre un attento discernimento e molta prudenza. Esse sono infatti assai impegnative sia per gli ammalati, sia per i familiari, sia per i curanti: con la sedazione, soprattutto quando protratta e profonda, viene annullata quella dimensione relazionale e comunicativa che abbiamo visto essere cruciale nell’accompagnamento delle cure palliative. Essa risulta quindi sempre almeno in parte insoddisfacente, sicché va considerata come estremo rimedio, dopo aver esaminato e chiarito con attenzione le indicazioni”.

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