31/03/2016, 10.42
SIRIA

Caritas Siria: dopo le violenze della guerra, a Damasco una Pasqua di pace e risurrezione

di Sandra Awad*

In una lettera ad AsiaNews la responsabile comunicazione Caritas racconta le giornate di festa, fonte di “speranza”. Gli occhi dei fedeli “colmi di gioia”, dalla barbarie del conflitto l’insegnamento sul “vero significato della resurrezione”. Per i cristiani la Siria “è molto più di una casa”, essa rappresenta “la nostra identità. La Siria è in noi e noi siamo la Siria”.

Damasco (AsiaNews) - Il cessate il fuoco e la calma “che stiamo sperimentando” in questi giorni di festa pasquale ha dato “a tutti noi di Damasco una grandissima speranza”. La tregua dal conflitto “ha spinto la gente a uscire” e celebrare queste giornate “come si usava fare un tempo, prima della guerra”. È quanto racconta Sandra Awad, responsabile della Comunicazione di Caritas Siria, 38 anni, sposata e madre di due figli, che descrive in una lettera inviata ad AsiaNews il clima della festa. 

Gli “occhi delle persone” presenti ai riti e alle funzioni, spiega, “erano davvero colmi di gioia”. “Penso che la nostra Pasqua sia stata davvero più bella che in qualsiasi altra parte del mondo. Forse la guerra e la morte - aggiunge - ci hanno davvero insegnato il verso significato della resurrezione…”. 

Quest’anno il numero di fedeli alle funzioni “era di gran lunga superiore a quello degli anni scorsi” racconta ancora, e “anche la sensazione di maggiore sicurezza era ben presente in tutti noi e nei cuori di ciascuno”. Infine, tiene a precisare che “la Siria è molto più di una casa per noi” cristiani; essa “è la nostra identità. La Siria è in noi e noi siamo la Siria”. 

Ecco, di seguito, la testimonianza della responsabile Caritas. Traduzione a cura di AsiaNews: 

La sera del Venerdì Santo, rientrati a casa dopo aver partecipato alle funzioni in chiesa, mi sono seduta accanto a mio figlio, aspettando che prendesse sonno. All’improvviso, egli mi ha chiesto: “Mamma, ti ricordi quando mia sorella ha chiesto a Gesù di mettere fine alla guerra in Siria, per poter tornare al Parco giochi cui era solita andare prima del conflitto?”. Io gli ho risposto: “Non ricordavo che avesse chiesto questo a Gesù…”. E lui, di rimando: “È un’ingenua. Non sa che Gesù non può fermare la guerra”. Questa sua risposta mi ha scioccato. Così, gli ho risposto: “Davvero pensi che non possa farlo?”. Pronta la risposta di mio figlio: “No, non può, perché è stato crocifisso… Mamma, chi ha causato il conflitto in Siria”. Io gli ho risposto: “Alcune persone”. E lui: “Dunque è compito di queste persone, e non di Gesù, fermare la guerra…”.

Ancora una volta, mi sono sentita preda di un sentimento di grande shock. L’ho stretto forte fra le mie braccia e gli ho detto: “Sì, alcune persone possono farlo, preghiamo Gesù perché infonda loro l’amore necessario per fermare i combattimenti. Questo Gesù è in grado di farlo?” gli ho chiesto. E mio figlio ha risposto: “Certo che può farlo! Egli è amore e può donare amore a tutti”.

Quest’anno per le celebrazioni della Pasqua io, la mia famiglia, e tutta la comunità cristiana di Damasco abbiamo pregato con una grandissima speranza nei nostri cuori: “Dio infondi l’amore nei nostri cuori, e dona amore anche alla nostra casa Siria, perché sia capace con te di risollevarsi dalla morte…”.

Il cessate il fuoco e la calma che stiamo sperimentando in questi giorni ha dato a tutti noi, di Damasco, una grandissima speranza. Ha spinto la gente ad uscire di casa e riversarsi per le strade e celebrare la Pasqua come si usava fare un tempo, prima della guerra.

Dopo le funzioni della Domenica delle Palme, del Venerdì Santo, della Pasqua e della Pentecoste, di solito i giovani scout delle chiese di Damasco organizzano un giro per i sobborghi attorno al luogo di culto, accendendo torce, candele e portando statue a seconda dell’occasione. Essi suonano anche musica per le strade. Questi festeggiamenti si sono interrotti per i primi due anni di guerra e sono ripresi, sebbene in tono minore, negli ultimi due anni, a causa dei pericoli e per la situazione generale di insicurezza. Per esempio, lo scorso anno un colpo di mortaio è caduto poco distante un gruppo di scout della chiesa di San Cirillo, che stavano celebrando la festa di Pentecoste nei pressi della loro chiesa, a Damasco. Per fortuna si sono verificati solo danni materiali e nessuno è rimasto ferito.

Quest’anno di diverso vi era lo sguardo, gli occhi delle persone che hanno partecipato alle messe e alle varie funzioni, che erano davvero colmi di gioia. Penso che la nostra Pasqua sia stata davvero più bella che in qualsiasi altra parte del mondo. Forse la guerra e la morte ci hanno davvero insegnato il verso significato della resurrezione… Forse la tristezza tutta interno a noi ha saputo farci apprezzare con maggior lucidità i momenti felici… E ha dato loro molto, molto più valore!

Il numero delle persone che hanno partecipato alle messe e alle celebrazioni era di gran lunga superiore a quello degli anni scorsi; al contempo, anche la sensazione di maggiore sicurezza era ben presente in tutti noi e nei cuori di ciascuno.

A un chilometro di distanza da Jobar, un punto nevralgico di Damasco, Caritas Siria ha collaborato con gli scout della chiesa di Nostra Signora di Damasco “Foursan Al-Mahabeh”, per lanciare mille palloncini contenenti altrettanti messaggi di pace, scritti dai giovani scout volontari. L’obiettivo di questi palloncini è di raggiungere le centinaia di persone - adulti e bambini - riuniti nei pressi della chiesa, ma il forte vento ha spinto la maggior parte di questi lontano da Jobar. Per noi è stato come un voler inviare (nella foto) alle persone che stanno ancora combattendo questi messaggi di amore e di pace…

Ma quello che più mi ha colpito durante queste giornate di festeggiamenti e di cerimonie per la Pasqua sono stati i giovani scout che hanno suonato l’inno nazionale siriano (clicca qui per il filmato) alla fine di ogni celebrazione. Per noi cristiani siriani è stato come un promemoria, un modo per farci ricordare quanto siamo importanti per il nostro Paese e quanto è importante la nostra cara Siria per noi. La presenza cristiana nel tessuto sociale siriano genera una sorta di equilibrio; se tutti scappano, questo equilibrio è destinato a scomparire e la Siria lo perderà per sempre.

Noi, cristiani siriani, siamo cresciuti col suono dei minareti che abbracciano le campane delle chiese, abbiamo appreso alcuni valori e tradizioni dalle moschee, così come i musulmani lo hanno fatto dalla chiesa, per dar vita a una identità speciale, l’identità dei cristiani d’Oriente. Se abbandoniamo la Siria, forse possiamo anche godere di una vita migliore, e trovare migliori opportunità, ma perderemo gran parte della nostra identità. La Siria è molto più di una casa per noi, è più di una società alla quale apparteniamo, molti più di semplici confini geografici, ed è anche molto più di una madrepatria. La Siria è la nostra identità. La Siria è in noi e noi siamo la Siria.

Sfortunatamente, dall’inizio della guerra oltre i due terzi dei cristiani siriani sono fuggiti; tuttavia, io cerco di restare ottimista e sogno che un giorno alcuni di loro potranno tornare indietro, qualche mia sorella, i miei cognati, i miei amici, i miei vicini, per partecipare con noi alla ricostruzione della Siria.

Il patriarca greco-cattolico Gregorio III Laham, al termine dell’omelia della messa di Pasqua, ha recitato questa preghiera che voglio condividere con voi:

“Innalziamo le nostre preghiere al nostro Salvatore, che risorto dalla morte, che è il Dio della pace, per entrare in ogni casa, in ogni città, in ogni cuore dolorante, in ogni fronte in lotta, in ogni tunnel di guerra, per annunciare quello che Lui ha detto ai suoi discepoli dopo la resurrezione: la pace sia con voi. Sono la via della pace. Sono la via della verità. Sono la via della vita. Non abbiate paura, perché sarò con voi sino alla fine dei giorni”.

Ecco, Cristo è risorto. È davvero risorto…

* Responsabile della Comunicazione Caritas Siria 

 

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