05/02/2016, 13.37
EGITTO - ITALIA
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La Chiesa egiziana prega per Giulio Regeni: Giustizia per questo ragazzo

Le autorità egiziane hanno avviato un’inchiesta sull’omicidio del giovane ricercatore. Sul corpo presenti i segni di violenze e torture. Si parla di delitto politico, ma non vi sono conferme al riguardo. Giovane attivista: “Polizia e intelligence non hanno interesse a colpire così uno straniero”. P. Rafic Greiche, portavoce della Chiesa egiziana: “Preghiamo per lui e la sua famiglia”. 

Il Cairo (AsiaNews) - Resta ancora avvolta nel mistero la dinamica della morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano (di origine friulane) trovato cadavere il 3 febbraio scorso in Egitto, dopo giorni di assenza e ricerche vane. Sul corpo del giovane vi sarebbero segni di torture e abusi e vi sono versioni contrastanti fra le stesse autorità del Cairo sul decesso. Le massime istituzioni a Roma si sono attivate, chiedendo piena collaborazione al governo egiziano e al presidente Abdelfattah al Sisi. Investigatori italiani giunti in queste ore in Egitto affiancheranno gli inquirenti egiziani, per far luce su una vicenda che presenta molti lati oscuri. 

Interpellato da AsiaNews p. Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica egiziana, conferma che “non vi sono molti elementi per dire con certezza cosa sia avvenuto. Bisogna aspettare che la magistratura faccia il loro corso anche se - aggiunge - dubito che si tratti di un omicidio di natura politica” e vi sia la mano governativa. Forse è più probabile siano stati “amici o persone con cui è entrato in contatto e lo hanno tradito”. La Chiesa egiziana, conclude p. Rafic, “prega per lui e per la sua famiglia, auspicando che venga fatta giustizia”. 

Dal settembre scorso Giulio Regeni, 28 anni da poco compiuti, abitava in un appartamento del Cairo, per scrivere una tesi sull’economia egiziana presso l’American University. Il giovane era scomparso il 25 gennaio, in una giornata carica di tensione per l’Egitto; in quel frangente ricorreva infatti il quinto anniversario dell’inizio della rivolta studentesca di piazza Tahrir, che ha segnato una svolta nella storia recente del Paese.

Dalle prime ricostruzioni sembra che Regeni avesse un appuntamento nei pressi della piazza, presidiata come il resto della metropoli da polizia e forze della sicurezza egiziane. Tuttavia, il ricercatore non è mai arrivato all’appuntamento. Il cadavere è stato rinvenuto privo di indumenti dalla vita in giù, riverso sul ciglio della strada che collega Il Cairo ad Alessandria. Una zona periferica, dove il giovane è difficile possa essersi avventurato da solo, lontano sia dalla propria abitazione a el Dokki, quartiere centrale di Giza, sia dal luogo dell’appuntamento.

Gli agenti hanno escluso che egli possa essere scomparso per un errore dei servizi di sicurezza egiziani, nel corso di una retata contro le manifestazioni anti-governative. La tesi della rapina o dell’incidente non sembra però plausibile, dato che il corpo presenterebbe segni di torture e bruciature e il giovane sarebbe morto per un colpo alla testa dopo una lenta agonia.

Nella capitale italiana il giovane accademico avrebbe dovuto elaborare una ricerca sull’economia e il mercato del lavoro in Egitto, con una particolare attenzione ai movimenti sindacali. Certo, un tema “sensibile” in questi tempi nel Paese - che attraversa una grave crisi acuita dal problema jihadismo che ha colpito il settore del turismo - ma questa motivazione non basterebbe da sola a giustificare un omicidio di matrice istituzionale o politica. 

Magdy Mina, 30 anni,  coordinatore generale e portavoce del Maspero Youth Union, racconta ad AsiaNews che “al momento non si hanno elementi di certezza” attorno a una vicenda che “resta oscura”. Secondo alcuni “potrebbe esserci la mano dell’intelligence”, ma il giovane attivista cristiano ritiene la pista “poco probabile” e propende “per la versione dell’incidente, sebbene non si sa di quale natura”. 

Nato nell’ottobre 2011 per denunciare il massacro dei copti di Maspero, il movimento cristiano raccoglie migliaia di sostenitori e ha organizzato, insieme ai “Tamarud”, la manifestazione da 30 milioni di persone che, a fine giugno 2013, ha contribuito alla caduta del presidente Morsi. Esso ha mantenuto una posizione critica anche verso il governo di al Sisi, ma il suo rappresentante ritiene di poter escluderne un suo coinvolgimento. 

“Polizia e intelligence - spiega - non hanno ragione di fare tutto questo. E se anche volessero delle informazioni, non hanno bisogno di giungere a questi estremi con uno straniero, europeo, italiano”. Inoltre vi è un altro aspetto, spiega, di cui tenere conto. “Il turismo, una delle principali risorse del Paese - racconta - è in crisi per via del terrorismo. Una uccisione di questo tipo allontanerebbe ancor più gli stranieri”. 

Poco probabile anche la pista riguardante le ricerche e gli studi che stava compiendo, perché “vi sono centinaia di accademici in Egitto” che stanno studiando le stesse tematiche. “Non è plausibile” commenta Magdy Mina, secondo cui “forse qualcosa è andato storto, un incidente, un evento di cronaca ma nulla di natura politica”. “Mi auguro che le autorità facciano luce sulla vicenda - conclude il giovane - ma non ci credo molto. Si farà di tutto per farla dimenticare al più presto”. 

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