10/02/2020, 14.52
EGITTO
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Caso Zaki, attivista copto: arrestato per una opinione, l’Egitto reprime il dissenso

Patrick George Zaki, ricercatore all’università di Bologna, è stato fermato all’aeroporto del Cairo. Prelevato da agenti della sicurezza, sarebbe stato oggetto di torture. Ora è in stato di fermo, in attesa dell’udienza. Mina Thabet: “È un mio amico, innocente e non un terrorista”. Il governo tratta ogni voce critica come una “minaccia”. 

Il Cairo (AsiaNews) - “Quello che posso dirvi è che Patrick è un mio amico, che è stato prelevato dalle autorità egiziane sebbene innocente e non è certo un terrorista”. È quanto sottolinea ad AsiaNews l’attivista egiziano Mina Thabet, cristiano e già leader della Maspero Youth Union, oggi responsabile dei programmi su libertà e minoranze della Egyptian Commission for Rights and Freedoms (Ecrf) sul fermo di Patrick George Zaki. Il 27enne attivista egiziano, ricercatore all’università di Bologna (Italia), è stato arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di “terrorismo” all’aeroporto del Cairo. “È una persona pacifica - prosegue Mina, raggiunto nella sua sede a Londra - un difensore dei diritti umani, che studiava in Italia ed era rientrato per vedere la famiglia”.

Presso l’ateneo felsineo il ricercatore e attivista per i diritti umani della Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr) seguiva un master sulla tutela dell’identità di genere. Secondo la ricostruzione, il 7 febbraio Patrick si trovava al controllo passaporti dell’aeroporto; uno degli agenti della dogana avrebbe visto un mandato di cattura pendente e, per questo, lo avrebbe condotto in una stanza appartata dello scalo internazionale. 

Al momento del fermo egli era al telefono con i familiari, che hanno potuto lanciare subito l’allarme all’ong e ai conoscenti. L’attivista sarebbe poi stato condotto in una località a un’ora di auto dall’aeroporto e rinchiuso in un edificio dei servizi segreti egiziani (Amn e-Dawla), gli stessi coinvolti nel rapimento e nell’uccisione in seguito a tortura di Giulio Regeni. E come il ricercatore italiano trovato cadavere il 3 febbraio 2016, anche Zaki sarebbe stato picchiato e torturato con fili elettrici (e non con un bastone, per non lasciare tracce delle violenze). 

Secondo quanto riferiscono fonti di Eipr, Zaki era di rientro in Egitto per un breve periodo di vacanza, ma la polizia lo ha catturato in base a un mandato emesso nel 2019 e del quale l’attivista non era nemmeno a conoscenza. In base ai capi di imputazione egli deve rispondere di cinque diversi reati: dalla “diffusione di false informazioni per minare la stabilità nazionale” all’incitamento “a manifestazione senza permesso”; dal “tentativo di rovesciare il regime” all’uso dei social “per danneggiare la sicurezza nazionale e fare propaganda per i gruppi terroristici”. 

Fonti locali riferiscono che le indagini attorno a Patrick George Zaki sarebbero iniziate a fine settembre scorso, quando il Paese era in stato di massima allerta per le manifestazioni contro il presidente Abdel Fatah al-Sisi. In quel periodo la polizia aveva rafforzato i controlli anche sul web, a partire dai social attraverso i quali il leader della protesta, l’imprenditore egiziano in esilio Mohamed Ali, aveva promosso la mobilitazione popolare. 

“Non ricordo se abbia scritto o meno testi critici - racconta Mina Thabet - ma in quel periodo tutti noi attivisti o personalità interessate alle vicende del nostro Paese abbiamo espresso la nostra opinione. Certo, Patrick non è mai stato un sostenitore del presidente al-Sisi, ma di certo non è un terrorista ed è innocente rispetto alle accuse che gli vengono mosse ed è stato preso e assaltato per nulla”. Purtroppo, conclude, il governo egiziano “ritiene anche le opinioni una questione di sicurezza nazionale” in un tentativo di censura “per mantenere al potere al-Sisi. E ogni voce critica viene per questo percepita come una minaccia”. 

Intanto i giovane resta rinchiuso nella stazione di polizia di Mansoura, dove dovrà scontare 15 giorni di custodia cautelare. Egli, al momento, si trova in cella con altre persone anche se i genitori sono riusciti a fornirgli cibo e vestiti. Fonti giudiziarie riferiscono che la prossima udienza è in programma il 22 febbraio. 

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